Assocalciatori.it. Ricky Albertosi, gli 80 anni dell’ex portiere: “Lo scudetto a Cagliari e quello della stella a Milano, le sigarette e i whiskyni, le donne e i cavalli. Le scommesse e la squalifica: pagai perchè ero il più vecchio. Chiusi a 45 anni, anche da allenatore, nella Elpidiense”

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Sabato scorso Enrico Albertosi ha fatto 80 anni. Come Enrico non lo conosce nessuno, per tutti è Ricky, il portiere mito che in maglia giallissima conquistò lo scudetto della stella del Milan, in una carriera e una vita molto densa.
Come spesso, anziché telefonare al protagonista, andiamo a cercare qualcosa fra il tanto uscito nell’occasione, sul numero uno toscano, di Pontremoli.

Su sportmediaset.it, la firma è di Andrea Saronni. 
«La carriera infinita, che è rimasta tra le pagine chiare e le pagine scure di oltre 20 anni di calcio italico, la Corea e il 4-3 ai tedeschi, l’incredibile scudetto di Cagliari e quello quasi incredibile della stella milanista, il calcioscommesse, e poi Riva, Rivera, e il dualismo con l’altro nato portiere poco dopo di lui, e con il quale ha condiviso amicizia, rivalità, litigi, elogi: Dino Zoff.
Ricky è romanzesco, sì, e vista l’occasione ci sta che ci sia proprio un romanzo a raccontare la sua saga, lo ha realizzato un gruppo di giornalisti e scrittori legati insieme da Massimiliano Castellani e da una filosofia di resistenza a un certo calcio che oggi, sulla schiena dell’inconfondibile maglione giallo di Albertosi, bestemmierebbe un 34 o un 99 non pensando che lì sopra ci può andare solo un numero, ed è l’uno. “Ricky Albertosi, romanzo popolare di un portiere”, si intitola il volume. Dentro ci sono, tra gli altri, Furio Zara, Darwin Pastorin, Cosimo Argentina. C’è Beppe Viola, coetaneo di Albertosi, avrebbe fatto gli 80 anni qualche giorno prima del suo amico, con cui durante la settimana condivideva la passione dispari e pericolosa dei cavalli (e delle puntate ad essi legate) e di cui alla domenica a San Siro descriveva le prodezze di uno che – parole di Viola – “aveva lasciato un attimo i nipotini al parco”. Erano gli anni del Milan, fine dei ’70, e Ricky strabiliava per longevità atletica, guizzava come un gatto da un palo dall’altro tirando fuori il Diavolo dalla retrocessione, vincendo il campionato. Bisogna tenere presente che ai tempi, il quarantenne medio non è il Peter Pan ancora palestrato, supergiovane e aperitivista di oggi… In campo un highlander dal capello lungo, il baffo assassino, le gambe affusolate sormontate da calzoncini sotto i quali, insomma, non c’era niente. Lo disse in un’intervista – scherzando – e si aggiunse immediatamente un’altra tacca sulla stecca del suo personaggio che a mani nude, senza guanti, viveva una vita fatta di vizi e virtù. Vizi, non mancava niente: poker, whiskini, le scommesse che lo tradiranno, le donne, va beh, le donne, provate voi a essere Albertosi e dire di no. E le virtù: uno diretto, vero, capace di assecondare le passioni e il talento col lavoro. Non sarebbe arrivato a miracol mostrare alla soglia dei 40, non avrebbe avuto la stima di uno come Enzo Bearzot, che lo voleva portare come riserva di Zoff ad Argentina ’78. Sarebbe stato il quinto mondiale, come è poi riuscito Buffon; a opporsi fu proprio Dino il Perfetto, l’uomo di ghiaccio che tuttavia temeva di sciogliersi per la fonte di calore che si sarebbe trovato a fianco.
Albertosi si trova nel 2004, più morto che vivo, colpito da un ictus in un ippodromo, guarda te il karma. Ma lo sanno tutti che i gatti hanno sette vite, e per fortuna, nonostante le vite vissute in multitasking, Ricky ne aveva ancora a disposizione. E può festeggiare a Forte dei Marmi con la sua famiglia bella e numerosa, l’amata moglie Betty, i figli e i nipotini che oggi sono realtà e non più ironia del Beppe Viola su quel “nonno” che ancora si ostinava a essere il migliore, e che lo è stato veramente. Poi, per carità, Zoff, Buffon, Zenga, che è stato il suo vero erede in campo e fuori. Ma Albertosi è l’origine della specie, tutto quello che nel bene e nel male deve essere un portiere, che fa certo parte di una squadra, ma non può, non deve confondersi nella massa».

