Assocalciatori.it. 30 anni fa la scomparsa di Gaetano Scirea. Il presidente della Lega di serie A Gaetano Miccichè: “Campione di civiltà e esempio di lealtà sportiva da tramandare alle nuove generazioni”

(assocalciatori.it)

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L’integralità del pezzo per Assocalciatori.it

Trent’anni dalla morte di Gaetano Scirea, scomparso il 3 settembre del 1989. Lo ricordiamo recuperando l’articolo scritto per Il calciatore, il mensile dell’assocalciatori, dal figlio Riccardo, 5 anni fa.

«Quel giorno che mi ha cambiato la vita. Avevo appena 12 anni e all’inizio non capii veramente quanto sarebbe successo: mio papá era morto.

Non lo avrei più visto, lui che era partito per la Polonia, per visionare il Gornik Zabrze, che la Juventus avrebbe dovuto incontrare due settimane dopo, in coppa Uefa.

Non ci credevo. Mi sembrava uno scherzo, non poteva essere vero tutto quello che stavo vivendo: mi pareva di essere in un brutto sogno, al risveglio tutto sarebbe finito con un suo abbraccio.
I ricordi più belli sono i trascorsi in famiglia: la vita quotidiana fatta di compiti da svolgere, le partite di tennis viste insieme in televisione; era tifoso del tedesco Boris Becker.

Ma la cosa a cui tenevo di più era quando mi veniva a vedere giocare a calcio: erano occasioni veramente rare, io ero sempre molto concentrato, consapevole che il suo giudizio a fine partita per me sarebbe stato molto importante. Lui, invece, sapendo quanto lo considerassi, non si è mai sbilanciato in giudizi negativi.
Da giocatore ricordo quando mi portava agli allenamenti della Juventus al campo Combi, per me erano giorni bellissimi. Quando Trapattoni fischiava la fine della seduta, papà mi chiamava e lì cominciava il vero divertimento, perchè giocavo a pallone con lui…
I ricordi della sua carriera sono custoditi a Morsasco, vicino ad Acqui Terme. E’ provincia di Alessandria, nella casa dei nonni materni, ne vado molto fiero. La domenica sera papá si rilassava lá, quell’ambiente gli restituiva tranquillità. Anche oggi, a distanza di anni, mi piace trascorrere giornate nella taverna: ci sono fotografie, articoli di giornale e le maglie che scambiava con gli altri giocatori.
Ora sono sposato, ho due bellissimi bimbi e lavoro per la Juve, come responsabile dell’ufficio match analysis. Siamo in 4 e collaboriamo con lo staff dell’allenatore nello studio del calcio, dal punto di vista tecnico, tattico, fisico e statistico. Studiamo le partite della Juve e delle squadre avversarie.
Non so cosa avrei fatto se papà fosse sopravvissuto, magari il calciatore. Mi fermai in serie C, alla Pro Patria a 19 anni, dopo una sola stagione. Facevo l’esterno sinistro di centrocampo, alla Juventus avevo fatto il settore giovanile sino alla Berretti. Lasciai la società di Busto Arsizio per studiare, mi sono laureato in scienze politiche.

Certamente papà sarebbe diventato un allenatore, incominciò affiancando Dino Zoff, l’amico di sempre, ma non credo sarebbe rimasto a vita come vice, anche se era alla Juve. Lo richiese la Reggina di Lillo Foti, lui preferì iniziare da secondo. Sono convinto che sarebbe diventato un grande tecnico, con il suo carisma.

Lui per me è e sarà un modello che seguirò sempre. Mi ha insegnato tanto e continua a farlo, con il suo esempio».

Di Gai parla “Il minuto di silenzio”, libro di Gigi Garanzini sui grandi campioni scomparsi. Ne racconta la carriera esemplare. Sulla morte in Polonia, in incidente d’auto, c’è una riga. Ma in pochi sanno che “sette giorni dopo, stroncato dal dolore, toccò a papà Stefano”.

E questa è tragedia nella tragedia.

