(Claudio) Negri: “Per caso. Brera, Franco Grigoletti e il coma; la provincia”. Scrittore, scrittura

Claudio Negri

“Nacqui sub Julo… al tempo degli dèi falsi e bugiardi”. Se fossi un Virgilio qualsiasi, risponderei così alla domanda d’apertura di questa intervista in differita per cause di forza o di debolezza maggiore. Ma non sono Virgilio, nemmeno un Virgilio qualsiasi. Sicché sono nato a Melzo, nel Milanese che a est digrada nell’Adda. Sono, a guardare fronde e alberi genealogici, una macedonia lombarda, da Milano a Bergamo, dalla Valtellina a Brescia. Ma posso confermare che, anche con un buon tre per cento di fiero dna Neandertal, posso risalire ai remoti nonni che circa 150 mila anni fa migrarono dal Corno d’Africa con l’homo sapiens gironzolone. Ci ho messo molto a venire al mondo. E’ avvenuto nel 1957 ed eccomi qua. Nel mezzo c’è stata una vita non priva di spunti interessanti, compresi gli amori sfortunati (gli unici per i quali valga la pena), un meraviglioso mestiere casuale (il giornalismo) un’emorragia cerebrale a metà dei miei quarant’anni (l’ho sfangata, col suo prezzo), una costante meraviglia per ogni aspetto della vita, dalle illusioni consolatorie dell’arte e della bellezza vagante al dolore del mondo, reale e morale, portato al collo come un talismano, col dovuto rispetto per Eugenio Montale. La mia formazione? Piena di lacune, ma anche di ricche isole. Non sono stato uno studente modello: ho una licenza liceal-scientifica assai poco brillante, conseguita al parificato istituto Enrico Fermi: si stava appollaiati in Galleria, a Milano, in una sorta di privilegiato acquario teatrale, di una mitteleuropa che permeava le vetrose volte e finanche i piccioni. Il mio professore di matematica e di fisica era il colonnello Mario Giuliacci, il meteorologo, allora capitano. Da membro interno all’esame di maturità Giuliacci prese le difese della mia vocazione artistica.Gliene sarò per sempre grato. Ma la sto facendo lunga. A mezza università, facoltà di lettere, con più attacchi di panico che esami, lasciai tutto per il mestieraccio che mi ha dato pane e companatico per quasi quarant’anni. durante i quali non ho mai smesso di studiare per conto mio; da qui il mio arcipelago di ricche isole nella lacuna magna della ignoranza. Al Giorno avevano blanda esigenza di un nuovo corrispondente dalla mia zona Il vecchio titolare (per me sarà in eterno il “Signor Brambilla”) il cui lavoro serio era quello di tecnico Enel, stava trasferendosi in Francia verso una più cospicua occupazione e un mattino del maggio 1979 mi portò al Giorno, allora in via Fava. Appuntamento sotto il Pirellone, poi corsa in autobus, il vecchio 43, fino a Greco. Il marciapiede che portava al giornale era un percorso a ostacoli tra stronzi di cane e altre reliquie. Essenziale metafora del mestiere a venire. Ma l’odore di carta e inchiostri che promanava dalla rotativa era inebriante. In Redazione Provincia conobbi Gino Morrone, il capo redattore, e il suo vice Claudio Guglielmetti col quale avrei poi condiviso lunghi anni di vita diurna e notturna al giornale, gusti ed epifanie: se n’è andato qualche giorno fa ed è stato per me un dolore acuto. 
Comunque, in quel maggio lontano cominciai. Cominciai, si fa per di dire: per soverchia timidezza passò un mese prima che riuscissi a portare qualcosa in redazione. Poi qualcuno, al mio paese, forse per aiutare me a rompere il ghiacco col giornalismo attivo, piazzò nottetempo una bomba artigianale davanti alla sede della locale sezione della Dc. Si era in periodo elettorale. Erano anni plumbei. La bomba mandò in frantumi la vetrata. Un bel baccano. Così scrissi il mio primo pezzo: “Un ordigno di rozza fattura..”. Lo scrissi a biro, in brutta. Poi lo ricopiai sulla macchina da scrivere e lo portai al giornale. Da corrispondente non valevo granché. Mi arrangiavo a scrivere, questo sì, ma non sono mai stato un cane da tartufi. Le notizie mi mettevano istintiva paura. Mi venivano meglio i ricami e l’uncinetto, i pezzi di colore, quelli che zio Ernest bollerebbe come “bullshit”, stronzate (vedi marciapiede del giornale). Avendo temeraria e abbastanza immotivata fiducia nelle mie qualità letterarie, mi ostinai a credere che prima poi sarei stato assunto. Così passarono otto incerti anni durante i quali arrotondavo la magra michetta mensile del Giorno (pagato a pezzo e i pezzi erano pochi) con ripetizioni di materie umanistiche a studenti in sofferenza (meglio se studentesse), con collaborazioni assidue all’uffico stampa della Fininvest Comunicazioni, introdotto da un arguto amico e sodale di esperienze radiofoniche, Carlo Bassi: grazie a lui mi immersi nel rutilante mondo televisivo del primo Berlusconi. Conobbi Jas Gawronski, vidi da vicino Giorgio Bocca e Arrigo Levi. Finanche Henry Kissinger. Offrii un caffé a Marcello Mastroianni (ubi maior: il barista me l’aveva appena portato da sotto, Mastroianni ne aveva appena chiesto uno prima della conferenza stampa e così io, con tempismo più unico che raro, gli cedetti il mio). Entrai in contatto con un sacco di gente, registi, attori, attrici, cantanti, comici, sportivi. Ma alla fine preferii entrare al Giorno. Fui assunto in Redazione Provincia da Luigi “Gigi”Gervasutti, il mio capitano Ortiz: trasformò la redazione in un grande progetto laboratorio di giovani redattori. Era il 1987. Dopo diciotto mesi, l’esame di Stato a Roma. Professionista. Gigi fu il primo che chiamai, a orale superato. Poi tornai in albergo in via Giulia risalendo il Tevere a nuoto, o così mi parve, tanto ero euforico.