Su La Nuova Sardegna, Enrico Gaviano ricorda in particolare lo scudetto con il Cagliari. 
«I fotogrammi sono legati nel bene ai suoi voli sui tiri sotto la traversa, quei balzi spettacolari in cui si girava quasi su se stesso per accarezzare la sfera e ricacciarla alta e fuori dalla porta, in negativo a quella faccia sbigottita quando prendeva un gol inatteso.
Tipo l’autogol di Niccolai nella sfida del marzo 1970 in casa della Juve, o la rete del 3-3 di Muller nella semifinale mondiale di Messico 70′ contro la Germania. Lì sul palo c’era Rivera, ma il “Golden boy” non mosse un muscolo facendosi passare il pallone nello stretto pertugio fra il suo corpo e il legno. “Gli dissi _ racconterà anni dopo Albertosi _, adesso vai dall’altra parte e rimedia”. E l’Abatino del calcio italiano andò di là e segnò davvero, consegnando alla storia la vittoria più esaltante della nazionale azzurra. 
Non gioca in A da 40 campionati, ma resta sempre uno dei migliori numeri uno al mondo. E in Italia è nel gotha insieme a Zoff e Buffon. Il suo ricordo è rimasto fortissimo, in Sardegna ha giocato dal 1968 al 1974.
Che fosse un predestinato lo si era capito subito, quando esordì a 19 anni nel gennaio 1959 in serie A in un Roma-Fiorentina, campo neutro a Livorno, mantenendo la porta gigliata immacolata (finì 0-0). Era stato chiamato a sotituire Sarti, bloccato da una improvvisa indisposizione e lui rispose alla grande. Quella porta divenne presto sua vista la partenza di Sarti all’Inter mondiale di Moratti. Dieci campionati consecutivi con la Fiorentina, e la maglia azzurra conquistata. 
Nel 1968 la svolta. Finisce al Cagliari insieme a Mario Brugnera, perché la Fiorentina vuole a tutti i costi Francesco Rizzo. In rossoblù sostituisce Adriano Reginato, che nelle precedenti stagioni aveva fatto grandi cose. Diventa l’idolo dei tifosi, secondo solo all’inarrivabile Gigi Riva. Indossa maglioni rosso acceso o blu notte, spezzando un po’ la moda del portiere in nero. Il capolavoro nella stagione dello scudetto nella stagione successiva. Arriva il triangolino tricolore, grazie ai gol di Riva, a una squadra tosta, ai vari Nenè, Domenghini, Gori, Cera. Ma anche a lui. Subisce appena 11 reti (fra cui due autogol, uno di Niccolai e uno di Domenghini). La difesa blindata è uno dei segreti del successo. Para tutto e più di tutto e così diventa uno dei protagonisti assoluti di quella stagione indimenticabile.
Vive gli anni d’oro rossoblù sino al campionato 1973-74. Poi tutto finisce. E va al Milan, dove cambia look. Si fa crescere i baffi, e vince un altro scudetto in rossonero. Nel Milan gioca sino al 1980. Poi due stagioni all’Elpidiense prima di appendere le scarpette al chiodo a 45 anni. Una carriera fantastica».
Ecco, chiuse in serie C2 nelle Marche, a Porto Sant’Elpidio, provincia di Fermo, in pochi lo ricordano.

