Assocalciatori.it. Roberto Bettega, i 70 anni di Bobbygol: i gol di tacco e di testa, la pleurite a 21 anni, l’uscita di Munaron gli impedì di essere titolare al mondiale dell’82. Era l’unico torinese di quella Juve dei 7 scudetti, la difendeva alla Domenica Sportiva, contro Gianni Brera. La diatriba con l’arbitro Agnolin. Il Canada e i 4 giorni di coma, dopo un incidente stradale. E’ stato l’unico non condannato della triade con Moggi e Giraudo

(assocalciatori.it)

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Compie 70 anni Roberto Bettega, nato il 27 dicembre del 1950, è un simbolo della Juventus, da giocatore e poi da dirigente e anche da opinionista di successo, in tv.

Lo chiamano “Penna bianca”, per via dei capelli brizzolati fin da giovane, soprannome passato poi anche a Fabrizio Ravanelli, altro grande ex bianconero. Eravamo stati vicini a intervistare Bettega alcuni anni fa, finchè un giorno ci rispose, al telefono: “Non mi marchi come quei difensori anni ’70, non mi stia così addosso”.

Già, Roberto è stato un’icona di quel decennio, con uno stile unico, anche fuori dal campo. C’è un video dell’epoca, su youtube, in cui contraddice Gianni Brera. Giacca chiara, raccontava, a La Domenica Sportiva: “Non vedo perchè si debba tirare in ballo l’avvocato Agnelli in certi casi. Lei ha premesso che dà molti giudizi e per questo sbaglia, molto”. 

Brera diceva di scherzare, non per Bettega: “La Juve è identificata in una certa maniera, poi noi ne subiamo le conseguenze. Quando si parla della Juve, si gira sempre in un certo modo”.

Erano gli anni delle prime moviola, in cui già l’Italia si divideva fra juventini e anti, tra favoritismi arbitrali alla squadra più blasonata e chi li negava: con il Var la storia sarebbe stata differente, di sicuro non a sfavore della Juve. Significativo, per Bettega, il commento di Adriano De Zan, altro grande del giornalismo: “Complimenti per come ha impegnato Brera e per come fa il moviolista…”.

Roberto Bettega sarebbe stato la prima voce tecnica nella storia della tv, nel 1985 commentò la finale Intercontinentale vinta dalla Juve ai rigori sull’Argentinos Juniors, affiancò il giornalista Giuseppe Albertini. Fu volto di Canale 5, in particolare il sabato sera, a metà anni ’80, appena smesso, con Rino Tommasi, a commentare la giornata. E poi fece la seconda voce in coppa dei Campioni, affiancando fra l’altro Nando Martellini, dopo che il principe dei telecronisti lasciò la Rai. Bettega condusse Caccia al 13 e collaborò con Tele Capodistria, quando il canale oltre adriatico era cult, anche in Italia. Fu opinionista a Controcampo, su Rete 4, una decina d’anni fa, negli ultimi anni è stato a 7 Gold, a sorpresa.

Sul campo, segnò di tacco al portiere Cudicini e non solo, vinse scudetti e anche accidenti, compresa una tubercolosi, che mezzo secolo fa non era così leggera.

Dunque, Roberto, come racconta Enrico Sisti, su Repubblica, apparve durante un acquazzone. 

“Erano in campo, per quel che si poteva vedere, le giovanili di Juventus e Varese. Il suo allenatore di categoria, Mario Pedrale, già lo conosceva bene. Anzi, era sbocciato sin troppo tardi quel giovanotto. E forse con qualche giorno di troppo era arrivato alla prima squadra bianconera, aggregato al gruppo di Ercole Rabitti”. 

Che era già stato alla prima squadra nel ’64 e ci sarebbe tornato nel ’69-’70, quando appunto Bettega si rivelò.

“Ma torniamo all’acquazzone. Perché sono altri due gli occhi che diventeranno fondamentali per la costruzione del ragazzo: quelli di Nils Liedholm. Ne ammira la semplicità, la completezza, la capacità o meglio la naturale predisposizione a uscire dal ruolo, di attaccante puro, trova che sia un giovane in grado di mantenere almeno cento promesse in colpo solo.

