Assocalciatori.it. Pietro Anastasi era malato di Sla ma non si sapeva, ha scelto la sedazione profonda. Centravanti di classe e potenza, opinionista garbato. “U’ turcu per la carnagione scura”

(assocalciatori.it)

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Prima gli altri, in genere, facciamo, nel senso che leggendo gli articoli dedicati da tutta la stampa nazionale alla morte di Pietro Anastasi porteremmo il miglior prodotto possibile e anche infinito, considerato che i ricordi e le pubblicazioni proseguiranno sino a funerali avvenuti.
Di solito scegliamo dal web e andiamo a cercare proprio versioni cartacee dei quotidiani. Ecco, su Pietro Anastasi in particolare potremmo partorire qui una sorta di instant book assemblando e ordinando tutto il materiale pubblicato da venerdì notte. Per una volta restiamo sul nostro, di ieri e di oggi, in senso traslato e letterale. È stato tutto casuale, stavamo guardando come molti addetti ai lavori, si diceva una volta, Skysport24, ogni tanto azioniamo anche una seconda tv. Giornata senza dormire proprio, come tante, di intervista video e di incontri, di costume, poi Frosinone-Pordenone, scritta per un sito. Poi l’adrenalina resta, il bioritmo sfasato, tanto che ancora non va in noi. Non stacchiamo, non spegniamo, sono le 23,08 quando Alessandro Bonan si commuove: “Una notizia che mai avremmo voluto dare, noi avevamo lavorato con Anastasi”.
È morto Pietruzzu, dunque, Pietro Anastasi, galantuomo del calcio, voce roca ma gentile, capelli nerissimi, imbiancati solo di recente, sempre in formissima, a parte gli ultimi mesi, abbiamo visto una foto a un evento allo Juve Stadium, in cui appariva ingrassato. Da non crederci, al punto che mia moglie dice: “Ma non era vecchio”. Già, classe ’48, con le aspettative di vita odierne, è una sorpresa.
Ci sono morti annunciate, morti bianche nello sport e morti che solo gli addetti ai lavori veri, ovvero chi incontra e incrocia continuamente personaggi del calcio sa, noi no. Non sapevamo che Anastasi fosse malato, avesse scoperto un tumore da fine 2018. Deontologia dice rispetto, dunque neanche andiamo a cercare per Assocalciatori.it, tantomeno, di cosa soffrisse. Pietruzzu non c’è più e allora la memoria va alla Juve, alla Juve che in Italia vinceva tutto ma in Europa nulla, tant’è che lui passò poi all’Inter, in cambio di Boninsegna, che contribuì alla Coppa Uefa sull’Atletic Bilbao. Scorrono immagini nella nostra mente e sui Raisport, ancora su Sky e su Mediaset, Anastasi era potente e di classe, rapidità e conclusioni magari effettate, non era un gran cannoniere. Era il calcio di quei tempi, dal ’68 all’80 non erano tesserabili stranieri, in Italia, cosa che consentì a parecchi giocatori offensivi autoctoni di avere una bella carriera, mentre oggi in tanti neanche arrivano in Serie A, perché appunto l’esterofilia impera. Anastasi, ovviamente, era una bella figurina, un bell’uomo, Anastasi, ovviamente, avrebbe giocato in A anche con tutti i campionati arrivati dagli anni ’80, chissà se sarebbe rimasto part time nei grandi club, chissà se avrebbe mantenuto il posto da titolare alla Juve e all’Inter o chissà se sarebbe finito prima in provincia, nel miglior Ascoli di ogni tempo. Magari avrebbe trovato le motivazioni per non fermarsi a 33 anni, età minima, per l’addio allo sport. 
Dunque, dicevamo, stavolta non cerchiamo la Gazzetta e il Corriere dello Sport, Tuttosport e Il Giornale, il Giorno e Il Resto del Carlino, La Stampa e il Corriere della Sera, il Secolo xix e Repubblica. Neanche i siti di classe che sicuramente lo ricorderanno, stavolta ripeschiamo il nostro pezzo uscito su Il Messaggero, il quotidiano romano. Telefonata alle 23,50, consegna alle 24,40, ma avremmo dedicato ore alla ricerca, appunto, di materialità di qualità.