Stefano Tacconi adesso fa il produttore di vini, ad Alba, provincia di Cuneo. «Barbaresco, Nebiolo, Bare, Arneis», ci risponde l’ex portiere della Juve, 62 anni. Con Gaetano arrivò sul tetto del mondo, con la coppa intercontinentale vinta ai rigori, sull’Argentinos juniors e Gai infortunato prima dei supplementari, sostituito da Stefano Pioli…

«Abbiamo tutti ricordi stupendi di lui, oltre che un calciatore straordinario era caratterailmente eccezionale. Potevi andare a pranzo con lui, a cena, nei ritiri, imparavi sempre qualcosa».

Era il secondo di Dino Zoff, quando scomparve, quasi 30 anni…

«Condividemmo 5 anni abbondanti, morì in Polonia, a visionare l’avversaria di coppa, in macchina. Non esistono più giocatori del genere, tantomeno liberi, il ruolo è stato eliminato da un tatticismo particolare. Era silenzioso, oggi qualsiasi giocatore sente il bisogno di affermare la propria personalità sui social o nelle dichiarazioni. Nell’èra di internet, non sarebbe stato capace di entrare su facebook».

Di Gaetano hanno parlato in tanti, in questi giorni di commemorazione. Anche un grande avversario dei derby torinesi, Claudio Sala.

«Eravamo amici, fuori dal campo – racconta l’ex ala destra granata -. Due capitani silenziosi rispettati: Scirea era l’unico a non essere fischiato dai tifosi del Toro quando usciva dal campo nei derby. Mancano persone come lui in questo calcio, in cui si sbraita. Ricordo che in Argentina, nel 1978, una volta finito il Mondiale avevamo tantissima roba da portare in Italia. Scirea si fece aiutare da Pulici, che era un maestro nel fare le valigie. É stato l’unico della Juve a chiedergli una mano. Un capitano silenzioso, gli bastava un gesto per farsi capire”.

Per Bruno Conti, “era un leader silenzioso. In nazionale mi aiutò tantissimo”.

Il presidente della Figc Gabriele Gravina: «Scirea rappresenta per me e per tutti coloro che l’hanno conosciuto una grande distinzione rispetto a tanti ragazzi che sono mitizzati. Nelle motivazioni del premio fairplay che vinse, si esalta il rapporto e il rispetto per i compagni, che è scontato, per gli avversari, il che è meno scontato, ma anche per gli arbitri. Ha manifestato con segni tangibili, e non solo parole, una cultura sportiva votata a un mondo di valori”.

Il presidente della Lega di serie A si chiama come lui, Gaetano, Miccichè. «Lo ammiravo per le sue straordinarie qualità e per la correttezza che lo contraddistingueva in campo e fuori. Ricordo le emozioni che insieme ai suoi compagni ha regalato all’Italia con la conquista del Mondiale in Spagna, pur giocando da difensore non ha mai ricevuto un cartellino rosso in tutta la sua carriera. E’ stato un campione di civiltà e un esempio di lealtà sportiva che dobbiamo tramandare alle nuove generazioni. Invito i giovani a cercare i suoi video, per ammirare i suoi interventi puliti in chiusura, la sua capacità di uscire a testa alta in impostazione e a sentire le sue interviste, poche rare parole, ma mai fuori posto e che tanto servirebbero oggi. Mando un affettuoso abbraccio a Mariella e Riccardo».

La coppa del mondo del 1982, vinta dall’Italia in Spagna, è in esposizione da mercoledì 4 allo Juventus museum, nell’ambito della mostra dedicata a Gaetano. Ci sono oggetti e fotografie, video e testimonianze. Si chiama semplicemente Gaetano Scirea, è annunciata da una doppia immagine del giocatore, in maglia bianconera e azzurra. Il compositore e sceneggiatore Giuseppe Fulcheri ha composto il brano “Mi chiamo Gaetano”, inciso da Incipit Record/Egea, disponibile sulle piattaforme streaming e in digital download. E’ stato presentato ad Acqui, nella prima edizione di uno dei tanti memorial dedicati a Scirea, ricordato nella serata con Gravina, Mariella e Riccardo Scirea, con gli ex Roberto Bettega, Beppe Furino, Domenico Marocchino, Gigi De Agostini e Claudio Sala. La metà dei proventi della vendita del brano musicale sarà destinata alla fondazione piemontese per la ricerca sul cancro, onlus per sostenere l’istituto di ricerca e cura in ambito oncologico. «Sono juventino dalla nascita e ancora di più dal periodo della Juventus di Scirea e Platini, i miei idoli – spiega l’autore Fulcheri -, una notte dello scorso inverno ho sognato Gaetano Scirea. Mi sono svegliato all’improvviso, sereno ed emozionato, mi sono alzato dal letto e sono andato al pianoforte, in pochi minuti è nato ‘Mi chiamo Gaetano’”.

