Famigliacristiana.it, Paolo Perazzolo, l’Italia di Nibali e l’Italia di Tavecchio

Famiglia Cristiana si distingue sempre per tagli molto particolari, mi spiace per Tavecchio, ma temo che a 71 anni sia difficilmente proponibile come presidente federale. Aggiungo che 30-40 anni aveva 5 condanne, 5 precedenti. L’articolo sul sito internet del settimanale cattolico a firma di Paolo Perazzolo

http://www.famigliacristiana.it/articolo/l-italia-di-nibali-e-l-italia-di-tavecchio.aspx

Il ciclista siciliano corona una carriera all’insegna del sacrificio con il trionfo al Tour de France, il secondo inaugura una già controversa presidenza dell’organo che governa il calcio con una battuta razzista. Ancora una volta lo sport mostra due anime opposte e inconciliabili del Paese. Per far prevalere quella migliore, è il caso di ripensare a Demetrio Albertini come guida della Figc. Cosa ne pensate?

Paolo Perazzolo
vincenzo nibaliI DUE VOLTI DELL’ITALIA: QUELLO DI NIBALI E QUELLO DI TAVECCHIO
E’ ancora una volta lo sport a farsi carico di rappresentare l’anima profonda del nostro Paese, mostrandoci il volto bello e quello assai discutibile che da sempre convivono nella nostra società (come dentro in ciascuno di noi).

Vincenzo Nibali, il ciclista venuto dalla Sicilia, da Messina, conquista Parigi, il Tour de France, la più importante gara a tappe del mondo. Un’impresa: sportiva, anzitutto, ma non solo. Bisogna guardare il punto di partenza, per avere le dimensioni esatte di ciò che ha compiuto. Nelle interviste, l’atleta torna continuamente sui sacrifici che ha dovuto affrontare per costruirsi la carriera che amava: ho dovuto lasciare la mia terra e la mia famiglia a 15 anni, ripete. Cose in comune con Pantani? I sacrifici… Un ragazzo normale, determinato, che non si è mai tirato indietro, che appena può torna dai suoi, dagli amici, quelli per i quali lui è Vincenzo e basta, e tale resterà anche dopo l’impresa.

Il volto bello dell’Italia, insomma: quelle che ci crede, che lavora duro, che arriva lontano con la strategia del “testa bassa e pedalare”.
Dall’altra parte abbiamo un Carlo Tavecchio che a più di 70 anni diventa presidente della Figc, l’organo che governa il nostro calcio, dopo un percorso assai controverso che ha diviso il settore. Venivamo dalla disfatta del Brasile, dimessioni di Abete e Prandelli. Tutto faceva presagire la volontà di voltare pagina, rinnovare, cambiare. Avevamo anche la fortuna che una persona seria e perbene come Demetrio Albertini si fosse reso disponibile, sostenuto da chi il calcio lo fa, cioè calciatori e tecnici. E invece niente, la maggioranza dei club ha preferito Tavecchio.

Il quale, anziché gestire con la massima responsabilità il ruolo che gli è stato affidato, tanto più senza godere del consenso di tutti gli attori del calcio, se ne esce subito con una battuta che, definire infelice, è poco. Parlando dei calciatori extracomunitari, ha detto: “Opti Pobà è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così”. L’interessato forse non se ne è accorto, ma, nel suo italiano fantasioso, ha detto qualcosa di brutto, di razzista. Il contrario dei valori che dovrebbe esprimere e sostenere il calcio…

Un altro volto dell’Italia: quello che non riusciamo a lasciarci alle spalle, quello che ci impedisce di superare la crisi, sportiva e non solo.

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