Pietruzzu se n’è andato ieri sera, a 71 anni, stroncato da un tumore scoperto a fine 2018. Pietruzzu era Pietro Anastasi, catanese simbolo del sud, alla Juve. Campione d’Europa a 20 anni, da titolare nelle due finali servite per superare la Jugoslavia, con l’Italia di Ferruccio Valcareggi, ma poi costretto a saltare il mondiale del 1970 per un colpo al basso ventre datogli per scherzo da un massaggiatore: venne operato ai testicoli e al suo posto, per Messico 1970, il ct triestino chiamò Boninsegna, che contribuì a trascinare l’Italia alla finale persa con il Brasile, e anche Pierino Prati. Gli azzurri non si qualificarono per l’Europeo, allora a 4, mentre al mondiale del ’74 uscirono al primo turno, con Pietruzzu titolare ma a segno solo con Haiti. Furono fatali il pari con l’Argentina e soprattutto l’1-2 con la Polonia. Anastasi chiuse in azzurro a fine ’74, nel 3-1 subito dall’Olanda in qualificazione a Euro ’76. Aveva 26 anni, età alla quale in tanti magari si affacciano, in azzurro.
Lui il meglio lo diede da giovanissimo, appena maggiorenne nel Varese, promozione e storico 7° posto in A, con 11 reti da debuttante, e all’epoca si giocava a 16 squadre e le difese erano più ermetiche. A 20 anni passò alla Juve per 650 milioni di lire, fu il calciatore più pagato al mondo di quel decennio. Il re del mercato Italo Allodi l’aveva in mano per l’Inter, intervenne Gianni Agnelli, approfittando del vuoto di potere nel passaggio fra Angelo Moratti e Ivanoe Fraizzoli. “Mi voleva da mesi” – raccontò Anastasi – “dalla tripletta segnata proprio alla Juve”. L’avvocato mise a contratto anche una fornitura di compressori per i frigoriferi della Ignis, l’azienda del presidente varesino Giovanni Borghi, che vinse tanto nel basket.
Anastasi era il simbolo degli operai che dal sud arrivavano alla Fiat, ne sintetizzava il riscatto sociale. Da bambino era stato raccattapalle allo stadio Cibali di Catania, chiese una foto al suo idolo, il gallese John Charles. A Torino segnò 130 gol in 303 partite: “Le sue reti in acrobazia” – lo ricorda la Juventus – “lo spirito da lottatore lo rendono un idolo, capace di exploit indimenticabili, come i 3 gol segnati alla Lazio in 4 minuti in una gara iniziata dalla panchina. Un amore che lo stadio Comunale tradusse con lo striscione con la scritta: Anastasi Pelè bianco”.
Giocava in coppia con Roberto Bettega e assieme sfruttavano gli assist di Causio, altro meridionale entusiasmante. Vinse tre scudetti e capocannoniere della Coppa delle Fiere, il terzo trofeo europeo dell’epoca, 10 gol in 9 partite, con la finale andata al Leeds, sui bianconeri, imbattuti. Nel ’76 andò all’Inter per 800 milioni più Boninsegna, l’affare lo fece Boniperti perché Anastasi aveva perso brillantezza. Un biennio in nerazzurro e poi tre stagioni all’Ascoli, nella seconda contribuì con 5 gol al quarto posto con Gb Fabbri, che allora neanche portò in Europa. Chiuse a Lugano, primo grande giocatore a trasferirsi in Svizzera, in Serie B, e lasciò a 33 anni. Lavorò poi nel settore giovanile del Varese e fece la seconda voce per Telepiù, l’opinionista per 7Gold e per Telelombardia, con quella sua voce profonda. Si autodefinì “falso nueve ante litteram”: “Ero un uomo d’area che sapeva anche manovrare, a mio agio spalle alla porta. Uscivo a fare il trequartista, a inventare cross e assist, a cercarmi gli spazi”.
Secondo Vladimiro Caminiti, mito di Tuttosport, aveva “più estro che tecnica, più possesso fisico dell’azione che senso tattico: caccia il gol come uno stallone la femmina”. 
Lascia la moglie Anna, i figli Silvano e Gianluca. Assieme a Totò Schillaci, è stato il calciatore siciliano più popolare.

Qui è finito il nostro racconto, avremmo voluto aggiungere che Anastasi è stato meno meteora di Schillaci, arrivato tardi in Serie A, appunto a 26 anni. Uno di Catania, l’altro di Palermo, non a caso esaltavano Camin, palermitano, re della metafora del quotidiano sportivo di Torino. Qui indugiamo sull’Anastasi di Varese, esploso con Patrizio Bonafè, classe ’53, nel ’77 in copertina sull’Intrepido. E poi sul miglior Ascoli della storia, che oggi sarebbe in Champions League, ci pensate? E invece mai Costantino Rozzi ha assaporato l’Europa, se non forse la Mitropa o il torneo angloitaliano.
Con Pietro Anastasi avevamo parlato al telefono almeno una volta e questa ricerca la facciamo nel nostro archivio telematico, offline, saccheggiato anche dai ladri di nostri computer e telefoni. Fortunatamente, questo articolo del 28 novembre 2003 è rimasto, uscì su Il Gazzettino, il quotidiano di Venezia e del nordest. Pietro era il classico personaggio di appeal, che avremmo dovuto proporre ancora, per Juve-Inter, la sua partita, in realtà l’avevamo perso di vista, anche perché negli ultimi anni in tv andava di meno e più sui circuiti regionali. Leviamo solo pochi passaggi, ripetitivi rispetto a quanto abbiamo già raccontato.