Adolfo Fantaccini ricorda Scirea con Sergio Brio, per l’agenzia di agenzia di stampa Ansa. 

«Boniperti nel suo libro lo ha detto chiaramente che coppia eravamo – racconta l’ex stopper, commentatore per radio Rai -: io avevo aggressività, lui possedeva una classe innata. E, quando giocavo al suo fianco, diventavo un campione». 

Quella Juve era considerata difensivista, eppure Trapattoni schierava assieme Platini, Boniek e Paolo Rossi. Era una specie di filastrocca, con le maglie dall’1 all’11: Zoff; Gentile, Cabrini; Furino, Brio, Scirea…

«Abbiamo giocato per 10 anni assieme, ci bastava un colpo d’occhio per capirci – spiega Brio -. Di solito si parla bene di chi muore, ma lui era una persona davvero speciale. Con lui in campo ci si sentiva più sicuri e migliori. Era una persona per bene, di quelli che parlano poco e, quando lo fanno, lo ascoltano tutti: nello spogliatoio accadeva proprio questo. Era un uomo concreto e autentico». 

Anche Brio è stato viceallenatore della Juve, proprio di Trapattoni, dal ’91 al ’94, e poi a Cagliari, nel ’95. 

«Gaetano è il prototipo del calciatore che un allenatore vorrebbe sempre avere nella propria squadra. Giocava per la maglia con lealtà e classe, senza mai creare un problema. Lo ripeto: era facile giocare al suo fianco, con lui si migliorava: nella fase di non possesso si metteva dietro la difesa, in possesso diventava un centrocampista aggiunto. E’ stato ammonito una sola volta e per una trattenuta di maglia». 

Brio si commuove, al ricordo. «Fra noi esisteva un’intesa perfetta. Solo una volta, a Praga, contro lo Sparta fummo protagonisti di una collisione su un pallone alto: la prendi tu, la prendo io, ci scontrammo. Subìi una frattura, rimasi fermo tre mesi. In un’altra occasione, pareggiavamo con una squadra di bassa classifica e non riuscivamo a far gol. I nostri avversari avevano un centravanti al quale davano il pallone, lui lo difendeva, facendo salire la propria squadra. A un certo punto, Gaetano mi dice: ‘Mi sono stufato, facciamo una cosa, tu ti metti davanti a lui e io controllo da dietro, così non la prende più’. Io ero scettico, perché non avevamo mai marcato in quel modo, ma lui mi rassicurò, dicendomi: ‘mi prendo io la responsabilità, qualsiasi cosa accada’. Da quel momento il nostro avversario il pallone non lo vide più». 

Brio custodisce anche qualche flash dello Scirea assistente di Zoff. 

«Erano molto amici con Dino, assieme alle mogli tutti i venerdì andavano a cenare, sempre nello stesso posto, in pieno centro a Torino. Quando smise di giocare e collaborò con Zoff, ero uno dei veterani della squadra; andavamo in ritiro in Svizzera e ricordo le lunghe passeggiate con lui dopo cena, mentre ci scambiavamo opinioni. Di Gaetano mi mancano anche quelle passeggiate, è indimenticabile e solo chi lo ha conosciuto ha potuto veramente apprezzarlo».

Una bella frase era di Enzo Bearzot, scomparso nel 2010. «La prima volta che Gaetano Scirea stette con me a un raduno della nazionale under 23 – raccontava il ct campione del mondo -, pensai ‘questo è un angelo piovuto dal cielo’. Non mi ero sbagliato: solo che lo hanno rivoluto indietro troppo presto…». 

