Assocalciatori.it. Mauro Bellugi, la scomparsa dell’ex difensore di Inter, Bologna, Napoli e Pistoiese

(assocalciatori.it)

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La versione integrale del pezzo pubblicato su Assocalciatori.it

Mauro Bellugi non ce l’ha fatta, si è spento stamane a 71 anni, vittima delle conseguenze del covid.

A inizio novembre era stato ricoverato per problemi legati all’anemia mediterranea, risultando positivo al coronavirus. Per salvarlo i medici furono costretti ad amputargli le gambe, Bellugi era ancora in ospedale dove aveva cominciato la riabilitazione. “Mi hanno tolto anche la gamba con cui ho segnato al Borussia — raccontava — Moratti vuole prendermi le protesi”. Dopo i due interventi, sembrava in grado di riprendersi, ma era sempre ricoverato al Niguarda, a Milano, dove era stato operato. Nelle ultime settimane c’erano state complicazioni, un’infezione che si è rivelata fatale.

Lascia la moglie Loredana e la figlia Giada, che aveva avuto dalla prima moglie Donatella. I funerali martedì 23 febbraio alle 11 nella basilica di Sant’Ambrogio.

32 volte azzurro, aveva vestito le maglie di Inter, Bologna, Napoli, Pistoiese. Il suo unico gol in carriera con l’Inter fu in Coppa Campioni contro il Borussia Monchengladbach, il 3 novembre 1971, vinta 4-2. Con grande forza d’animo Bellugi pensava comunque di poter riprendere a camminare grazie a delle protesi: “Prenderò quelle di Pistorius”, aveva detto con un sorriso.

In memoria di Bellugi, il presidente della Figc Gabriele Gravina ha disposto l’effettuazione di un minuto di raccoglimento su tutti i campi. “È un grande dolore per il calcio italiano – ha dichiarato Gravina – Mauro è stato un protagonista importante della nostra storia comune. Oltre alle capacità in campo, ne ho apprezzato le qualità umane e la sua straordinaria forza d’animo, soprattutto in questo periodo di sofferenza”.

Roberto Boninsegna lo ricorda così: “Ho perso un amico. Io cerco di ricordarmelo quando giocavano insieme. Era un ragazzo simpaticissimo. Era bravo con i piedi, un difensore anomalo. Faceva il pallonetto anche agli attaccanti e io gli dicevo: ‘Mauro se per caso scivoli e prendiamo gol, comincia a correre…’ e lui mi diceva “si, lo so ma tanto non mi avresti preso… A Milano ci si frequentava, purtroppo se ne è andato un amico. L’ho sentito due giorni fa. Non mi ha detto che stava così male, mi aveva detto che gli dovevano fare un altro intervento”.

Il ricordo dell’Inter: “Oggi ci lascia un grande uomo, un grande calciatore, un grande Interista: ciao Mauro. Fino all’ultimo ha voluto lasciare al mondo un messaggio di forza e di speranza, ha raccontato il bello del calcio e della vita, quella per cui vale la pena lottare ed è stato ripagato dall’abbraccio di tutti, dei suoi tifosi, dei compagni, degli avversari e delle persone che hanno riconosciuto in lui quell’esempio di vita che oggi più che mai diventa prezioso. Nella sua storia c’è forza, determinazione, allegria, amore e speranza”. 

Anche il Napoli si è unito al dolore della famiglia per la scomparsa del “caro Mauro”. 

Dino Zoff lo ricorda così, dalla nazionale. “La scomparsa di Mauro è veramente una brutta notizia, era un ragazzo simpaticissimo, allegro, grande raccontatore di barzellette. Era sempre un piacere passare del tempo con lui. Era un uomo positivo e pieno di gioia di vivere, mi spiace molto per la sua scomparsa”.

Volevamo anche noi intervistare Mauro, non abbiamo fatto in tempo.

Questo il racconto di Maurizio Crosetti, su Repubblica.

La sua voce era strana ma bellissima, quel giorno. Passava dal pianto al riso e poi di nuovo al pianto. Era la voce di un uomo che cerca di tenersi aggrappato al cornicione di sé stesso. Le interviste non sono tutte uguali, nemmeno le persone lo sono. Era dicembre. Si era saputo da qualche ora che Mauro Bellugi aveva subìto l’amputazione di entrambe le gambe, lo aveva comunicato sui social un suo amico che è anche un bravissimo giornalista, Luca Serafini. In quei momenti, il mestiere chiede anzi ordina di raggiungere un uomo, quando un uomo coincide con una notizia. Si trattava, insomma, di intervistare Mauro in ospedale.

