Assocalciatori.it, la morte di Bruno Pace a 74 anni. Era il poeta del calcio, abruzzese nell’Angolana (città sant’Angelo) e nel Lanciano. Portò il Catanzaro al 7° posto, oggi sarebbe in Europa: aveva la classe di Edy Bivi, il nostro Lineker. Vinse il torneo angloitaliano e giocò la Mitropa. Se Bearzot fosse uscito al primo turno, ai mondiali dell’92, anzichè vincerli, sarebbe diventato ct. Era un altro calcio e un giornalismo vero, con grandi personaggi ovunque

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(assocalciatori.it)

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A ben guardare, in un anno si spengono decine di personaggi del calcio, grandi e piccoli, che raccontiamo in parallelo ai compleanni. Lasciamo stare, per esempio, i 40 anni di Gennaro Gattuso, perché ne parlano in tanti, preferiamo gli 80 di Romano Fogli, per quanto è stato, anche se al pubblico di navigatori, ai giovani, dice poco. È doveroso, è la mission di assocalciatori.it, in parallelo con “Il Calciatore”, la rivista che arriva in abbonamento a ex e professionisti in attività, un must per la categoria, leggibile gratuitamente anche attraverso questo sito.
Dunque oggi ricordiamo Bruno Pace, come fossimo sacerdoti alle esequie, nel consueto esercizio, fra ricordi personali, vecchie chiacchierate – non stavolta, forse lo sentimmo brevemente 20 e passa anni fa – e soprattutto i ricordi dei colleghi, anche su facebook, dove le firme danno il meglio, fra ricordi e personalismi.

Bruno Pace, allora, era davvero un tipo pacifico. Pace, allenatore del Catanzaro, del Bologna e del Pescara, fra Serie A e B, negli anni ’70 era popolare, per quel naso alla Giorgio Gaber, il mattatore del quale era controfigura, e per il suo essere filosofo. Era il tempo di Manlio Scopigno, di Nereo Rocco, di filosofia spicciola e gente più ascetica o politica, come Paolo Sollier o il bohemièn Ezio Vendrame, friulano. Bohemièn l’abbiamo letto e fatto nostro, significherà eccentrico, strano, solitario. Bruno Pace piaceva ai giornalisti, ci sono allenatori che allenano i giornalisti, uno è Varrella, Franco, ex vice di Arrigo Sacchi, agli Europei, colpevole di avere anticipato a “Il Messaggero”, a Roberto Renga, i cambi di Sacchi dopo il primo successo, sulla Russia, per la gara con la Repubblica Ceca di Nedved, poi persa. Dei paroloni di Varrella, neo ct di San Marino, abbiamo ricordi personali, a Reggio Emilia e prima e dopo da avversario, anzi lo raccontammo quando affrontò il Milan in Coppa Italia, in C2, nel ’95. Di Pace abbiamo letto, sentito, ricordiamo qualche ospitata in Rai, fra “Domenica Sportiva” e “Processo del Lunedì”, da bambini. Ci aggiriamo per gli stadi in Emilia Romagna e anche fuori, nelle regioni vicine, da metà anni ’80 come tifosi, dal ’90 come giornalisti, al massimo abbiamo incrociato Pace una volta.
Ci affidiamo, allora, come primo ricordo, al sito di Sky, alla firma di Daniele Barone, che ricordiamo allo stadio allora Giglio al seguito del Pescara, come firma del Corriere dello Sport.
“Ancora un dribbling, Bruno” – scrive la voce della Serie B, della tv di Rogoredo, Milano. “No, questa volta no. “Sono stanco”. La corsa è finita alle otto della sera, a Pescara. Lì dove era nato nel 1943, da famiglia borghese, a pochi passi dalla casa di D’Annunzio. La vita aveva imparato in fretta ad affrontarla mordendola e ridendoci su, ribelle e geniale, beffardo, straordinario affabulatore.
A calcio aveva cominciato a giocare quasi per caso, quando un amico gli chiese se avesse tempo e voglia di presentarsi ad un provino con il Pescara. Lui ci andò con una sigaretta in bocca, seduto in sella ad una Lambretta e senza neanche le scarpe giuste. Preso.
Dei favolosi anni di Bologna raccontava gli scherzi ad Oronzo Pugliese, l’amicizia con Bulgarelli, di quelle partite in cui li scartava tutti e poi sbagliava davanti alla porta.
Talento e risate. Sempre. Anche quando capì che gli sarebbe piaciuto allenare: subito Modena e subito una promozione, dalla C2 alla C1. Portò il Catanzaro di Bivi e Palanca al settimo posto in A, era l’allenatore nuovo che tutti volevano e una volta raccontò che, se Bearzot fosse stato eliminato dopo il girone di qualificazione al Mondiale di Spagna, la Figc avrebbe fatto la rivoluzione e lui, con Italo Allodi dt, sarebbe andato ad allenare la Nazionale. Bearzot trionfò, sliding doors.
Il Pisa di Anconetani, il Catania di Massimino, l’Avellino di Sibilia, le ultime sfide, le troppe nazionali senza filtro, il buon ritiro di Pescara con Cristina, Federico, Vittorio e i cinque nipoti arrivati uno dopo l’altro, la passione per il biliardo, a pesca la mattina presto, a parlare di calcio in TV, l’arte della parola, la leggerezza della vita. Geniale e beffardo come può essere un dribbling. Solo l’ultimo non gli è riuscito”.