Dovendo la Juventus spedirlo da qualche parte per fargli fare le ossa, l’opzione Liedholm sembra la migliore, se non quella perfetta. In serie B, col Varese. Così Bettega scende un gradino. Ma per prendere la spinta perfetta al momento di tornare alla Juventus. Non deve soltanto scavallare la stagione: è programmato per fare un po’ di storia del calcio italiano, con i suoi colpi di testa, leggendario quello all’Inghilterra in tuffo, con la sua impossibile, quasi disumana, abilità nel controllo degli stati d’animo”. 

In quel Varese, allenato da Armando Picchi, cui è dedicato lo stadio di Livorno, giocava Ricky Sogliano, negli anni ’90 ds del Parma e padre di Sean, terzino sinistro del Perugia e ora ds del Padova. Il portiere era Pietro “Gedeone” Carmignani, che guidò il Parma in semifinale di coppa Uefa, 15 anni fa. In difesa c’era Duino Gorin, veneziano, finito poi al Milan, al pari di Giorgio Morini e dello stesso Sogliano.

Bettega tornò alla Juve dopo quell’unico prestito e vi rimase, dal ’70 all’83, con un totale di 179 gol in 490 gare ufficiali. E’ il terzo miglior marcatore bianconero di sempre, dietro ad Alex Del Piero, di cui fu dirigente, e a Giampiero Boniperti, che fu suo presidente. 

La rete di Bettega al San Mames regalò il primo trofeo internazionale alla Juventus, la coppa Uefa del 1977: 1-0 al Comunale, firmato Tardelli, 2-1 al ritorno, con Bobbygol a bersaglio dopo 7’, il pareggio di Irureta 5’ più tardi e il 2-1 di Carlos nel finale. Arriveranno anche sette scudetti, una coppa Italia e il titolo capocannoniere, nel 1979-80, fino alla sua ultima amara partita, la finale di coppa dei Campioni del 1983, ad Atene, contro l’Amburgo, in cui la Juve era favoritissima. 

I PODI SFIORATI 

Era talmente bravo che per due volte arrivò quarto nella classifica del Pallone d’Oro, nel ’77 e nel ’78. Fu dietro ad Allan Simonsen (il danese del Borussia Moenchengladbach; i tedeschi che questo mese hanno eliminato l’Inter dalla Champions league) all’inglese Kevin Keagan (Amburgo, altra squadra tedesca) e a a Michel Platini, che a 22 anni giocava in Francia, nel Nancy. Nel ’78 il Pallone d’Oro andò a Keagan, davanti all’austriaco Hans Krankl, del Barcellona, e al belga Rob Rensenbrick, dell’Anderlecht, vincitore della coppa delle Coppe (doppietta nel 4-0 all’Austria Vienna) e poi della Supercoppa Europea, 3-1 al Liverpool.

Alla Juve vinse con Cestmir Vycpalek, lo zio di Zdenek Zeman, e con Carlo Parola, senza tuttavia trovare grande feeling con loro, lo ebbe con Giovanni Trapattoni e con il ct Enzo Bearzot. Che gli chiedeva attacco e compostezza, lucidità e potenza, ma anche di rientrare a difendere, 45 anni fa era richiesto a pochi attaccanti. Il gol più bello fu probabilmente il duetto con Paolo Rossi, ad Argentina ’78, battè i padroni di casa, che poi sarebbero diventati campioni del mondo, con qualche favoritismo arbitrale. L’Italia uscì nella seconda fase per quei due gol da lontano subiti da Zoff contro l’Olanda, quattro anni più tardi avrebbe vinto il mondiale, sarebbe entrata nel mito, ma il 24 maggio del 1982 Bearzot seppe che Bettega non avrebbe recuperato in tempo, dalla lesione ai legamenti contro l’Anderlecht in coppa dei Campioni, a causa di una tremenda uscita del portiere belga Munaron. A novembre dell’anno prima, all’epoca gli infortuni si assorbivano in un tempo anche triplo, rispetto a quanto avviene ora. Avrebbe giocato lui, in Spagna, anzichè Ciccio Graziani, per sostituirlo Bearzot non prese Roberto Pruzzo, per evitare il dualismo con Paolo Rossi, ma il meno ingombrante Franco Selvaggi.

“Bettega era una specie di Falcao avanzato” – scrive ancora Sisti, su Repubblica. “Così Bearzot lo immaginava man mano che il ragazzo si allontanava dai suoi anni verdi. Bettega è lo spirito, l’emblema dei suoi anni. Un punto di contatto tra il calcio dei cannonieri e la scioltezza dei movimenti dei centravanti impostati come lui, ma negli anni successivi. 