Scirea è stato il miglior libero del calcio mondiale, dietro soltanto a Beckenbauer. Se dopo una delle tante vittorie con la Juve gli capitava di rientrare a casa alla prime luci dell’alba, incontrando i primi operai che per la strada si affrettavano verso le fabbriche della Fiat, si copriva il volto con il bavero della giacca per il pudore: a suo padre, anche lui operaio, non sarebbe piaciuto vedere il figlio in giro a quell’ora. 

Quando raggiungeva l’amico Tardelli a Tirrenia, per le vacanze, da personaggi affermati, di sera dopo una cena in giardino si mettevano a giocare a nascondino con le mogli. Nell’azione del secondo gol degli azzurri nella finale mondiale contro la Germania, quello di Tardelli, Scirea è il più avanzato e tocca la palla due volte, una di tacco. D’altra parte era elegante, sul campo si muoveva a testa alta, usciva palla al piede dalla difesa e intuiva il gioco prima degli altri. La Juventus lo aveva preso dall’Atalanta e in bianconero vinse 7 scudetti, 2 coppe Italia, la coppa Campioni dell’Heysel, la Coppa Intercontinentale, la Coppa Uefa, la Coppa delle Coppe e la Supercoppa europea. In bianconero giocò 563 partite ufficiali, segnando 24 gol. 

Piansero a milioni, quando arrivò la terribile notizia della sua morte, in un incidente stradale in Polonia, sulla superstrada Varsavia-Katowice. Era domenica sera, Sandro Ciotti lesse la notizia dell’Ansa in diretta su Rai2 e Tardelli, che era ospite in studio, si sentì male e lasciò la trasmissione, durante una pubblicità. 

In un Fiorentina-Juve, i calciatori delle due squadre cominciarono a spintonarsi dopo un brutto scontro a centrocampo, Scirea raggiunse il gruppo dei litiganti e con sguardo fulminante disse: «Vergognatevi, in tribuna ci sono le nostre mogli, i nostri figli e i tifosi che ci stanno guardando»: la rissa cessò all’istante. «Era un leader, con indosso il saio», diceva di lui Trapattoni.

Splendido il racconto di Maurizio Crosetti, per Repubblica, passeggiando per Torino con Riccardo Scirea. 

“Ora che il bambino è già più vecchio del padre quando il padre gli disse addio, il ricordo è un dolore diverso. Ci si può camminare insieme. Riccardo Scirea aveva dodici anni quando il padre morì, e domani saranno trent’anni. Oggi Riccardo è un uomo di 42, analizza al computer i dati delle gare della Juventus, insomma fa a tavolino quello che Gaetano faceva, in parte, sul campo. Gli somiglia in modo impressionante, e questo è bellissimo: il segno del tempo che non ci lascia mai del tutto. L’orma di un papà su cui appoggiare i nostri passi, e andare.

Camminiamo con Riccardo nella sua, nella loro Torino. Quartiere della Crocetta, quello dei nobili, dei ricchi veri e dei medici specialisti. La casa è al numero 43 di via Cassini. C’è un silenzio da acquario, ma visto dalla parte dei pesci”. 

«Papà – sono parole di Riccardo – mi prendeva per mano e salivamo lungo la strada diritta, verso la chiesa dove un giorno gli avrebbero fatto il funerale. Ogni tre passi un saluto, la gente lo conosceva come uno del borgo, non solo come Gaetano Scirea. Qui sotto, al bar Caboto, mi portava a mangiare la brioche. Era bello avere questo papà tutto per me. Quello era il nostro fruttivendolo, allora i campioni facevano la spesa in bottega, ma ci pensate? E lì, dove oggi c’è un piccolo negozio di vestiti vendevano dischi. Papà mi regalò il primo di Jovanotti, Gimme five, io avrei voluto il cd, lui prese il vinile, mi disse: poi resterà. La casa era grande ma nel ’90 la vendemmo, troppi ricordi. Però ne comprammo un’altra del cuore, quella che era stata di Zoff».

