Assocalciatori.it. Addio a Gianni Mura, narratore di calcio e di enogastronomia. “Tenevo il Chievo finchè Campedelli non assunse Bettarini come uomo immagine. Hanno successo i giornalisti tifosi, la negazione del giornalismo”. Garanzini: “Il processo del lunedì la domenica notte a tavola, grazie a Bartoletti”. Maietti: “Il ricordo di Brera ci allontanava, per pudore”. I vibranti racconti di Avvenire e Libero, di Repubblica e Corriere della Sera, de La Stampa

(assocalciatori.it)

https://www.assocalciatori.it/news/il-pallone-racconta-gianni-mura

E’ morto Gianni Mura, la firma principesca di Repubblica, per lo sport, da almeno 30 anni. Vi entrò nell’83, con contratto a termine, su Repubblica.it peraltro leggiamo dal ’79, evidentemente fu la prima volta che vi aveva firmato un articolo. 

Lo leggevamo da inizio anni ’90, da quando ci abbonammo, per un anno, a una dozzina di quotidiani, studiandoli. Era tale il piacere, la passione, che diventava poi difficile trovare anche il tempo per scrivere. E Gianni era proprio così, solo che lavorava dalla redazione, a Milano, e ci aveva permesso di riprendere la sua scrivania, mentre altri si sono rifiutati, considerandola troppa privata. Non si può essere simpatici a tutti, ma era difficile trovare un oppositore di Mura, onestamente, perchè troppo gentile con chiunque. Gianni era proprio così nel senso che leggeva tutti i quotidiani possibili, anche i regionali, spariti ormai da molte città di provincia come la nostra.

Sostiene Cristiano Gatti, firma de Il Corriere della Sera, dopo una vita fra Il Giorno e Il Giornale, che ogni volta che muore un grande ciascuno si fa un po’ grande raccontando il suo grande che non c’è più, la foto, l’autografo, il dialogo. Vero, noi apparteniamo a questa categoria.

Qui, in realtà, allora, essendo assocalciatori.it dovremmo sentire quanti più calciatori possibili, ma sarebbe difficili, con la comunicazione controllata di oggi e allora intanto pubblichiamo un nostro inedito, ovvero una chiacchierata con Gianni che sarebbe dovuta uscire su Il Giornale di Sicilia, alla vigilia di un Chievo-Palermo, nel 2013.

Il Chievo aveva un fan d’eccezione, Gianni Mura, il più noto dei giornalisti sportivi italiani: è l’erede di Gianni Brera.

Mura, non era sostenitore del Cagliari?

“Per le origini di papà Antonino, sardo. Lui però teneva l’Inter, andavamo a San Siro e diventai fan di Antonio Valentin Angelillo, tecnico del Palermo nell’85-‘86: c’ero quando battè il record di 33 gol in una sola stagione, in serie A, contro la Lazio. Quando arrivai alla Gazzetta dello Sport, mi consigliarono di nascondere le simpatie, oggi la figura del giornalista tifoso è una sciagura, anche se rende in popolarità. Peraltro diventa noioso scrivere senza minimo di partecipazione”.

E allora ammira le piccole squadre.

“Non particolarmente ricche ma coraggiose: il Foggia di Zeman, il Pescara di Galeone, la stessa Atalanta di Mondonico. Vidi esordire il Chievo in A, a Torino, al 10’ era in vantaggio 2-0, vinse la Juve 3-2, eppure con mister Gigi Delneri mi fece una bella impressione. Andai a Verona per raccontare i gialloblù, le cose funzionavano come quando cominciai la professione: entravo in spogliatoio e parlavo con chi volevo; l’ex centravanti Marco Pacione, addetto stampa, semplificava il mio compito. E i giocatori erano normali, non divi”.

Oggi al Bentegodi tifa gialloblù?

“Non più. Da quando avevo letto di Stefano Bettarini uomo immagine, costato 80mila euro di multa per le scommesse”.

L’ex Eugenio Corini viaggia a ritmo di Europa League, con i gialloblù.

“Lo incontrai a pranzo, a Mondello, al Bye bye blues, al Palermo viveva l’onorata vecchiaia del regista. Non mi aspettavo partisse così bene, ha coraggio nell’escludere Pellissier: deve decidere se difendere a 5 o 4, intanto ringrazia il multiuso Thereau e Luca Rigoni”. 