Una vita non facilissima la sua. Diciamo una vita serena come poteva esserlo la quotidianità di una famiglia delle periferie torinesi alla fine della guerra, che insegna a contentarsi di ciò che si ha, anche se non è molto. Suo padre assemblava elementi in carrozzeria, sua mamma faceva la maestra”.

Entrambi erano di origine veneta.

“Crescendo, forse perché venne fuori da un acquazzone, non fece altro che alternare sole e pioggia, gioie e dispiaceri. Si potrebbe dire una vita “infestata” da prove da test, come se dovesse ogni volta dimostrare di essere all’altezza. Roberto era nato nel quartiere di Madonna di Campagna, a un passo dal cuore grigio e affascinante di una Torino ancora appesa ai suoi traumi, dove esattamente quattro mesi prima (il 27 agosto) si era suicidato Cesare Pavese. Il calcio era la salvezza, le scuole per imparare a stoppare la palla, la porta del paradiso, i colori della sua squadra, la Juventus, dove comincia a giocare a sette anni, la metafora dell’esistenza, lo yin e yang, il bianco e il nero”.

UNICO TORINESE ALLA JUVE

Al ritorno a Torino, era l’unico juventino nato e cresciuto nel capoluogo piemontese. Il 31 ottobre del ’71, la Juventus vince a San Siro con il Milan per 1-4, Bettega fa doppietta. 

“Il suo gol di tacco diventa uno slogan della perfezione, rara cosa a vedersi. E’ un gesto talmente elegante che le immagini televisive, mentre lui esegue, sembrano quasi prendere colore. Ma è un brutto autunno quello che si annuncia. A gennaio del ’72 entra in clinica. Pleurite. Altro calvario. Si ferma per mesi. Fa in tempo a brindare con i compagni per lo scudetto appena vinto in primavera, ma torna in campo soltanto il 24 settembre del ’72, a Bologna.

La Juve cambia, cambiano i suoi compagni di reparto, Anastasi, Haller, Altafini, Boninsegna. Il figlio dell’operaio è sempre lì, Penna Bianca non muta né di accento né di pensier. Negli anni conclusivi è meno conciliante, litiga spesso, storico un battibecco con Agnolin. Sembra aver dimenticato gli insegnamenti di mamma Orsola, definita una gozzaniana (cioè adepta del poeta Guido Gozzano, ndr), una signorina (signora) Felicita, tanta poesia e tante cose di poco conto, ma quanto importanti, come l’aroma del caffè di casa che si espande nel mattino con le finestre ancora chiuse perché a Madonna di Campagna il sole non è ancora spuntato”.

L’ultima maglia bianconera fu ad Atene, nella finale contro l’Amburgo, Keagan non gioca più con i tedeschi. Che però anche Kaltz a destra, Rolff come libero, il gigante Hrubesch come centravanti (aveva perso la finale mondiale dell’82, contro l’Italia), basterà il gol da fuori di Felix Magath per alimentare il sortilegio che ha visto la Juve aggiudicarsi solo due coppe dei Campioni e ai rigori. Ovvero nella maledetta Heysel (fallo fuori area su Boniek, contro il Liverpool) e con l’Ajax (ai rigori, appunto, a Roma, nel ’96, con Bettega dirigente.

FRA GLI ITALIANI IN CANADA

Bettega chiuse la carriera di calciatore in Canada, ai Toronto Blizzard, a 33 anni. Durante un breve ritorno a casa ebbe un’incidente stradale con l’Autobianchi 112, che lo costrinse a qualche giorno di rianimazione. La macchina sbattè contro un ponte sulla Torino-Milano, in maniera violentissima. All’ospedale di Novara, venne operato alla testa, in pochi scommettevano sulla sua vita. Accanto aveva la moglie Emanuela, al suo fianco per tutta la vita. Si svegliò il quarto giorno, non ricordava nulla ma era vivo.

Con i Blizzard segnò 10 gol in 39 partite, laggiù fu anticipato nel 1980 dallo stopper bianconero Francesco Morini, mentre nell’81 ci andò, a 20 anni, Giampaolo Boniperti, figlio del presidente Giampiero e cresciuto nella Primavera juventina senza mai esordire in A.