(Qui apro una parentesi con la mozione degli affetti. Una mozione cauta, perché li vorrei tenere protetti e discreti, sempre. Mia moglie Marilena – ci siamo sposati nel 1989 – mi sopporta da sempre e credo non sia mai stato facile per lei vedere di buon occhio un mestiere che le azzerava le domeniche e quasi tutte le sere. Vorrei tanto dire che anch’io sopporto lei, ma sarei bugiardo. Marilena sa molte più cose pratiche di me e siccome non si vive ad Avalon o nei Campi Elisi, sapete bene chi ha più chance a sopravvivere su un’isola deserta o in una riunione di condominio. Marilena ha un lavoro da rosa dei venti, segue lontane navi da crociera o cargo commercaiali garantendone manutenzioni con invio di tecnici quasi in tempo reale. Lei stessa all’occorrenza parte per il mondo con preziosi pezzi di ricambio: per Curaçao o per l’Ultima Thule. Ha un sorriso bellissimo, ma sa essere d’acciaio all’occorrenza. Nostra figlia Ginevra è in esilio a Bologna, a inseguire la laurea magistrale in antropologia. In lei scorgo sempre meglio un fondale scenico appassionato, per le vicende umane e per ogni forma vivente della Terra, compreso il lichene d’Islanda. Ma Ginni ha un senso pratico e una sensibilità sintetizzati sulle frequenze della madre. I figli si fanno insieme e per molti questa è una scoperta quasi singolare. Chiusa parentesi).
Dpo l’esame di Stato, gli anni della professione al Giorno si fecero veloci, densi di giorni di cucina ma anche di notti in tipografia, a far nascere ogni volta il giornale-bambino, talvolta con parto podalico o con cesareo. Rimasi in Redazione Provincia con periodico e temporaneo distaccamento in altri servizi (Esteri, Fatti Vita, Spettacoli, Sport) fino al 1997, quando nei ribaltoni d’assetto seguiti al passaggio del Giorno dall’Eni al Gruppo Monti-Riffeser, con Resto del Carlino e Nazione, finii felicemente allo Sport (anche se il mio avvento costò la seggiola a un bravissima collega, Giovanni Rossi, spostato in Cronaca di Milano) col quale lavoravo di supporto alla domenica fin dai tempi del Mondiale di Italia ’90. Dal 1990 al 1996 avevo bazzicato in una redazione-corazzata, fiera e indipendente, ancora permeata dal nume tutelare di Gianni Brera: da Giulio Signori a Franco Grigoletti, da Claudio Pea e Paolo Ziliani a Giorgio Reineri, da Beppe Maseri a Franco Rossi e a Laura Alari, da Giampaolo Nicolin e a Gian Maria Gazzaniga. Poi c’erano i giovani, davvero svegli: dal già menzionato Giovanni Rossia a Cristiano Gatti, da Paolo Pagani a Domenico Calcagno, da Daniele Dallera a Paolo Prestisimone più una scelta falange di corrispondenti e collaboratori, fra tutti Franco Lini e Franco Fiocchini. Il grande Gianni Clerici scriveva ancora per noi e c’erano altre firme di eccellenti rubriche, in primis Manlio Scopigno e il suo “Senza Filtro”. Al mio arrivo in pianta stabile lo Sport soffriva purtroppo dei riequilbri di potere, di ridisegno e di ridimensionamento di organico dopo il passaggio di proprietà. A Milano, dopo una breve gestione affdata a Daniele Dallera (che presto volò al Corriere della Sera, a dirigerne poi la redazione sportiva), rimanemmo in tre: Alari, Calcagno e io. Alternandoci nei ruoli ufficiosi di inviati (Laura lo era per davvero) e di cucina redazionale. Poi anche Calcagno cambiò testata. Rimanemmo solo Alari e io, nel gruppo della Polipress, il manipolo di giornalisti dedicati alla parte nazionale dei tre quotidiani. Tornai a essere aggregato al Giorno quando venne varata la nuova redazione sportiva locale affidata a Giampaolo Nicolin e alla sua raffinata cultura, non solo in materia muscolare. In redazione arrivarono Daniela Gabrielli e Marco Cogliati, tornò Beppe Maseri. Nicolin, attorno a un nuovo inserto sportivo, “Ola”, seppe valorizzare un gruppo di ragazzi davvero in