Luca Campedelli è il suo presidente preferito?

“Perchè non parla anche per mesi, pur essendo molto preparato sulla storia del calcio, soprattutto inglese. Cita spesso papà Luigi: “Meglio star zitti e far pensare che sei un po’ stupido che parlare offrendone la certezza”. Il ds Giovanni Sartori, da 27 anni al Chievo, ha detto no a molte società più quotate. 

“Peccato solo che la rosa abbia l’età media più alta del campionato”.

Come immagina la sfida con il Palermo?

“Molto tattica, fisica. Vince chi segna per primo e penso la squadra di Malesani, giocherei l’X2. Con Gasperini si è aggiudicata appena 3 partite, eppure non è male, neanche individualmente. Rappresenta la maggiore delusione: incidono questioni psicologiche, non sono abituati a stare in fondo. Dybala è interessante, Miccoli segna in tanti modi, se sta bene. Forse è debole la difesa, Sorrentino sarà sommerso dai fischi, comunque non uscirà senza punti dal Bentegodi”.

E’ a 4 punti dalla salvezza, in 14 giornate ce la può fare?

“Da ogni partita è obbligato a tirare fuori il massimo. Sarà più difficile con il Genoa, poi a Torino e contro il Siena, in queste 4 sfide si gioca molto. Alberto Malesani si beccherà anche più improperi di Sorrentino, i clivensi non gli hanno perdonato l’esultanza per quel derby vinto con il Verona su autogol”.

Da critico gastronomico, qual è il suo piatto siciliano del cuore?

“Il caciocavallo all’Argintera, dal nome del quartiere. E’ una portata povera, una semplice fetta di formaggio sulla brace con un po’ di aceto. Veniva cucinato la domenica, sembra quasi carne. E a Mondello amo gli spaghetti con i ricci”.

Mura, quante volte è sceso al Barbera?

“Almeno due per la nazionale e alcune per le grandi partite del Palermo. Ricordo il buon mangiare per strada, attorno allo stadio, le bancarelle dai panini con la milza”.

Fin qui il nostro testo, di una chiacchierata naturalmente molto più ampia, peccato non averla registrata, ma allora non avevamo la mania dei video…

Intervista che abbiamo segnalato al Chievo, ma ricordavano della simpatia di Mura per il musso, tant’è che l’hanno ricordato sul sito.

Un altro incontro nostro con Mura era stato a Reggio, nella nostra città, in Emilia, alla festa dell’Unità, un 25’ sulla carriera, proprio. Con un monito, a un certo punto, di Gianni, sulle interruzioni. L’emozione ci aveva colto alla vigilia, classica insonnia, di fronte c’era il punto di riferimento per tanti, che fanno il nostro mestiere. Ci aveva citati almeno due volte, da Avvenire, per un passaggio con Delio Rossi, sulla guerra in Darfour e un’altra volta. Gianni ci raccontò il suo percorso professionale, da La Gazzetta dello sport, con bocciatura all’esame da giornalista, professionista, al passaggio a Gente e poi all’Occhio, di Maurizio Costanzo, testata dei primi anni ’80, di cui onestamente avevamo sentito parlare pochissimo. Il resto è Repubblica, con la rubrica domenicale lettissima, Sette Giorni di cattivi pensieri, e poi il fondo del lunedì (alternato negli ultimi anni a Maurizio Crosetti) e poi la partita e le pagelle (per anni), ancora della nazionale, e poi il Tour, neanche il ciclismo.

L’ultimo incontro fu due estati fa a Repubblica, a Milano, nel palazzo che ospita anche La Stampa. Eravamo sorpresi che Gianni ci riconoscesse, dal momento che i nostri incontri si erano rarefatti, e lì ci permise, appunto, di riprendere la scrivania.

Anni fa, invece, dopo quell’intervista non pubblicata, ci consolò, più di altri, di fronte al dramma della precarietà, alla mancanza di contratti, pregandoci per la verità di non essere assillanti, nella corrispondenza, per mail. “Poi io sono gentile e rispondo a tutti”.

Era proprio così. E allora capitava che neanche segnalassimo pezzi che avessero senso per la sua rubrica, si va spesso di automatismo mentale.