All’epoca Toronto piaceva ai calciatori italiani. Ci giocò 3 partite, nel ’79, Alessandro Abbondanza, ex Lazio e Napoli. 8 le gare per Paolo Barison, ala di talento, ma con i Metros. Segnò tanto, fra Venezia, Genoa, Milan, Sampdoria, Roma, Napoli, Ternana e Bellaria, chiuse al Levante Genova e morì nel 1979, coinvolto nell’incidente stradale da cui sopravvisse l’allenatore del Toro Gigi Radice. Ai Toronto Metros Croatia volarono anche tre ex Bologna: Marino Perani, Bob Vieri e Paolo Cimpiel, portiere. In questo millennio, invece, Marco Di Vaio, Alessandro Nesta, Matteo Ferrari, Bernando Corradi, Daniele Paponi e Fabio Pisanu.

Tornando a Bettega, aveva tecnica e anche abilità nel colpo di testa, tempismo e precisione. Sfruttava alla perfezione i cross da destra di Causio, nella Juve e pure in nazionale. Segnava con entrambi i piedi, trascinava, scambiava la posizione, si adattava anche a fare il rifinitore.

Con 19 reti è al 13° posto fra i marcatori azzurri di ogni tempo, giocò però appena 42 gare. E’ fra i 6 autori di un poker, in nazionale, gli riuscì con la Finlandia, nel 6-1 dell’ottobre ’77, gli altri furono a Gigi Riva, Alberto Orlando, Francesco Pernigo, l’oriundo Omar Sívori e Carlo Biagi. Fra l’altro non calciava i rigori, semmai ne procurava.

GLI EUROPEI NON COSI’ POSITIVI

Bettega aveva debuttato in  nazionale nel ’75, nelle qualificazioni agli Europei, all’epoca passavano in tutto 8 squadre e gli azzurri furono eliminati, come nell’83. A quell’anno risale la sua ultima nazionale, sconfitta 1-0 in Romania, dai gialloblù di Mircea Lucescu.

A Euro 1980, Bettega doveva essere il leader, l’Italia giocava in casa ma venne squassata dal calcioscommesse, segnò solo un gol in 3 partite, all’Inghilterra, finì 0-0 con la Spagna a Miano e con il Belgio a Roma (complice un rigore negato dall’arbitro magiaro Palotai, per fallo di mano), l’unico gol arrivò a Torino, contro l’Inghilterra, fu di Tardelli. L’Italia finì quarta, ai rigori. Nella prima gara, Bearzot schierò: Zoff; Gentile, Cabrini (Benetti); Oriali, Collovati, Scirea; Causio, Tardelli, Graziani, Antognoni e Bettega. Con solo Conti per Causio e Rossi per Bettega due anni più tardi divenne campione del mondo.

Bettega esultava braccia al cielo, nell’82 dovette farlo guardando la tv.

Bettega tornò alla Juve dopo 11 anni, nel 1994, come vicepresidente, a completare la triade con Luciano Moggi e con Antonio Giraudo, che riporterà la Juve in cima al mondo, anche alla coppa Intercontinentale, firmata Del Piero, nel ’96, sul River Plate di Sorin, terzino sinistro poi alla Juve, al pari di Salas, di Enzo Francescoli, a fine carriera, e Ariel Ortega, discreto alla Sampdoria, e di Julio Cruz, più bravo al Bologna che all’Inter. 

Nel 2006 scoppiò la scandalo calciopoli, che travolse la Juve, nella quale Bettega fu uno dei pochi a uscire indenne. Quasi costretto a uscire dal cda, in serie B restò come consulente di mercato, ritornò dopo l’assoluzione, per non avere commesso il fatto, dall’accusa di falso in bilancio. Visse un’ultima, breve avventura fra il 2009 e il 2010, vice direttore generale nell’èra di Jean Claude Blanc, prima del definitivo addio con l’inizio dell’era Andrea Agnelli. 

Appese le scarpe al chiodo, gestì una fabbrica d’imballaggi e acquisì un ristorante McDonald’s, in piazza Castello, a Torino.

Per rendere l’idea di quanto fosse popolare, in Sudamerica gli venne intitolato lo stadio del Tacuary, squadra del barrio Zeballos Cuè di Asunciòn, in Paraguay. Dal 2002 al 2014, quando l’area di quell’impianto venne ceduta.

