Il Giornale. Reggio Emilia, minaccia di morte gli ostaggi. La resa dopo 8 ore di terrore. Condannato per ‘ndrangheta, ha fatto irruzione alle poste con un coltello: «Sono innocente»

Francesco Amato e l’ufficio postale di Pieve Modolena (corriere.it)

http://www.ilgiornale.it/news/politica/minaccia-morte-ostaggi-resa-8-ore-terrore-1597649.html

Vanni Zagnoli

Pieve Modolena (Reggio Emilia)

Non voleva andare in carcere, ritenendosi innocente, ha tenuto in scacco un’intera città, dalle 8,30 alle 16,43 di ieri, e alla fine ha liberato gli ultimi 4 ostaggi, prima di consegnarsi ai carabinieri.

Oltre 8 ore di tensione estrema, con una donna tenuta prigioniera nella posta che si era sentita male ed è stata liberata in anticipo.

Francesco Amato, 55 anni, di origini sinti, era stato dichiarato colpevole di estorsioni, nell’ambito del maxiprocesso Aemilia, manovalanza al servizio dell’organizzazione. Deve scontare 19 anni, comminati il 31 ottobre, era uno dei 118 condannati, a oltre 1200 anni di carcere. Per 15 è stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare, lui avrebbe dovuto essere portato dentro dai carabinieri di Piacenza, per questo si era nascosto.

Ieri mattina il gesto eclatante. Entra nell’ufficio postale di Pieve Modolena, frazione di 13mila abitanti, alle porte di Reggio, e urla: «Sono quello condannato a 19 anni, in Aemilia». Prende in ostaggio 4 dipendenti e la direttrice, Manuela Montanari. Fa uscire i clienti, in mano ha un coltello da cucina bianco, con lama da 25 centimetri. «Di fatto non lo userà mai – sottolinea il comandante dei carabinieri, Cristiano Desideri -, per minacciare le persone». L’arma è entrata perchè l’ufficio non ha metal detector.

All’esterno della filiale arrivano  carabinieri, polizia e il pm Iacopo Berardi, con il procuratore capo Marco Mescolini. Giunge il gis, gruppo di intervento speciale. Amato chiede di parlare con il ministro della difesa Trenta, poi con il ministro dell’interno Salvini. «Nessuna telefonata ai vertici – garantisce il colonnello Desideri -, si è accontentato di dialogare con il team di negoziatori».

Sono ore febbrili, per convincerlo a non peggiorare la sua condizione. «Gli abbiamo fatto capire che gli ostaggi non avevano colpa, cosicchè in lui è prevalso un certo senso di umanità. Gli ostaggi sono sempre rimasti molto sereni, anche nei momenti più concitati. E’ stata determinante la pazienza, l’ostinata volontà di farlo riflettere, ad accettare questa sentenza».

A mezzogiorno lascia uscire Annalisa Saluzzi, 54 anni, per un malore. «Lì si è capito che c’era spazio per un lieto fine».

Le telefonate sono lunghe, l’azione dimostrativa con il passare delle ore si affievolisce. Amato apre la porta della posta e fa uscire i 4 che erano rimasti dentro. «Non c’è stato bisogno di alcun ultimatum», aggiunge il capo dei carabinieri di Reggio.

Nel frattempo, all’esterno, amici e parenti solidarizzano con il sequestratore, originario di Rosarno, provincia di Reggio Calabria. «Pensate di avere sconfitto la ndrangheta con queste condanne?», è la frase ricorrente. 

Invalido alla mano destra, Amato aveva precedenti per minacce, danneggiamenti, estorsioni ed era a diretto contatto con la cosca Grande Aracri. Venne arrestato già nel febbraio 2003, perchè taglieggiava piccoli imprenditori, assieme al fratello Alfredo. L’ulteriore arresto nel gennaio del 2015, con rinvio a giudizio a dicembre quell’anno. Alla prima udienza del processo, Francesco Amato venne espulso dall’aula e lanciò accuse assurde al ministro Del Rio e all’allora presidentessa della provincia Sonia Masini. Poi affisse un cartellone di invettive davanti al tribunale. Come per il fratello, la condanna a 19 anni, adesso Francesco dovrà rispondere anche di sequestro di persone. «Mio zio non è una persona cattiva – lo difende una nipote -. L’ha fatto perchè pensava di aver avuto una condanna ingiusta. E’ innocente, non ha fatto male a nessuno, vuole solo giustizia». 

Ha fatto tutto da solo. «Non sapevamo nulla, di questo piano», aggiunge il cognato. Non si fosse arreso, era pronto un blitz delle teste di cuoio, arrivate da Livorno, avrebbero fatto esplodere piccole bombe per stordire chi era all’interno, senza ferire nessuno, a quel punto gli sarebbero piombati addosso. Erano arrivate a Pieve anche le unità cinofile, nel timore che altri calabresi approfittassero della situazione. Non ce n’è stato bisogno.

Da “Il Giornale”

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