Assocalciatori.it. La prima coppa Intercontinentale del Milan, 50 anni fa la drammatica sfida con l’Estudiantes. Le testimonianze di Lodetti, Sormani e Combin. Il francoargentino: “Pensavano fossi un disertore”

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Mezzo secolo è passato dalla prima coppa Intercontinentale del Milan, fu in Argentina, il 22 ottobre del 1969 contro l’Estudiantes.
Come andò lo vediamo riportando alcuni fra i tanti articoli usciti sulla storia di questo doppio confronto, intanto recuperiamo il tabellino rossonero. A San Siro finì 3-0, doppietta di Sormani, negli anni noto come opinionista tv, e gol di Combin. Giocarono Cudicini; Malatrasi, Anquilletti, Rosato e Schnellinger in difesa, Lodetti, Rivera e Fogli a centrocampo, in avanti Sormani (sostituito al 20’ st da Rognoni) e Prati. Al ritorno, a Buenos Aires, 2-1, con vantaggio di Rivera alla mezz’ora, reti argentine di Conigliaro e Aguirre Suarez. L’allenatore Nereo Rocco propose la stessa formazione, uscirono per infortunio Prati, sostituito da Rognoni al 37’, e Malatrasi, al 9’ del secondo tempo per Gino Maldera, il più vecchio dei fratelli: Aldo sarebbe arrivato in nazionale e a vincere da titolare lo scudetto della stella con il Milan e il secondo con la Roma.

Iniziamo l’amarcord da Avvenire, il quotidiano cattolico che affida al siciliano Sergio Taccone il racconto.
«…Un incontro trasformato dagli argentini dell’Estudiantes in aggressione permanente verso i giocatori rossoneri. È appena uscito un libro “Milan, gli eroi della Bombonera”, di Gianandrea Bungaro (Milieu Edizioni, euro 22,90) che ricorda la serata attraverso un efficace percorso di storie e immagini. La squadra di La Plata era la compagine fenomeno di quegli anni, con Carlos Bilardo (futuro ct dell’Argentina campione del mondo) e Juan Ramon Veron (padre di Sebastian, ex Lazio e Parma) come elementi di spicco. Angelo Benedicto Sormani, uno degli “eroi milanisti”, ricorda: “Gli argentini cominciarono ad intimidirci già a Milano. Negli spogliatoi della Bombonera avvertimmo un clima pesante. Rocco ci aveva preparati al peggio. Il 3-0 dell’andata ci diede forza ma sapevamo di dover affrontare una battaglia. All’uscita dagli spogliatoi ci trovammo senza protezione e dalle tribune arrivò addosso a Lodetti caffè bollente. Mentre eravamo schierati a centrocampo per la foto, i giocatori dell’Estudiantes entrarono con undici palloni che ci scagliarono contro”. 
La svolta della partita fu il gol di Rivera alla mezzora. “Dopo, il portiere argentino Poletti calciò con violenza il pallone verso Prati che fortunatamente fece in tempo ad abbassarsi. Da quel momento gli avversari trasformarono l’incontro in corrida, con fallacci, calci e cazzotti”. 
Prati lasciò il campo a causa di una pedata di Poletti sulla schiena. Le reti di Conigliaro e Aguirre Suarez, prima dell’intervallo, servirono solo per le statistiche. Nella ripresa vennero espulsi gli argentini Malbernat e Manera. Ad avere la peggio fu Combin: il famigerato Poletti, al culmine della frustrazione, gli sferrò un cazzotto, spaccandogli naso e zigomo. Verrà radiato dalla sua Federazione. “Quello che venne fatto a Nestor fu pazzesco, in campo e negli spogliatoi” – ricorda Sormani – “I difensori avversari lo picchiarono sistematicamente. A fine gara arrivarono negli spogliatoi componenti della polizia argentina che gli contestarono il reato di renitenza alla leva, arrestandolo. Il presidente Franco Carraro si buttò sul cofano dell’automobile che si stava portando via Combin. Furono attimi di altissima tensione”.
Una serata di sport assunse contorni kafkiani. Il milanista, argentino di nascita ma naturalizzato francese, pagò a caro prezzo il gol segnato a San Siro. Carraro sollecitò l’ambasciatore italiano per il rilascio dell’attaccante. Rocco, abituato alle battaglie sportive, affermò: “E’ un miracolo essere usciti vivi dallo stadio”.
E Sormani aggiunge: “Era una squadra fortissima, che alla fine degli anni 60 vinse tutto quello che si poteva vincere”. Estudiantes-Milan passerà alla storia come una delle partite più violente, una caccia all’uomo in assenza di qualsiasi forma di sicurezza. All’aeroporto tutti attesero Combin. “Senza di lui, non si parte”, disse il Paron. La situazione si sbloccò dopo oltre tre ore di attesa. Fu la fine di un incubo».