ANEDDOTI 

Qualche altro particolare su Bettega lo apprendiamo da cinquantamila.it, il dizionario dei famosi curato da Giorgio Dell’Arti.

Ercole Rabitti, il primo maestro: “Bettega aveva un ottimo governo di palla e all’inizio pensammo di impostarlo come mediano. Poi vidi in lui delle potenzialità offensive e lo avanzai ala sinistra. Nonostante la giovane età, sapeva stare in campo e intuiva al volo certe situazioni tattiche”.

Liedholm: “Ha potenza atletica e doti tecniche apprezzabili”. 

Nel 1972, segnò 10 gol in quattordici partite. Un piccolo record. Il decimo centro lo realizzò di testa contro la Fiorentina il 16 gennaio 1972, dopo una vigilia tormentata. Tosse e febbre non gli avevano dato tregua e il giorno dopo la partita venne ricoverato in ospedale per una serie di analisi. I medici, dopo vari consulti, non ebbero dubbi: infezione polmonare, un principio di tubercolosi che lasciava intendere la conclusione inevitabile di una carriera appena iniziata. 

Guarito dopo un soggiorno in montagna, a Pragelato, sotto le cure del professore De Michelis, il 24 settembre 1972 Bettega tornò in campo a Bologna e qualcuno gridò addirittura al miracolo. Si mostrò “appesantito, meno rapido nei movimenti minimi, ma straordinariamente cresciuto nell’intelligenza tattica”. Aggiunge Carlo Felice Chiesa, su Calcio 2000: “Sul tuffo in volo radente a colpire il pallone, parallelamente al terreno, ha impresso un indelebile copyright: memorabile quello all’Inghilterra il 17 novembre 1976, su cross tagliato da sinistra dall’artista Causio. E poi, a lui spetta il merito del gol più bello del mondiale 1978, l’unico che riuscì a spezzare l’assedio della predestinata Argentina. Quella volta il leggendario Bobby gol arrivò al cuore dei biancocelesti al culmine di un arioso triangolo con Pablito Rossi, chiuso con un diagonale di quasi solenne precisione. In Argentina segnò anche il gol del 2-0 nel match vinto 3-1 con l’Ungheria, a Mar del Plata.

Secondo Maurizio Crosetti, di Repubblica, il Bettega dirigente era un “campione al di sopra di ogni sospetto per bilanciare Moggi, che già nel ’95 trascinava non pochi dubbi: era infatti reduce dal processo delle interpreti/prostitute al Toro. Nel tempo, Bettega divenne una specie di ministro degli esteri, addetto ai rapporti con i più importanti club d’Europa. Divenne poi la terza parte della Triade, la più presentabile e insieme la meno potente: anche nella cadenza dei nomi, perché si diceva sempre “Moggi, Giraudo e Bettega”, quasi come un marchio commerciale, e lui per ultimo. Il fatto di contare meno, alla fine è stato un vantaggio: perché, pur essendo uno dei tre, nessuno ha potuto dimostrare che fosse come gli altri due. E le intercettazioni di Moggiopoli l’hanno lasciato pulito, anzi ne è uscito deriso proprio dagli ex compari, per via di quella triste telefonata in cui Giraudo insolentiva il figlio di Bettega (Alessandro, calciatore classe 1987 cresciuto nella Juventus e poi finito nelle serie minori”.

Nell’ultima esperienza alla Juve, da dirigente, le cose non andarono bene, subì pure un’inibizione di tre settimane perché nell’intervallo della gara con l’Atalanta rivolse “ripetutamente all’arbitro espressioni ingiuriose”. A Parma, il giorno dell’Epifania, replicò alle provocazioni di un assessore che accusava la Juve di essere una “squadra di scarponi”. Concluso il campionato con un inglorioso 7° posto, a fine stagione fu liquidato.

Nell’aprile 2013 i carabinieri gli hanno sequestrato il quadro di Chagall Le nu au bouquet, che aveva appeso in casa, perché  rubato. Aveva acquistato l’opera nel 2003 dal gallerista di Bologna Italo Spagna, pagandola 1,2 milioni di euro, ignaro del fatto che fosse stata in realtà sottratta illegalmente dallo yacht dell’imprenditore americano Edward A. Cantor.

Infine un brano di quanto uscito su Repubblica, nel febbraio ’94, nella stagione che portò al primo scudetto di Lippi. La firma è ancora di Maurizio Crosetti.

