Prima Pagina Modena chiude, a fine mese. Francesco Tomei, Matteo Pierotti, Gianni Galeotti e Sara Zuccoli e compagni hanno dato il massimo

prima-pagina-modena(v.zagn.) La chiusura di Prima Pagina Modena. La temevo, dopo la chiusura di Reggio, ma speravo di no. Invece, un mese dopo lo stop alle rotative per Reggio si ferma anche il lavoro degli amici Francesco Tomei, capo dello sport e dell’economia, Matteo Pierotti e Gianni Galeotti. Avevo invece conosciuto Sara Zuccoli quando andai in redazione. Questa è la sua lettera di addio, emozionante. Sono tutti bravi colleghi, si ricollocheranno.

http://www.lanuovaprimapagina.it/news/home/16058/prima-pagina-tempo-di-saluti-ci-passavi-cosi-tanto-tempo-che-era-diventata-una-famiglia.html

Ci passi talmente tanto tempo, in una redazione, che finisci per vedere più spesso i tuoi colleghi della tua famiglia. Perché gli orari sono strampalati, perché si comincia a lavorare sul serio quando gli altri finiscono, perché semplicemente è così e non si può cambiare. E allora succede che, passandoci tanto tempo, la redazione diventa la casa di tutti: somiglia un pochino ad ognuno, diventa il posto che riflette il giornale. Ci sono allora redazioni nuovissime, luminose, dall’apparenza professionale ed elegante; ci sono redazioni con un telefono per ogni giornalista, le segretarie, l’ascensore, l’ufficio grafico e quell’aspetto tanto indaffarato quanto – forse – freddo. Poi c’è la redazione di Prima Pagina che dell’aspetto non ha mai fatto il suo punto di forza: un appartamento convertito in ufficio, la luce dell’ingresso che non si accende, un vecchio pc che prende polvere all’angolo della sala riunioni. Quella col tavolo rotondo e traballante. Chi se ne frega, potrebbe obiettare qualcuno.

E invece no, perché il giornale che da quel posto viene fuori è il riflesso di quegli spazi: la redazione non è forse bella ma è accogliente, nel senso che ci entra chiunque (anche perché la porta rimane aperta). Così la carta di Prima Pagina non è forse sempre esteticamente perfetta; magari spunta l’errorino, magari c’è qualcosa proprio non perfettamente incasellato. Ma c’è spazio per tutti: quelli del ‘sistema’ e quelli contro quel sistema, quelli che ci danno ragione ma soprattutto quelli che non ce la danno.
Ci passi talmente tanto tempo, in una redazione, che a volte ti scivola l’occhio in un angolo e lo scopri pieno di polvere; osservi il caricabatterie di non si sa chi che è avvolto da un ‘gatto’. Ecco, quella polvere si ferma lì, in redazione, e se nessuno la toglie lì rimane. Come su Modena: se nessuno toglie via la polvere dai piani urbanistici finisce che la Giunta poi li ripropone uguali dopo 20 anni. Se nessuno sposta ‘il gatto’ dalla casa dell’antimafia finisce che quel gatto si prende un mare di consulenze dalla Regione e, grigio com’è, nessuno se ne accorge. Ce la siamo tenuta in redazione, la polvere, ma abbiamo provato a scuoterla via da quei posti, in città, in cui l’abbiamo vista.
Ci passi talmente tanto tempo, in una redazione, che dei tuoi colleghi sai scrutare gli umori, sai cogliere lo spirito di giornata e sai osservare la fatica, in quell’open space che diventa in fretta una ‘open life’. Il giornale che ne viene fuori, in uno spazio in cui il Barbapapà azzurro dell’uno osserva ogni giorno la catasta di carabattole sulla scrivania di fronte, è un cumulo di idee in divenire: si pensa qualcosa, si crede di avere il tempo di scriverla, si finisce con il non farla e poi arriva un altro che butta su la pagina bella. Proposte che si stratificano come i fogli e i foglietti sull’organizer rosa, colorate come la piantina che pare finta ma invece è vera presa all’Ikea, in un confronto che non è mai nato in una riunione ma intorno alle pareti, con il sottofondo costante dei tasti che il collega maltratta più di quelli di un pianoforte.
Ci si passa talmente tanto tempo, in una redazione, che qualcuno ci porta il forno del nonno, qualcun altro ci porta il frigo, un’altra ancora ci porta la carta igienica e lo sgrassatore. Piccole realtà da autodidatti, dove la cosa che conta alla fine è il gusto di fare tutto con le proprie forze; un giornale, di conseguenza, fatto di contributi personali e di collaboratori che sono pungenti maestri di vita – vedasi Adriano Primo Baldi – in grado di offrire uno sguardo, il loro sguardo: quello che sa vedere cosa c’è dietro il parcheggio, quello che ti insegna che non va bene se Esselunga non riesce per anni ad aprirsi un varco nel Monopoly ordinato Pd-Coop.
Ci passi talmente tanto tempo, in una redazione, che a volte i pezzi salienti della tua vita arrivano a legarsi addosso ai tavoli come un’edera bella che si avviluppa alle cose che ami; e i pezzi che contano della vita di Prima Pagina sono squisiti tasselli di libertà, frutto delle possibilità che l’editore ha concesso (no, non è retorica; e sì, lo diciamo ancora) ma anche di quella testa che vogliamo tenere su. Anche oggi che mancano quattro giorni a quando dovremo chiudere a chiave la redazione. E chissà, forse sarà la volta buona che ci ricordiamo di abbassare le tapparelle e chiudere le finestre. O forse nemmeno.
Sara Zuccoli

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