In corso Turati, niente è cambiato di quel palazzo. Nulla sembra cambiare mai, nel mondo che ci porta via lentamente tutto. «I vetri fumé dell’atrio sono proprio gli stessi. Dino e Anna vivevano al nono piano, da lassù si vedevano le montagne e Superga, c’era una luce grandissima in quella casa. La sera ci trovavamo tutti insieme: papà, Dino, le loro mogli e noi bambini: io e Marco. Dino mi chiamava Gigi Riva perché a pallone ero mancino. Allora, Gigi Riva, hai fatto gol? mi diceva e voleva sapere. I grandi giocavano a carte, io e Marco facevamo una palletta con lo scotch e ci scatenavamo pazzamente in corridoio, questo io lo facevo anche a casa con mio padre ma spaccavamo tutto, volavano i vasi e la mamma si arrabbiava. Quella sera mia madre era da Anna, come sempre, io invece al mare con i nonni. Lo disse Sandro Ciotti alla Domenica Sportiva e io lo seppi così, dalla televisione. Con mamma decidemmo di comprare questa casa quando Dino e Anna andarono a Roma, fu quasi come perdere due papà e un’altra mamma in una manciata di mesi. Scendevo tre o quattro volte a Roma, da Dino che mi portava all’allenamento della Lazio. Ricordo Paul Gascoigne che scherzava con me».

Con Anna, Dino, Marco, papà e mamma, il ragazzino Riccardo andava al ristorante tutti i giovedì sera. Dalla collina si scende allo stadio Comunale in dieci minuti, si corre come l’acqua verso il Po. «Sono stati i miei giorni della gioia – conclude Riccardo, a Repubblica -. Papà mi portava all’allenamento, ero proprio piccolo e tutti mi coccolavano, i giocatori mi tenevano sulle ginocchia. Mi mettevo una tuta e correvo sul campo con loro. A pensarci oggi è semplicemente pazzesco, neanche il figlio di Ronaldo potrebbe farlo. Saltavo la scuola e venivo qui, poi si attraversava via Filadelfia in mezzo ai tifosi e si andava al campo Combi, l’ultimo laggiù, adesso c’è una piscina. Erano tutti gentilissimi con me, il Trap, il magazziniere Romeo che era un uomo minuscolo, il professor Gaudino, il massaggiatore Remino. La domenica io e mamma venivamo a vedere giocare papà, ci mettevamo nel nostro solito posto e io aspettavo che lui entrasse in campo, guardasse verso la tribuna e salutasse. Alzava il braccio e lo muoveva lentamente come per dire ciao, sono qui, va tutto bene. Io lo so che non poteva vedermi, ma so anche che quel saluto era solo per noi». 

Infine l’incipit della lettera aperta di Marco Tardelli su La Stampa. «Caro Gaetano,
Ho deciso di scriverti iniziando con una frase di Eleanor Roosevelt, perché la ritengo appropriata per raccontare noi due: ‘Molte persone entreranno ed usciranno dalla tua vita, ma soltanto i veri amici lasceranno impronte nel tuo cuore’. E Tu, impronte indelebili ne hai lasciate, nel mio cuore e in quello di milioni di sportivi che Ti ricordano con amore, nostalgia e rispetto. Un rispetto che si notava negli stadi, quando entravamo prima della partita a testare il campo e l’atmosfera. Per noi fischi, per Te applausi. Dovunque si andasse, strade, ristoranti o altro, ricevevi solo elogi e carezze che Tu ricambiavi sempre con un sorriso e la disponibilità totale nei loro confronti.
Impronte profonde per come Ti comportavi sul campo con gli avversari. Mai un fallo cattivo e, se capitava, pronto a tendere la mano. Mai una reazione rabbiosa, ma sempre quel mezzo sorriso e pacca sulle spalle che chiudeva ogni velleità di possibile discussione. Era un nuovo modo di giocare il tuo, elegante, a testa alta in uscita, diventavi il primo attaccante, determinato fino alla vittoria con caparbietà infantile ma senza mai l’ombra della cattiveria. 

Volevi vincere sì, ma non a tutti i costi. Che strano ricordarlo ora, in un mondo in cui rabbia, aggressività, violenza verbale e furbizia vanno per la maggiore. Pare quasi che senza queste “non virtù” non si possa riuscire. Che chi non mostra i denti sia un fesso incapace di arrivare in alto. Eppure tu sei stato il campione dell’educazione, della lealtà e dell’umiltà”. 

Tutte testimonianze su un campione veramente unico, nella storia del calcio italiano. Che oggi avrebbe 66 anni e magari avrebbe lasciato tracce indelebili anche in panchina.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

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