“Roberto Bettega sta chiuso in una stanza con una scrivania lunga come una portaerei, sopra ci sono due agende – quella personale e quella aziendale, ancora separate – e un contenitore pieno di matite perfette, appuntite, tutte da usare per tirare qualche altra riga su qualche altro nome. In dieci anni è passato dalla potenza al potere, dai colpi di testa ai comunicati che scomunicano. Il Toro è un ricordo, un’attesa, è l’unità di misura di una settimana velenosa e decisiva, coraggiosa e spietata. Non ci sono più Pulici, Graziani, Mozzini che lo riempiva di botte. I nemici hanno la faccia degli ex amici, in politica succede. E Roberto Bettega è un politico raffinatissimo. 

“Sarà derby, derby e basta. Certo, c’è la crisi, lo sappiamo tutti. E questo non è un momento facile per noi e per il Torino. Ma in campo vincono la professionalità, il lavoro”. 

Parla molto, dice poco o nulla Roberto Boniperti, Giampiero Bettega. “Dal presidente ho ereditato la voglia di vincere sempre. Ecco perché l’anno scorso ho detto quelle cose in tivù contro Trapattoni, in me parlava il tifoso tradito. Difficile vivere questa partita da semplice spettatore impotente, ci proverò”. Chissà se la gente tornerà a contestare, a sospettare. “Non sto nella testa di nessuno, ma credo che i nostri tiferanno Juve. Perché tutte le decisioni sono state prese nell’ interesse della Juve”. Cerca la frase costruita, lo slogan: “Non è la Juve di Bettega, non era la Juve di Boniperti. Era ed è la Juve. Questo rimane, oltre le persone. Il presidente ha fatto tanto, tantissimo, anche troppo. Non so perchè l’Avvocato non venga più allo stadio, chiedetelo a lui”. Ma adesso conta Umberto più di Gianni, è l’equilibrio di un mondo che si sposta. I ricordi sfumano, leggeri come nuvole. “Mozzini mi faceva soffrire, Pulici segnava sempre. Ripenso al mio primo derby, un gol e una vittoria ma non si trattava del campionato, era la coppa Città di Torino. E non posso dimenticare l’ultimo, 27 marzo ’83: stavamo vincendo 2-0, finì 3-2 per loro con tre reti in tre minuti”. 

L’anno di Atene, l’anno dell’addio. “E’ vero, in noi bianconeri è sempre scattato qualcosa di strano alla vigilia del derby, come un blocco psicologico”. Perché lo sentivamo, perché quello non era ancora un calcio solo mercenario. Bettega ha pagato la sindrome-Toro anche a livello statistico: venticinque derby, sette vinti, otto pareggiati, dieci perduti con la miseria di quattro gol in tutto. “Questa è una partita con almeno due significati: la classifica e l’orgoglio, il punteggio e la sfida personale. Sarà così anche stavolta e ho fiducia perché conosco la Juventus”. 

E poi c’è quella brutta storia con Agnolin, quella disfida con minacce e pubbliche denunce. Stagione 80-81, derby d’andata: un gol sospetto annullato ai bianconeri, un gol sospetto concesso ai granata che vincono 2-1. S’infuria persino Zoff, reagisce l’arbitro (“Vi faccio un culo così”) con una frase che oggi farebbe sorridere pure una maestra d’asilo mentre allora, quattordici anni fa, scatenò il finimondo. Proprio Bettega portò quelle parole fuori campo, le consegnò ai giornali e alla tivù attraverso il Trap. La tivù. Il Trap. “Ha sbagliato tutto, si merita un quattro in pagella”. 

Concetti più freschi dell’anno scorso, quando Roberto Bettega stava dietro un microfono e il suo futuro bianconero pareva un esercizio di fantacalcio. Adesso corregge il tiro. “E’ vero, dovremo vincere risparmiando: ma credete che spendere molto sia una garanzia di successo?”. Strana la vita, se Bettega proibisce i colpi di testa.

Ecco, la chiosa di Crosetti è perfetta. Bettega e i colpi di testa. Li ha fatti sul campo, mai nella vita, così cerebrale e controllato. Un fuoriclasse di stile, un simbolo della Vecchia Signora, della fidanzata d’Italia. Settant’anni vissuti con classe, la sublimazione dello stile Juve.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

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