Ecco, prima ancora di aiutarci con Wikipedia, da Daniele Barone abbiamo la summa della vita di Pace. L’affabulazione era resa della tv, del talento da ala destra, da calciatore, ricordavamo qualcosa, da allenatore sì, ora rammentiamo, al Modena. Già, con i canarini fece bene. Formidabile quel Catanzaro, autore di un settimo posto sensazionale, fra i migliori piazzamenti nella storia della Serie A per capoluogo poveri, di secondo piano. Sono rarissimi i settimi posti assoluti per sarde (il Cagliari vinse lo scudetto), siciliane (due Europa del Palermo), il Catania al massimo è arrivato ottavo, con Rolando Maran. È certamente il miglior risultato nella storia della Calabria, la Basilicata mai è arrivata in A, il Bari non si è mai issato in quella posizione, neanche Lecce e Foggia, andando a memoria, tantomeno il Taranto o il Brindisi. Non controlliamo di proposito, ma l’Avellino magari è stato capace, l’Ascoli sì, con Bellotto trequartista e Mazzone in panchina, ma allora non c’erano le coppe. Già, pensateci, oggi il Catanzaro di Bruno Pace sarebbe stato in Europa, con il settimo posto, da questa stagione. Ricordavamo Pace a Pisa e a Catania e in Irpinia, ma che fosse in odore di Nazionale no, nell’82 avevamo 11 anni, l’avranno detto al Processo, dove Enrico Ameri era fra i più critici del ct poi campione del mondo.