Per l’Ansa, Adolfo Fantaccini è proprio la firma che si dedica ai compleanni tondi, agli anniversari.
«La presenza scenica è quella di sempre, i capelli e i baffi brizzolati lo specchio di una vita stravissuta e straviziata, forse anche un po’ troppo spericolata. 
“Sono pieno di acciacchi – scherza lui – ma non mollo. Ci mancherebbe”. Se fosse un film, il vecchio Ricky, sarebbe stato ‘La dolce vita’ di Fellini. Ma lui, in fondo, voleva solo parare. Ci riuscì e, al netto dello scandalo scommesse che nel 1980 fece sprofondare nel fango il Dio pallone, probabilmente è diventato il più grande. 
Ha effettuato parate impossibili, come quando nel 1978 a Vicenza – fra i fiocchi di neve – respinse tre tiri di seguito, volando da un palo all’altro per salvare l’1-1. 
Tutto comincia nel 1958: “Arrivo alla Fiorentina dallo Spezia e faccio subito il secondo a Sarti. Devo penare 5 anni prima di diventare titolare e questo nonostante fossi nel giro della Nazionale, al punto da andare al Mondiale in Cile come terzo di Lorenzo Buffon e Mattrel. Una volta, Giuliano (Sarti) mi incrocia e dice: ‘Tu andrai pure in Nazionale, ma nella Fiorentina il titolare sono io’. Una volta esistevano davvero le gerarchie. La gavetta mi è servita, ho imparato tanto da lui, anche solo guardandolo”. Nel 1966 Albertosi è tra gli azzurri umiliati dalla Corea del Nord al Mondiale inglese; nel 1968, anno della conquista dell’Europeo a Roma (salta semifinale e finali per la frattura di un dito) viene ceduto al Cagliari proprio alla vigilia del secondo scudetto dei viola. Una beffa. “Sul momento penso a una punizione – ricorda Albertosi -: mi aveva chiamato Italo Allodi, dicendomi che ero dell’Inter. Quando il presidente della Fiorentina mi dice che ero stato ceduto, rispondo: ‘Lo so’. Ma non era come pensavo: finisco al Cagliari. La prima reazione è di rifiuto, ma non si poteva. Parto a malincuore, ma è una scelta fortunata”.
La stagione si conclude con il Mondiale messicano. “I cagliaritani eravamo in sei. Davanti a noi solo il ‘dream team’ brasiliano capeggiato da Pelè, ma Italia-Germania è nella storia. Quel 4-3 fa impazzire l’Italia e noi nemmeno ci rendiamo conto di cosa avevamo fatto. In Messico arrivavano notizie frammentarie di festeggiamenti in piazza”. 
In Nazionale, Albertosi viene scavalcato dal rivale Zoff, nell’estate 1974 finisce al Milan. “Comincia un’altra storia – ammette – culminata con lo scudetto 1979: quello della stella. Come a Cagliari con Scopigno, nel Milan trovo un allenatore intelligente e sensibile: Nils Liedholm. Mi chiedeva sempre: ‘Vieni al cinema con la squadra o vai all’ippodromo’?. E io: ‘Mister, se posso scelgo i cavalli’. Alle 19,30, però, ero a tavola con gli altri. Con loro non mi sentivo in gabbia e allora davo il 200%. Nessuno mi imponeva nulla e io ricambiavo”. Purtroppo il quinquennio si conclude con la vicenda del calcioscommesse, nella quale si è sempre avuta la sensazione che il portierone del Milan fosse finito più per la nomea di scommettitore incallito. “Io ho sempre giocato per vincere, non per perdere – s’infervora Ricky, che addirittura viene portato a Regina Coeli -. Riferìi una telefonata nella quale mi si chiedeva di fare vincere il Milan, non di farlo perdere. Sono due cose completamente diverse. Pagai perché avevo 41 anni ed ero il più vecchio: chi giocò per perdere fu punito meno”. 
L’amicizia con Gigi Riva e la rivalità con Zoff. “Gigi è un amico vero. Dino? Per causa sua non feci il Mondiale in Argentina: sarebbe stato il quinto. Disse a Bearzot che, con me in panchina, non si sentiva tranquillo, così restai a casa. In Argentina sarei andato anche come magazziniere. Lo criticai dopo i gol dalla lunga distanza, lui se la prese e, quando ci trovammo in un Juve-Milan, fece il giro largo, evitandomi. Lo ritrovai anni dopo, ci abbracciammo”. 
“Chi sceglierei fra Albertosi e Zoff? Che domanda. Mi convocherei al 100%. Il portiere deve parare il parabile, l’imparabile non glielo chiede nessuno. Beh, a me di parare l’imparabile riusciva abbastanza».