Altri particolari da La Stampa, con Gigi Garanzini, classe 1948, piemontese, che aveva certamente seguito dalla tv quella serata.
“Cinquant’anni fa a Buenos Aires, la notte della vergogna e della leggenda. La vergogna degli argentini dell’Estudiantes, drogati come cavalli e violenti come mai si era, si è visto in diretta tv su di un campo di calcio; la leggenda di un Milan che ne uscì con prognosi più o meno riservate ma con la sua prima Intercontinentale. I sudamericani coltivavano un’idea oscena su come riaprire i conti dopo l’andata. Cominciò con la scelta della Bombonera, il cui cocktail di benvenuto furono getti di caffè bollente, continuò con entrate da codice penale e cazzotti di ogni sorta, preferibilmente agli avversari a terra, si concluse con una squalifica di 20 giornate a Manera, di 30 ad Aguirre Suarez e a vita al portiere Poletti. Comminate dalla federazione argentina, ma ispirate direttamente dal presidente della repubblica perché l’eurovisione tutto o quasi tutto aveva immortalato: poi parzialmente e ovviamente condonate.
Se parliamo di calcio, segnò per primo Rivera. Che intercettò un pallone a metà campo, lo appoggiò a Combin scattando profondo, riavendolo in piena corsa nonostante l’entrata sul centravanti, dribblò in uscita il portiere-delinquente, tenendosi bello largo, e poi appoggiò in porta con tutta calma mentre la muta di inseguitori rinveniva invano. A proposito di abatini. Poi rimontarono Conigliaro e Aguirre Suarez, ma non andarono oltre un po’ perché di fronte c’era pur sempre la famosa Maginot del Paròn e un po’ perché in un soprassalto di tardiva, molto tardiva dignità, l’arbitro cileno si decise a cacciarne un paio. 
Se parliamo di tutto il resto non c’è che l’imbarazzo della scelta. Pierino Prati steso da un fallaccio, al quarto d’ora, assistito da medico e massaggiatore, e ricolpito mentre si sta rialzando da un calcio alla schiena del portiere, in libera uscita ben oltre il limite dell’area. Il dottor Monti scalciato a sua volta, di punta, alla schiena mentre sta provando a rimettere in sesto Rivera. Rocco che si sgola con Maldera troppo lontano dall’avversario, staghe visìn, staghe visìn, e lo sventurato che replica ma quello mi punge, perché effettivamente impugnava un lungo ago e sapeva come usarlo. E poi il cazzotto a freddo a Combin con frattura del setto nasale. Era lui, Nestor Combin, argentino di nascita poi naturalizzato francese, il vero obiettivo di quella banda di energumeni di cui faceva parte, a pieno titolo, anche Bilardo, futuro ct argentino campione del mondo a Mexico ’86 grazie alle magìe di Maradona. E proprio a Combin provvide il comitato di accoglienza, prima, durante e dopo. Prima con gli insulti più feroci fin dallo sbarco. Durante, in campo, con una serie di entrate a rompere cui riuscì per miracolo a scampare fino al pugno del kappao. Infine nel dopopartita, quando a dispetto di una faccia che più sfasciata non si poteva fu arrestato in spogliatoio come renitente alla leva. Lo portarono via i poliziotti, caricandolo su una sorta di volante. E il primo ad accorgersene fu uno storico tifoso milanista, a nome Barbaini, commerciante di riso e habituè del covo rossonero dell’Assassino, che invano provò ad aggrapparsi all’auto che sgommava. Si prese anche qualche manganellata: ma almeno lanciò l’allarme raccolto dal presidente Carraro e dall’avvocato Sordillo i quali subito annunciarono che il Milan senza Combin non sarebbe rientrato in Italia. Saltò fuori un documento attestante che il servizio militare Combin lo aveva svolto in Francia. E dopo qualche ora l’ambasciatore italiano in persona accompagnò il centravanti alla scaletta dell’aereo. Combin riapparve in pubblico qualche giorno più tardi, con naso e zigomo da far paura, alla messa cantata della Domenica Sportiva. La conduceva Enzo Tortora, e anche da qui si capisce come passa il tempo, che con tono di circostanza gli disse: «Tutto a posto col militare. Ma lei non risulta in regola con il canone di abbonamento».