Andiamo a vedere, allora, con le aquile giallorosse il capolavoro arrivò nell’81-’82, appunto, mentre nella stagione successiva venne esonerato al termine del girone di andata. In A aveva allenato, appunto, solo il Pisa. Da calciatore inizia a Pescara, si fece amare a Bologna, in A, a Palermo e a Verona. Nel 1966 in A con i rossoblù, dove fu primattore per 6 stagioni, con 112 presenze e 5 reti, più 21 (3) in Coppa Italia, ma giocò anche le coppe, in particolare 17 gare e 7 reti nelle Fiere, un’apparizione in Mitropa Cup e 7 presenze e 1 rete nel torneo anglo-italiano, manifestazione affascinanti, quindi la quarta e quinta coppa dell’epoca, contro le uniche due di oggi.
Su facebook, cattura la nostra attenzione il ricordo di Guido De Carolis, firma de il Corriere della Sera, in particolare per l’Inter, figlio di Federico, inviato fra serie B e zona salvezza del Corriere dello Sport, incrociato mille volte, dalle nostre parti.
“Ci sono flash, attimi” – scrive Guido, ex Libero e City, a Bologna – “dell’infanzia impressi nella memoria. Forse solo per una casualità, più probabilmente per un’emozione indelebile. Dopo 35 anni ricordo perfettamente Bruno Pace seduto in un pomeriggio di maggio nel salone di casa nostra a chiacchierare, ridere e fumare l’immancabile Marlboro in compagnia di mio padre. Sul tavolo c’era un pallone, di quelli di una volta con i pentagoni neri e gli esagoni bianchi e la scritta Valsport. Era ancora dentro la sua busta trasparente, riattaccata con lo scotch però. Si vedevano due firme. Una era quella di Wim Kieft, l’altra quella di Bruno Pace che a quei tempi allenava il Pisa. Si era ricordato di me, di “Guidiccio”, come mi chiamava lui, “che ha sempre fatto il tifo per me pure quando sono andato ad allenare a Catanzaro”. Mi regalò il pallone e una carezza. Perché Bruno era un fuoriclasse in campo e soprattutto fuori. Uno che non ho mai visto triste, cui piaceva scherzare e vestirsi da donna per scappare dal ritiro, uno che negli anni c’è stato sempre e ha sempre voluto bene alle sue città: Pescara e Bologna, dove aveva giocato e vissuto. Uno che da oggi non c’è più, ma ha vissuto per davvero, facendo il calciatore, il padre e l’uomo. E regalando un’indelebile carezza alla vita di un bambino. Ciao Bruno caro, magico Campione di casa mia”.
Roberto Carannante, della famiglia di campani: “Ciao grande mister, uomo intelligente, istrionico e competente, eri sempre sorridente e prendevi tutto con grande ironia. Penso che tra tanti allenatori che ho avuto sei stato quello che riusciva a gestire il gruppo meglio di tutti. Ora da lassù farai tante partite a carambola e sicuramente ci rincontreremo. Tvb R.I.P”.
Ermanno Pieroni, discusso ex ds: “Un caro amico, una persona scanzonata ricca di umorismo. È  stato uno dei primi allenatori, dopo l’invenzione del libero, di un calcio prettamente difensivo, a voler praticare ed inculcare nelle sue squadre una mentalità votata al bel gioco. Come non ricordare un suo Catanzaro. Riposa in pace caro Bruno. Un altro dei protagonisti della mia era che ci lascia”.

In carriera, Pace aveva giocato anche nell’Angolana, ovvero a Città Sant’Angelo, dove per anni era in Serie A la pallamano, e nel Lanciano, naturalmente lontano dalla Serie B assaporata per anni sino a un paio fa, prima del fallimento. Era un tornante destro di classe, esterno alto, diremmo nel calcio moderno. Maglia numero 7, dribbling e cross o tiro, all’epoca si giocava a 4-4-2 o a 4-3-3, con ruoli molto precisi: portiere; terzino destro, terzino sinistro; mediano, stopper, libero; ala destra, mezzala destra, centravanti, mezzala sinistra e ala sinistra. La panchina era a 5, con il portiere di riserva, uno o due difensori, uno o due centrocampisti e magari un centravanti-ala. Era i tempi in cui furoreggiava la radio e allora magari Sandro Ciotti parlava di mediano a sostegno, oppure di mediano di interdizione o di regista o di rifinitore. Centravanti-ala era un classico, per le riserve. O centravanti tattico, oggi falso nueve. Dal 1968 all’80, le frontiere erano totalmente chiuse, grazie a questi molti Bruno Pace sono riusciti a giocare in Serie A o B, a lungo, mentre oggi soprattutto gli elementi offensivi magari giocano un quarto di gara, da subentrati, senza mai sfondare, in A, chiusi da decine di stranieri. Ecco, oggi quel Bruno Pace magari si realizzerebbe in una bella piazza di serie C, tipo Giacomelli al Vicenza.