Altri brani da Il Corriere della Sera, per la firma di Alessandro Bocci, fiorentino.
«Ha regalato alla Fiorentina la Coppa delle Coppe, giocato 532 partite in serie A, vissuto rivalità accese. Estroverso e spregiudicato, ha vissuto a mille all’ora. Solo un infarto, parecchi anni fa, ha rischiato di metterlo fuorigioco. Da quel giorno ha cambiato stile: meno stress e meno eccessi. “E mica è stato facile”.
Quando se ne va, la Fiorentina vince lo scudetto. “Una beffa. Però mi sono rifatto a Cagliari. Ho lasciato i viola perché avevo qualche problema personale e non andavo d’accordo con Bassi, l’allenatore. Non volevo andare in Sardegna, all’epoca era una terra di banditi, mi faceva persino paura. E invece mi sono innamorato di quell’isola e di quella gente meravigliosa. Eravamo un gruppo formidabile. Ancora oggi ci vediamo con quei ragazzi: Tomasini, Greatti, Brugnera”.
Il simbolo era Gigi Riva. “Gigi sembrava scontroso, in realtà era solo timido. Nell’estate del ’74 mi ha combinato un brutto scherzo: insieme a lui dovevo andare alla Juventus e il suo rifiuto ha fatto saltare anche il mio trasferimento”.
Ma non le è andata male… “Perché sono finito al Milan dove ho vinto lo scudetto della stella con Liedholm, un grande allenatore. Lui, Scopigno e Valcareggi sono quelli a cui mi sento più legato, uomini che hanno capito il mio carattere. Però se fossi andato alla Juventus avrei vinto molto di più e la mia carriera sarebbe stata diversa. E invece a Torino c’è andato Zoff. Che mi soffriva. Nel ’78, ero alla fine della carriera, mi chiama Bearzot e chiede: ‘Ricky vuoi fare il terzo portiere in Argentina?’ Io rispondo sicuro: pur di venire porto anche le valigie. Sarebbe stato il mio quinto Mondiale come nessun altro calciatore italiano a quei tempi. Dopo dieci giorni mi richiama il ct e mi dice che Zoff soffre la mia presenza e che è costretto a lasciarmi a casa”.
Ma chi è stato il portiere più forte di tutti i tempi? Zoff o Buffon, o magari proprio lei Albertosi.
“Gigi è un grande, forse il migliore. Ma se fossi andato a Torino magari lo sarei diventato io. A Sarti portavo le valigie. Con Zoff me la sono giocata. Eravamo diversi: lui taciturno, io estroverso. Lui maniacale negli allenamenti, io pronto la domenica”.
Prima di finire la carriera poteva andare ai Cosmos con Chinaglia e Pelè. “Ma sono stato squalificato per il calcioscommesse e tutto è svanito.
Sono stato un ingenuo. Quando sono stato contattato dai laziali ho riferito cosa era successo a Felice Colombo, il presidente del Milan, anziché denunciare tutto alla Federazione. E ho pagato».
Riprese dopo due anni, appunto in C2, a Porto Sant’Elpidio.
«Il secondo anno ero portiere e allenatore allo stesso tempo ma durante una partitella di allenamento in famiglia in cui giocavo da attaccante mi sono rotto il crociato. In quel momento è finita».
Ora si gode la famiglia.
“Sono felice con Elisabetta, la mia seconda moglie da oltre 40 anni. Non ho rimpianti. E ho la coscienza a posto. Forse sono stato un po’ matto, come tutti i portieri, però me la sono goduta. Guardo il calcio di oggi con una certa distrazione. Ai miei tempi c’era più concorrenza: Anzolin, Ghezzi, Lido Vieri, Castellini. Adesso quelli bravi italiani sono pochi».

Infine, Il Giornale, che era uscito per primo, in realtà, con una pagina intera a firma di Nino Materi, che raramente si occupa di sport.
«Ricky, nome breve. Come Dino (Zoff), Lido (Vieri), Sepp (Maier), Lev (Yashin). Portieri da urlo: il grido del gol che si strozza in gola nell’istante del miracolo.
“Sono nato nel giorno dei morti, ma mi sento vivo più che mai”. 
Per molti è stato il portiere italiano più forte di ogni tempo, ma Nereo Rocco, suo storico allenatore al Milan, andava oltre: “Albertosi è il miglior portiere del mondo…”, aggiungendo beffardo, «me lo tengo stretto anche se ha tutto quello che non posso sopportare in un calciatore professionista: beve, fuma, fa tardi la sera, è pieno di donne e scommette ai cavalli”.
“Maledetto quel Lazio-Milan. Mi misero in mezzo per una telefonata ricevuta da quelli della Lazio di cui mi feci portavoce, ingenuamente, con il mio presidente. L’ipotetico accordo prevedeva – in cambio di 80 milioni, poi scesi a 20 – la vittoria del Milan all’Olimpico. Tutti sapevano. Ma io ero il perfetto capro espiatorio. Il mondo mi crollò addosso”. 
“Estremo difensore”, anche di se stesso: “Se in partita commettevo un errore, non lo ammettevo subito, preferivo dare la colpa al difensore…”. O al “pallone troppo leggero”, come in quel maledetto Milan-Porto del ’79 che eliminò dalla coppa dei Campioni i rossoneri messi in ginocchio da una punizione (ora, dopo 40 anni, può ammetterlo perfino Ricky: «Tutt’altro che imparabile») calciato dal piede velenoso di quel serpente di Duda.
Con la seconda moglie Betty per anni ha gestito a Milano il ristorante Tatum: “Ma i migliori bucatini alla amatriciana della mia vita li ho mangiati in carcere, cucinati da un compagno di cella”. 
Lo scudetto a Cagliari, guidato da quel filosofo che era Manlio Scopigno. “Eravamo in ritiro. Ogni notte giocavamo a poker. Nella stanza la visibilità era azzerata dalle sigarette. Il mister bussò alla porta, si affacciò sull’uscio e, tra la nebbia impenetrabile delle Marlboro, chiese educatamente: Scusate, disturbo se fumo?. Grandioso”».

Chiudiamo con la formazione base del Milan dello scudetto di 40 anni fa: Albertosi; Collovati (terzino destro, a 22 anni), Maldera; De Vecchi, Bet, Baresi; Antonelli, Bigon, Novellino, Buriani, Chiodi. Altri giocatori: Rigamonti; Morini, Minoia, Boldini, Capello, Rivera e Sartori.
Fra questi non c’è più Stefano Chiodi, scomparso 10 anni fa, il 4 novembre del 2009.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

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