Su Leggo, anche nella versione online, Marco Zorzo dà la parola a Giovanni Lodetti, uno dei leoni di Baires: «Più che una partita di calcio è stata una guerra. E quello che capitò a Combin è stato da film dell’orrore. Anche per colpa nostra, non dovevamo portarlo in Sudamerica. Lo hanno picchiato e poi addirittura arrestato negli spogliatoi dopo la gara perché considerato un traditore dell’Argentina. Ricordo che Bilardo mi aveva rincorso per tutto il campo… è stata una delle mia più grandi soddisfazioni. Alla pari del mio provino con il Milan, al termine del quale mi dissero: ok sei dei nostri. E poi dovevo rifarmi dalla finale persa con il Santos di Pelè nel 1963 allo spareggio: 1-0. Subimmo un furto clamoroso, in Brasile».

Infine Il Fatto Quotidiano, con Alberto Facchinetti, ne sintetizziamo passaggi.
«Da tre anni in Argentina i militari avevano preso con Juan Carlos Ongania il potere e non volevano farsi vedere come quelli brutti, cattivi e perdenti. Servivano dei colpevoli, ne troveranno tre che finiranno per un mese in carcere. Ricorda Sormani: “Stavamo attendendo gli avversari sul tunnel, prima di entrare in campo. Battendo i tacchetti sul pavimento, si posizionarono parallelamente alla nostra fila ordinata. Il loro capitano lanciò un segnale ai compagni, che ci urlarono in faccia un loro grido di battaglia. L’impressione è che fossero pompati”.
Combin è nato in un paesello in provincia di Santa Fe. Con la sua famiglia si trasferì presto in Francia, dove diventò professionista, esordendo pure con la nazionale. Da cinque anni era in Italia, Nereo Rocco l’aveva avuto al Toro e se l’era portato al Milan. Qualche anno fa Raul Madero, giocatore di quell’Estudiantes e poi medico ufficiale della Seleccion di Bilardo e Maradona, diede al Grafico una versione inedita: “Tutto partì da una provocazione di Combin che disse ad Aguirre Suarez: ‘In un mese guadagno quello che prendete voi in due anni’. Allora el Negro gli rispose: ‘In Argentina ti rompo la testa’”.
Quell’Estudiantes era una squadra di provocatori. L’aveva costruita Osvaldo Zubeldia, un allenatore arrivato cinque anni prima a La Plata, senza un grande curriculum e con la squadra che arrancava nella parte bassa della classifica. Puntò sui giovani del vivaio. Senza pensare troppo al bel gioco, vinsero un campionato argentino, un’intercontinentale e due Libertadores (arriveranno a tre). I tifosi biancorossi impazzirono di gioia, meno il resto dell’Argentina. Non era mai successo che squadre non della capitale avessero vinto così tanto e il tipo di calcio giocato non venne mai pienamente apprezzato.
Ancora Sormani: “Per tutta la gara ricevemmo sputi, gomitate e pedate. Siamo stati bravi a non rispondere. Se il risultato si fosse messo male per noi, non so come sarebbe finita. Sicuramente qualche cazzotto l’avrei tirato anch’io”.
Combin venne considerato un disertore, non avendo fatto il servizio militare in Argentina. Era già capitato che Angelillo avesse saltato delle tournée sudamericane e il libero Miguel Longo non fosse partito con il suo Cagliari per lo stesso motivo. Il Milan però si era informato al consolato dove aveva avuto tutte le rassicurazioni possibili. Alla fine rilasciarono il povero Combin e partirono verso Milano tutti insieme. Lodetti allora guardò fuori dal finestrino dell’aereo e fece un liberatorio gesto dell’ombrello. Intanto in Italia si era sparsa la voce che in volo Pierino Prati, un altro uscito malconcio dall’incontro, fosse morto. L’abbraccio con la moglie che lo aspettava disperata agli arrivi di Malpensa fu commovente.
Marcos Conigliaro aveva segnato un gol anche nell’Intercontinentale vinta l’anno prima con il Manchester United: “La partita” – spiega – “venne televista anche in Europa. I militari volevano dare un esempio e ne arrestarono tre dei nostri. L’anno seguente giocammo la finale con il Feyenoord e i militari entrarono nel nostro spogliatoio prima della gara, avvisandoci che se ci fosse stato qualche incidente, saremmo finiti tutti in carcere”.
I tifosi dell’Estudiantes stazionarono per giorni davanti alla prigione dove erano rinchiusi i tre calciatori. Bilardo andava a trovarli appena poteva e un giorno disse: “La gloria o Devoto”. Il nome del carcere di Buenos Aires. Nel 1968 il generale Ongania li aveva ricevuti alla Casa Rosada per festeggiare la vittoria sullo United, un anno dopo tre dei suoi compagni erano finiti dietro alle sbarre. “In questo paese hai la gloria se vinci e Devoto se perdi”.