Altre notizie, su Pace. Aveva giocato a Palermo nella stagione 1972-73, in Serie A, disputando 22 partite. Era ricoverato da qualche mese in ospedale a Pescara a causa di un attacco cardiaco, una complicanza polmonare gli è stata fatale. Fu il presidente del Bologna Montanari, nel ’72, quando aveva 29 anni, a cederlo in serie B al Cesena, ma Pace rifiutò il trasferimento, accasandosi invece al Palermo. Nel ’74 l’ultima stagione in A.
Classe 1943, Pace ha vestito anche le maglie di Pescara, Prato, Padova, e Verona, poi le due abruzzesi piccole. Chiuse la carriera nel 1978, a 35 anni. Un anno dopo partì la sua carriera da allenatore che lo vide girovagare lungo tutto lo stivale: Modena, Catanzaro, Pisa, Bologna, Ancona, Catania, Sambenedettese, Francavilla, Avellino, Chieti. A inizio 2001 la chiamata a Foggia in C2, dove prese il posto del palermitano Ignazio Arcoleo, conducendo i rossoneri alla salvezza in una delle sue stagioni più travagliate.
Questa è l’occasione per ricordare altre tre squadre mitiche, da figurine. La Samb, con Gigi Cagni e Bogoni, dello stadio Ballarin, all’epoca, rossoblù marchiata magari con i jeans Casucci, poi genitrice di Walter Zenga e, a memoria, Stefano Tacconi. Il Francavilla, abruzzese a lungo protagonista anche in C1, con pensieri da B, irrealizzabili e irripetibili, Francavilla al Mare, Abruzzo. Come il Chieti, neroverde simbolo, per decenni, in C1, quando il Sassuolo magari rischiava la serie D e il Pordenone anche.
Dal palmares, invece. Era nella rosa campione d’Italia con il Bologna, eppure mai giocò, a 21 anni. Con i petroniani si aggiudicò la Coppa Italia del 1969-70 e appunto l’anglo italiano. In quella rosa c’erano Tazio Roversi e Ardizzon, Franco Janich e Cresci, Battisodi e naturalmente Bulgarelli, Perani e Beppe Savoldi, Augusto Scala (poi al Foggia) e Mujesan.
Il miglior Catanzaro di ogni tempo, invece, si fece battere all’ultima giornata dalla Juve, rigore di Brady, evitando lo spareggio scudetto fra i bianconeri e la Fiorentina, che a Cagliari si fermò allo 0-0. I portieri erano Zaninelli, 24enne mantovano, all’epoca spettacolare, e Gigi Bertolini, reggiano. In difesa Cardinali e Cascione (padre della bandiera di Pescara e Cesena), Peccenini (commentatore per Raisport) e Ranieri (Claudio, proprio), Tato Sabadini e Salvadori, Santarini. A centrocampo, il formidabile mediano Boscolo, Piero Braglia, anche prolifico, Costanzo Celestini, gregarione del Napoli, Valerio Majo, interno anche del Palermo, i fratelli Mauro (Gregorio era bravo, Massimo era fumoso, eppure giocò con Platini e Maradona, da titolare), l’interno di riserva Marino Palese, Antonio Sabato (che in Rai Martellini chiamava Sabàto), Bivi, Carlo Borghi ala destra, Roberto Borrello centravanti tattico e il romeno Viorel Nastase che segnò 5 reti.