gamba. Peccato che, in un arruffato e torrido pomeriggio di fine giugno, mentre pigiavo nervoso sulla tastiera, a causa di un picco pressorio si scatenò un’emorragia cerebrale con manie di grandezza. Quaranta giorni di coma, sette mesi di ospedale, il corpo inservibile, la mia voce persa o quasi. Però, che fortuna, la testa non aveva perduto niente, nè memoria dei libri letti, dei miei gusti, delle mie isole di ricchezza culturale. L’editore fu paziente con me e i direttori del periodo, prima Pierluigi Fadda e poi Xavier Jacobelli, mi vollero davvero bene: quando tornai al lavoro giravo ancora sulla sedia a rotelle. A capo dello sport era intanto subentrato il collega e amico fraterno Renato Vassallo (la sua morte, nel 2015, è un dolore innervato, che non passa. Così come per Roberto Cazzulani, lodigiano schietto e instancabile, che lavorò allo sport per qualche anno: la sua scomparsa prematura è stata per noi uno choc) e con René a farmi da tutore tutto ricominciò. E continuò quando a capo dello sport arrivarono l’ironico e galantuomo Cesare Paroli e, infine, Giulio Mola, un appassionato ed entusiasta giornalista di inchiesta e marciapiede, come non ne fanno più nell’era del copia e incolla. Negli ultimi anni ho lavorato, cuore in mano, ridendo e commuovendomi con la dolce e ironica Simona Balboni, laziale di ferro e fuoco E poi… poi è arrivato per me il prepensionamento ed è stato un brutto momento: perdere il mestiere è stato come per Bilbo Baggins cedere l’Anello. Ma a tutto ci si adatta, anche a invecchiare. “Eris giornalista in aeterno”, anche se dirai messa da solo. Scrivere rimane la mia impura e imperfetta consolazione al mal di vivere.
Ora, dopo questa lunga scapicollata storica, mi resta da dire qualcosa del mestiere di redattore/inviato sportivo: mi sono sempre sentito un invitato privilegiato e poco addetto ai lavori nel grande mondo del calcio. La casta dei giornalisti della pedata non ama gli acchiappanuvole e il mio scarso tecnicismo non mi ha aiutato a essere considerato dai colleghi più sul pezzo rispetto al sottoscritto. Poi, poco a poco la tribuna stampa è diventata la famiglia di infinite domeniche, Milanello e Appiano Gentile le mie seconde case. Sono interista da sempre ma anche nella tana del Diavolo (chissà cosa direbbe Peppino Prisco, che negli ultimi anni della sua vita mi aveva preso in simpatia?) sono stato a mensa, condividendo quasi giornalmente calore umano (il caro Ugo Allevi), sogni e illusioni.
Il ciclismo è stata la mia sposa sempre in fuga: scampoli di Giri d’Italia (come quando Pantani morì la prima volta, nel 1999, escluso per ematocrito alto dalla corsa rosa: Pieraugusto Stagi e io su all’Aprica, conn migliaia di pantaniani sotto choc, cantavamo a ciglio umido “Romagna mia”) e miraggi del Tour de France, autunni al Lombardia e, ancora nel segno del Pirata, una trasferta a Lugano per la trionfale cronometro che valse a Pantani il Giro 1998.
Ho scritto tanto e in fretta. Nessun libro. Perché io mi considero appena capace di buttare giù un quartetto d’archi, ma non una sinfonia. Sulla fretta notturna, in uno stadio che espode di tifo, e tu lì a scrivere partita, pagelle, spogliatoi e fuffa, sta sospesa un’aura quasi eroica, di quel poco d’eroico che c’è nella professione di scribi un poco farisei. Dopo, tutti a cena coi confratelli nell’ora del lupo:, era bello distruggersi il fegato insieme, con vino e intrugli, sapendo che i tuoi pezzi erano già in stampa per il domani che si faceva oggi, imbiancando a oriente. Era sempre Natale, aprendo il giornale e trovandoci la tua firmetta. “Un nonnulla basta a rallegrarci – sosteneva Blaise Pascal, mediano giansenista del Clermont-Ferran – perché un nonnulla basta ad affliggerci”.

Claudio Negri

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