Chiamammo la figlia Giada, gentilissima. Ci disse che il papà lo stavano cercando in tanti, e che adesso si trovava tra una medicazione e la cena, e non sapeva se avrebbe risposto. Allora scrivemmo un messaggio whatsapp a Mauro, che non rispose. La tenerezza della sua icona, quell’immagine di lui giocatore che calcia il pallone, e addosso la maglia della Nazionale. Che fare? Insistere? Chiamarlo direttamente, oppure rinunciare e lasciare che un uomo restasse tranquillo nel suo letto, tra una minestrina e una suora? Chiamammo, perché sì. Anche quando non sarebbe giusto, comunque sì.

Lui rispose al primo squillo. Ed era vivo, dolente, scosso ma vivo. Ed era felice di raccontare, questo lo si capiva al volo. Travolto dal flusso emotivo e dall’affetto di tutti quelli che lo avevano cercato (Massimo Moratti era stato il primo, ci disse Mauro), il campione ferito partì a raffica e non la smise più. Un flusso, un’azione travolgente. Piangeva parlando di Paolo Rossi appena scomparso, rideva raccontando di quando il chirurgo gli aveva accarezzato la gamba che segnò quel memorabile gol al Borussia: prima di amputare, quel medico accarezzò.

Non sapevamo cosa fare, cosa dire. Forse Mauro era un poco alterato dal farmaci ma – come spiegarlo ? – ci sembrava che quella chiacchierata fosse per lui una liberazione, succede dopo una grande paura di avere voglia di raccontare, di sentirsi scampati, di cercare nella bizzarra allegria un motivo per resistere e tenersi vivi. E allora Mauro Bellugi parlò di Zanardi, di quanto quell’esempio umano gli fosse utile, e ancora del dottore che l’aveva operato, e della gamba che stava diventando nera e che se non l’avessero tagliata, proprio come quell’altra, la sua sorella, lui sarebbe morto. Era un racconto teatrale, di quelli che mescolano ogni cosa, il passato e il futuro, la gioia e il terrore. Quando la vita scappa, le si corre dietro e si prova ad acciuffarla per la coda, è come alle giostre da bambini, se afferri la coda di volpe il prossimo giro è gratis. E Mauro quel giro lo voleva con ogni fibra di sé.

Alla fine disse che era ora della cena, me la porta Cracco in persona, scherzò. E promise che ci saremmo visti a temporale finito, basta Covid, e con quelle due gambe nuove (lui aveva già sfogliato il catalogo delle protesi) si sarebbe fatto una bella passeggiata fino al ristorante, non un passo di più ma nemmeno uno di meno, e lì ci saremmo seduti e avremmo ordinato un risotto e una bottiglia di rosso e avremmo parlato di pallone. Gli avremmo detto di quando lui era in attesa della foto di squadra, prima di cominciare una partita, ed era uguale ai guerrieri greci dei libri del ginnasio, e masticava la gomma, e teneva le braccia conserte come altri eroi di quel tempo classico, per esempio Gigi Riva o Roberto Bettega, o Morini, oppure Furino, gli amati, memorabili calciatori intagliati nella pietra di un tempo ormai perduto.

Ci salutammo così, con un appuntamento a pranzo e un sorriso nella voce. Mauro era un combattente tenero, una pasta d’uomo. Che la terra gli sia lieve come una carezza sugli occhi di un bambino che dorme.

A noi piaceva il personaggio televisivo, quella voce singolare, lo ricordiamo nel blocco della Juve ai mondiali di Argentina 1978. E poi, siccome brilliamo al contrario, sempre, e da sempre, ci piace focalizzarci sul club meno prestigioso della sua carriera, la Pistoiese, la sua ultima squadra, nel racconto di Enzo Cabella, su La Nazione.

Era il campionato 1980-81 e si apprestava a giocare per la prima volta in Serie A. Ricevette una telefonata dal presidente della Pistoiese, Marcello Melani – il mitico “Faraone” – che sei anni prima (la squadra militava in serie D) aveva promesso ai tifosi la conquista della Serie A in cinque anni (pronostico sbagliato, quindi, di un solo anno). Melani propose a Bellugi di prolungare la carriera e di diventare il perno difensivo della squadra. Bellugi si prese qualche giorno per riflettere, si informò dei giocatori in rosa e quando seppe che c’erano Lippi, Frustalupi, Rognoni, Badiani e che l’allenatore era Lido Vieri, il portiere della “sua” Inter dello scudetto 1070-71 – ruppe gli indugi e accettò.