Si ascoltavano alla radio 5 campi collegati sugli 8, le squadre erano 16, c’erano spesso nebbia e molti 0-0, difesa e contropiede ma era un calcio cult, che si passava dai primi tempi su Radio2, con Mario Giobbe, ai secondi su Radio1, con Roberto Bortoluzzi, dal 90° minuto di Paolo Valenti alla Domenica Sprint con Gianfranco De Laurentiis, padre di Paolo, vicecaporedattore a Il Corriere dello Sport. E prima di andare a dormire la Domenica Sportiva, magari con il commento del pugnace Gualtiero Zanetti, pochi capelli e molta vis polemica, già direttore de La Gazzetta dello sport. I giornalisti allora erano ieratici, spigolosi, magari spocchiosi come Gianni Brera. I duelli dialettici infiammavano, al Processo del lunedì. Le firme assumevano volti e così da bambino mi trovavo a tifare per Ezio De Cesari de Il Corriere dello Sport. “È il più intelligente”, sentenziava mio papà Vasco, leggendo qualche cronaca il lunedì. Non amava l’appiattirsi, il coro comune, la Gazzetta dello sport per forza. A me piaceva tanto Vladimiro Caminiti, di Tuttosport, lo tifavo contro la supponenza di Brera. All’epoca si fumava in tv e a tifare la Fiorentina c’era il regista Franco Zeffirelli o magari il pittore Guttuso, che magari sosteneva un’altra squadra, comunque c’era spesso. Era un calcio che diventava assolutamente abbacinante, nella sua pochezza e sobrietà, con pochi gol e ritmo basso, possesso palla lento ma avvincente, raccontato magari dalle firme de Il Giorno, Gian Maria Gazzaniga, e de Il Giornale, chissà se all’epoca capeggiato, allo sport, proprio da Alfio Caruso, il compare Alfio citato da Tony Damascelli su L’Indipendente, nel ’95. Roberto Beccantini era in Gazzetta, Marco Ansaldo 26enne già probabilmente a La Stampa, ma imperavano Gpo Ormezzano e Bruno Perucca su La Stampa, anzi gli occhi a fessura di Bruno Bernardi, Bb, per Giancarlino Laurenzi, oggi direttore de Il Corriere Adriatico, quando entrambi erano a La Stampa, a inizio millennio. A Il Corriere della Sera firmavano Mario Gherarducci e Nino Oppio, magari già Fabio Monti, mentre Piercarlo Alfonsetti era a La Stampa, con Franco Badolato. C’era La Notte, pagine gialle, il lunedì, con Guido Lajolo al Milan e Danilo Sarugia sull’Inter. Imperavano i regionali, le radio private conoscevano un piccolo boom, assieme alle prime tv provinciali. Non c’erano barbarismi né orde di barbari negli stadi, al massimo confronti asperrimi in tv fra Lino Cascioli de Il Messaggero e Gianni Melidoni poi a Il Tempo, fra Piero Sessarego de Il Secolo XIX e magari Mario Sconcerti de La Nazione o giù di lì. Repubblica il lunedì era lontana dall’uscire, Avvenire neanche oggi esce. E insomma scriveremmo per ore di sport che era già anche letteratura, con firme eroiche, volti tirati e sigarette, macchina da scrivere e taxi, alcolici e rapporti diretti con dirigenti e maneggioni. Era un giornalismo da anche 250 righe, come questo pezzo, magari se ne facevano tre. Era una droga. Ecco, di quel calcio ci manca tutto, anche il Modena del ’79-’80. Il Modena adesso non c’è proprio, è fallito, ma all’epoca con Pace in panchina tornò in C1, con Stefano Cuoghi poi eroe di Wembley con il Parma e il portiere Bruno Fantini, con Cesare Maestroni, nostro vicino di tv, ad Antenna1 Modena, in questo decennio, e il biondo Ennio Ori, poi alla Reggiana, con Raffaello Vernacchia in avanti, visto per anni su Trc Modena, con Leonildo Turrini, firma del Qn. Il calcio era poesia e filosofia, il profilo da greco di Bruno Pace. Chissà cos’aveva fatto negli ultimi 15 anni, dalla panchina dauna, nel 2002. A 59 anni si era autopensionato, pensare che Trapattoni ha allenato sino a 74…

Pace aveva gli occhiali grandi e i capelli bianchi. Era un po’ il Giampaolo dell’epoca, altro filosofo abruzzese. Adesso si trova lassù, a discettare di calcio in provincia con quei grandi giornalisti dell’epoca, mentre i viventi sono in pensione. C’era archivi infiniti e memorie da elefante, specialisti e polemisti, tattici e inventori di neologismi. Anche giornalisti tifosi ma non opportunisti. Niente tv, video, smartphone, Mcdonald, magari bistecche e braciole. Arrosticini abruzzesi.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

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