“Pietro Anastasi, 55 anni, il Pietruzzo del calcio italiano, adesso è bellamente in pensione, nel senso letterale del termine. Si è stabilito da tempo a Varese. Esploso molto giovane e acquistato dalla Juve, è stato uno degli attaccanti più amati tra fine anni ’60 e negli anni ’70: ha lasciato il segno anche in Nazionale, con 8 gol in 24 partite. Arrivò all’Inter a 28 anni ma aveva già dato il meglio di sé. 
Anastasi, quando è andato in pensione?
“Nel ’93, una decina d’anni fa, a 45 anni. Adesso credo che i calciatori ci vadano a 48. Faccio una vita normale, appunto a riposo. Senza rimpianti”.
È opinionista per Italia 7 Gold e null’altro: non le mancano un po’ i riflettori?
“Al contrario di molti ex colleghi, che hanno scelto di fare gli allenatori o anche professioni al di fuori del calcio, io conduco la vita di una persona comune, di un uomo normalissimo della mia età. Mi basta parlare di Juve ogni tanto in televisione”.

Possiamo chiederle quanto prende, di pensione?
“Volete sapere troppo, parliamo di calcio”.

Lei ha giocato 8 anni nella Juve. Vincendo che cosa?
“Tre scudetti e poi ho perso la finale di Coppa dei Campioni e di Coppa Uefa. Con l’Inter, invece, ho vinto soltanto una coppa Italia”.

Nel ’76 il passaggio all’Inter, per due anni da dimenticare. 
“La Juve prese Boninsegna e l’Inter pagò anche un conguaglio, per avermi. Rispetto a Bonimba sono più giovane di cinque anni ma l’affare lo fece proprio la Juve. Nel senso che Boninsegna giocò benissimo, mentre andai molto male, almeno il primo anno. Un po’ meglio il secondo ma Roberto vinse lo scudetto dei record in volata sul Torino, 52 contro 51 punti, e anche la coppa Uefa”.

Tra gli attaccanti moderni, Anastasi in chi si rivede?
“Io avevo caratteristiche molto particolari, onestamente fatico a rivedermi in altri. Di Natale, dell’Empoli, può ricordarmi per il modo in cui svaria sull’intero fronte dell’attacco. Non è una punta statica e la mia forza era proprio quella di muovermi costantemente”.

Anastasi, dunque, somigliava a Di Natale, il paragone ci sta, anche se Totò era più saettante, al tiro, giocava più vicino alla porta, mentre Pietro svariava, volutamente. Era un mito, un simbolo del calcio che non c’è più. Figurine e Domenica Sportiva, 90° minuto e Tutto il calcio minuto per minuto, quando iniziò magari neanche c’era lo sport, su Rai2. Anastasi ci mancherà, garbato in campo e fuori. Campione d’Europa con gol in finale bis ma non vicecampione del mondo per quello scherzo del massaggiatore. Non qualificato per Euro ’72, titolare in Germania ’74. L’Italia uscì per differenza reti a favore dell’Argentina, poi ultima con la Germania Est, nel girone della seconda fase, dietro all’Olanda, finalista, e al Brasile, quarto, dietro la Polonia, che si era aggiudicata il girone dell’Italia.
Chiudiamo con il tabellino, come fanno i giornali seri.
Italia-Jugoslavia 2-0, finale bis, 8 giugno 1968, allora l’Europeo finiva quando in genere adesso inzia. Marcatori: Riva al 12′ e Anastasi al 31′. 
Italia: Zoff, Burgnich, Facchetti; Rosato, Guarneri, Salvadore; Domenghini, Mazzola, Anastasi, De Sisti, Riva. Ct Valcareggi. Jugoslavia: Pantelic; Faziagic, Damjanovic; Pavlovic, Paunovic, Holcer; Hosic, Trivic, Musemic, Acimovic, Dzajic. (Portiere di riserva: Vukcevic). Ct Mitic. 
Arbitro: Ortiz de Mendebil (Spagna).
Note: 42mila spettatori.
Il cammino azzurro dell’unico titolo continentale. 
Bulgaria-Italia 3-2: nell’andata dei quarti azzurri ko nonostante l’autorete di Penev e il gol di Prati.
Italia-Bulgaria 2-0 L’ Italia rovescia il match di Sofia (Prati, Domenghini) 
Italia-Urss 0-0 La semifinale finisce 0-0, anche ai tempi supplementari. Allora non c’erano i rigori, il lancio della monetina vale la finale. Italia-Jugoslavia 1-1 e 2-0 Nel primo match a Dzajic replica Domenghini. Nella finale-bis Riva e Anastasi firmano il 2-0. E Giacinto Facchetti, capitano dell’Italia, alza la Coppa Europa 1968. Passa di mano in mano, anche in quelle di Pietro. 
Qui aggiungiamo solo gli altri convocati: Albertosi, maglia numero uno, e Lido Vieri, 21; Anquilletti 3, Barcellino 4, Castano 7; 11 Ferrini, 13 Iuliano, 6 Bulgarelli, 14 Lodetti, 15 Mazzola e 16 Prati. Anastasi aveva il numero 2, in base all’ordine alfabetico. 

Vanni Zagnoli

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