L’inizio del campionato fu molto sofferto per la Pistoiese, tanto che dopo sei giornate Melani affiancò a Lido Vieri niente meno che Edmondo Fabbri, ex ct della Nazionale. Propositi e mire grandiosi quelli dell’ambizioso presidente, che ben presto trovarono una positiva conferma nei risultati del campo. Fabbri si affidò ai giocatori più esperti. Con Bellugi e Lippi a formare la cerniera centrale difensiva, con Frustalupi, Rognoni e capitan Borgo a centrocampo e il solo Chimenti ariete in attacco (il giovane neofita brasiliano Luis Silvio Danuello si rivelò una bufala), la matricola arancione crebbe di giornata in giornata fino alla incredibile vittoria per 2-1 a Firenze: era il 18 gennaio 1981, una data che resterà nella storia centenaria della società.

Bellugi, lo ammise più volte, rivelò che non avrebbe potuto mai immaginare un epilogo di carriera così bello. Lui e Lippi s’intendevano a meraviglia. Avevano tecnica ed esperienza. Lippi faceva il libero, Bellugi lo stopper, deciso e senza paura, intelligente nell’intuire le mosse degli avversari e soprattutto granitico. Una roccia. Ma dopo lo strepitoso successo di Firenze, la bella ‘Olandesina’ diventò vanitosa e non fu più capace di vincere, tanto che le si aprirono le porte alla retrocessione in B. Il grande sogno della Serie A durò così solo un anno. E Mauro Bellugi, dopo aver giocato in maglia arancione venti partite dimostrando grande professionalità, correttezza, lealtà e rispetto verso tutti, decise definivamente di metter fine alla sua fulgida carriera”.

L’ultimo ricordo lo prendiamo da Il Fatto quotidiano, scelta per noi inconsueta, a firma di Cristiano Vella.

Toscano di Buonconvento, tipico toscanaccio: irridente, con la battuta sempre pronta, amatissimo dai compagni per la sua capacità di far gruppo, meno dagli attaccanti avversari per le sue caratteristiche. Uno stopper atipico, marcatore puro e duro esattamente in quest’ordine, ma anche bravo a giocarla coi piedi: di quelli che menarla in tribuna va benissimo, ma quando scappa un sombrero all’attaccante va anche meglio, e se poi invece che menarla in tribuna c’è da menare e basta non ci si tira certo indietro. Chiedere ad Andrzej Szamarch, attaccante polacco giustiziere dell’Italia nei mondiali del 74, ridotto all’impotenza totale da Mauro l’anno dopo, in una gara di qualificazione agli Europei giocata in Polonia, che valse a Bellugi il titolo di “Leone di Varsavia”. O agli attaccanti dell’Inghilterra Osgood e Clarke, annullati nella vittoria di Wembley con gol di Capello.

Nato calcisticamente nell’Inter con il nerazzurro che gli è rimasto dentro sempre: esordisce in serie A nel ’70 grazie a Herrera, Heriberto non Helenio, e vince lo scudetto nel ’71, quello della rimonta clamorosa sui cugini del Milan. Sarà l’unico trofeo vinto in carriera.

Ceduto al Bologna nel 74, non tanto per il valore quanto per l’eccessiva sincerità e la tagliente lingua da toscanaccio gli avevano creato qualche antipatia di troppo diventa titolare fisso tra i felsinei e anche in nazionale, andando ai mondiali nel 1974, senza giocare e poi a quelli del 1978. Chiude la carriera con un campionato a Napoli, ceduto nell’ambito dell’operazione che aveva riportato a Bologna l’attaccante Beppe Savoldi, e poi a Pistoia, dove dopo il ritiro tenta anche la carriera da allenatore, salvo poi decidere che non è quella la sua strada e diventare opinionista televisivo, apprezzato proprio per quello stile che aveva anche in campo: raramente banale, ruvido, tagliente.

Sempre in discussione. All’Inter, in Nazionale, e anche al Bologna, spesso tormentato da problemi fisici: infortuni anche gravi da cui era sempre riuscito a riprendersi grazie alla forza di volontà più che al bisturi dei chirurghi. E anche dopo l’amputazione della gambe era pronto a rialzarsi di nuovo, palesando la sua voglia di cimentarsi con le protesi di Pistorius che avrebbe voluto utilizzare per tornare a camminare, e firmando un’altra impresa stile Varsavia o Wembley: purtroppo non gli è riuscita.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

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