E mentre noi con la chiusura del nostro canale principale su youtube, ad aprile, abbiamo perso 28mila video fra i quali anche la serata in festa con Mura, lui nel tempo si era dotato almeno del telefonino: nel ’99 e 2000, ai tempi della nostra corrispondenza dall’Emilia Romagna con radio Capital non l’aveva: “Ma poi mi ero piegato”.

Parlando a lungo con Gigi Garanzini, firma de La Stampa, è emerso che non usasse il computer, solo la macchina da scrivere, come vezzo, questo non l’avevamo colto. Magari usava il computer solo per navigare e rispondere ai lettori, strano che non scrivesse con la tastiera gli articoli, davamo per scontato che si fosse adeguato.

Di certo non aveva whatsapp, fra i nostri abbiamo solo Carlo Muraro, fra gli assonanti. E Gianni era proprio il re del pun, il gioco di parole, un colpo di tacco lessicale lo regalava spesso.

Andrea Maietti, di Lodi, era un suo affezionato, lo considerava l’erede di Gianni Brera, ma i due si vedevano pochissimo. “Perchè – racconta il professore di 78 anni – entrambi avevamo il pudore di tenere per noi i ricordi”.

Potremmo scrivere per ore, andando a ripescare i Sette giorni e le recensioni di ristoranti – che noi raccontiamo in video, quando non ci fermano, a volte persino fuori dal locale -, su Il Venerdì di Repubblica, fra le ospitate in Rai e un dopogiro. “Nel ’95 – rammenta Garanzini – l’avevo invitato a Il Processo del Lunedì, anticipato alla domenica notte, con l’uscita di Aldo Biscardi dalla Rai. Fu un’idea di Marino Bartoletti, ovvero mi concedette lo spazio, girai il piano a entrambi, non c’era budget e alla tv Gianni era istintivamente ostile, disse di sì solo perchè avremmo imbandito il tavolo come fosse in osteria. Già lì si mangiava qualcosa e poi saremmo andati in un’osteria vera, alle 2, a fine programma, da un nostro affezionato, trentino, a Milano.

Potremmo andare avanti per ore, con i ricordi Matteo Marani e di Paolo Condò, dello stesso Crosetti e di Mario Sconcerti. Che in realtà preferisce con whatsapp e al telefono dire nulla. “Perchè starei troppo male”.

Erano stati a Repubblica per 4 stagioni intense, assieme, l’editorialista de Il Corriere della Sera dalla fondazione all’87, Mura appunto dall’83, e Garanzini ricorda che fu Sconcerti a concordare la rubrica della domenica.

Qui però parliamo di calciatori, neanche di calcio, e allora storicamente Gianni si schierava per loro, ovvero per noi, stavolta non maiestatis.

Dunque, i calciatori per Gianni era centrali, mille volte aveva bacchettato i padroni del vapore, ovvero i presidenti e i direttori sportivi o generali, e onestamente non aveva torto. Perchè, come ci raccontava anni fa Delio Rossi, per Avvenire: “State pur tranquilli ma i presidenti il loro tornaconto ce l’hanno sempre…”.

Già, lo dice anche un allenatore.

Chiudiamo con una serie di link, di rimandi a ricordi appassionanti.

Massimiliano Castellani: 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/giannimuraricordo.

E poi Sconcerti, sul Il Corriere della Sera. Ma scrivere è obiettivamente diverso rispetto a parlare, con o senza telecamera.

https://www.corriere.it/sport/20_marzo_22/morto-gianni-mura-fuoriclasse-trovare-parole-quando-io-lui-brera-lavoravamo-assieme-31016e88-6bbb-11ea-8bdc-8d7efa0d8720.shtml?refresh_ce-cp

Naturalmente, su www.sport.repubblica.it ci sono i ricordi raccolti da Cosimo Cito, dal capo dello sport Francesco Saverio Intorcia, i video dei racconti con Giuseppe Smorto, a Repubblica sino a pochi mesi fa.

Su La Stampa, Gianluca Oddenino (nel cartaceo Gigi Garanzini)

https://www.lastampa.it/sport/2020/03/21/news/addio-a-gianni-mura-maestro-del-giornalismo-e-storica-dello-sport-italiano-1.38620049.

E poi Alessandro Dell’Orto su Libero.

“Caro Gianni, ti sia lieve la terra”, scrisse più o meno così anche lui di Gianni Brera, su Repubblica, nel ’92, quando morì il suo padre letterario. Mura non aveva figli, ma tanti amici. Sparsi per l’Italia.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

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