Altri passaggi da Il Giornale, che al ricordo ha dedicato una pagina intera, con Massimo Maria Veronese, che ha parlato con Combin.
«Pensare che erano medici. Oscar Malbernat, il capitano di quella sporca dozzina, chirurgo e dentista; Raul Madero, il libero, psicologo e traumatologo, che sarà il «doctor» della nazionale argentina campione del mondo e di Diego Armando Maradona; Carlos Bilardo, detto Alma Mater, il ct di quell’Albiceleste, ginecologo, sempre pettinatissimo e con il naso triste di un italiano in gita, visto che i suoi erano siciliani di Mazzarino, provincia di Caltanissetta. Ma gli Estudiantes de La Plata di fine anni Sessanta, mai così forti come in quegli anni, erano una banda di gangster, un branco di picchiatori scientifici, sempre sul confine, e spesso oltre della delinquenza pura e semplice. Nemmeno l’Argentina, innamorata dei Sivori e dei Di Stefano, li amava: li chiamavano «pungitopi», erano diversi, bastardi senza gloria.
“Il giorno in cui sbarchiamo all’aeroporto di Buenos Aires” – ricorda Combin – “appena scendo la scaletta vedo un soldato con la mitraglietta che mi fissa. Penso: ahi, ahi, ahi, questo è qui per me… Ovunque mi sposto ce n’è uno diverso che mi segue e mi fissa. Lo dico a Nereo Rocco: mister, mi sa che qua io ho un problema…”. Nestor Combin farà 79 anni a dicembre, vive vicino a Montpellier, a due passi dal mare “e ho le ginocchia che non mi seguono più. Vivo in Francia da più di quarant’anni ma il mio cuore è rimasto da voi, a Torino, a Milano: l’italiano somiglia molto all’argentino, per me era come essere a casa. Anche perché ho guadagnato tanti soldi…”.
A Lione trovò una squadra, l’Olympique, e una ragazza Colette. “Sono 56 anni che siamo sposati e più passano gli anni e più amo mia moglie”. Poi la Juve con Heriberto Herrera, il Varese, tre stagioni al Torino e le due al Milan. A Baires quando servì a Rivera l’assist per l’uno a zero quasi gli staccano una gamba. “Picchiavano tutti ma soprattutto me. Hanno cominciato a sputarmi addosso, poi calci da tutte le parti, soprattutto quando avevo la palla. Pensavano fossi un disertore, che fossi scappato dall’Argentina senza aver fatto il servizio militare. Mi guardavano con lo sguardo carico d’odio come fossi un delinquente, ma i criminali erano loro». 
Il tabellino sembra un bollettino di guerra: Malatrasi, contusioni al torace; Prati, trauma cranico; Cudicini ferite lacero-contuse al braccio destro; Rivera vasto ematoma al torace. Rocco sdrammatizza: «Domenica in campionato farò giocare i vivi…». Nestor ha il volto sfigurato, il naso fratturato, l’occhio sinistro chiuso, lo zigomo gonfio, la mandibola mezza fracassata e i segni di due tacchetti sulla guancia sinistra: “Avevo paura mi ammazzassero, ma anche di perdere un occhio. Disgraziatamente feci venire mia madre a vedere la partita, si fece 400 chilometri in treno per essere lì. Rimase sconvolta. Dopo mezzo secolo non si sono mai scusati».
Il Milan aspettò la sua liberazione. “Mi aspettarono in aeroporto, con una torta gigante e lo champagne, gridando tutti il mio nome. Ho cominciato a piangere come un bambino, da un occhio solo…”».

Torniamo noi, per chiudere. Di quel Milan sono scomparsi Anquilletti, Rosato e Rognoni (nell’86, fra i primi per la Sla), Bruno Mora e Carlo Petrini, che erano in rosa. 
Non ci sono più neppure il mitico Nereo Rocco, il vice Marino Bergamasco e l’aiuto allenatore Cesare Maldini, che aveva smesso da poco. Il Milan rigiocò per salire sul tetto del mondo 20 anni dopo, con Arrigo Sacchi in panchina, battendo ai supplementari l’Atletico Nacional, squadra colombiana, e l’anno successivo, superando per 3-0 l’Olympia Asuncion. Poi tre sconfitte con Capello in panchina, con il San Paolo e il Velez Sarsfield, e nel 2003 con Ancelotti, ai rigori con il Boca Juniors. Dal 2000, è diventato mondiale per club e il Milan l’ha vinto con Ancelotti, per 4-2 sempre sugli argentini. Mai, però, per fortuna, ci furono altre serate così tumultuose. Ai massimi livelli, fu la partita con maggiori conseguenze fisiche della storia.
 
Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

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