Parma, la morte di Gian Franco Bellè, figlio di un ex arbitro. Non alto, non magro, occhiali, grintoso e signorile. Una vita da caposervizio allo sport di Gazzetta. Dirigente dei Crociati, intervistatore

di Vanni Zagnoli, con Silvia e famiglia

Arriva l’sms di Alberto Bortolotti, spero in una convocazione a un evento, a un qualcosa. Morto Bellè, se puoi ricordarlo, non leggo bene, non capisco, subito. Penso a mangiare, alla mortadella, non sto scherzando.

Non so cosa sia successo, non indago, non vedevo Gian da TvParma, da due stagioni fa.

Ricordo che ne parlava pubblicamente Ernesto Foglia, 13 anni fa presidente della Reggiana, lo citava: “Gian Bellè”.

Gian. Gianfranco. Non alto, non magro, ma un cagnaccio, intendo uno che voleva fare domande, non sempre scomode, ma c’era. Amava scrivere. “Non c’era giorno, nelle sue pagine, che non ci fosse un suo pezzo. Guardaci”.

Me lo fece notare un grande sottovalutato di Gazzetta di Parma.

Gian era così, piacevolmente arrogante, come tanti innamorato di se stesso, ma relativamente.

Gian, un leader. Della squadra storica di Gazzetta, dove io mi affaccio nel ”92, per i dilettanti, dalla seconda categoria.

Bellè, Pacciani, Sperindè, Monaco, anzi Monaco era il vice, poi Zurlini, forse, sì, poi arrivò Michele Ceparano. E quando Gian andò in pensione, subentrò Pacciani, il Paccio, golfista. Che Simone Monari evocava con il mostro di Firenze.

Dunque, Gian, Gian, scrittore. con Giorgio Gandolfi, grandi. Gian amico di Zeman, di tanti personaggi. Bellè era il Parma. Bellè. Non imbellettava, i pezzi, era pragmatico come me. Domanda e risposta, a capo, tutti i temi, a cappella, e via.

Andava in riunione, il direttore Giuliano Molossi obiettava e Gian disegnava come voleva lui.

Per anni ho lavorato troppo, stordito. Gian mi cercò una mattina: “A che ora accendi il cellulare, la mattina”. Boh, adesso alle 15, alle volte non so, vado nei matti.

Gian non amava il mio volenterosismo, troppa pressione. Due partite dei dilettanti, ok, un pizzico di Reggiana ereditata da Giorgio A. Campanini, tipografo baby pensionato e poi pochino altro.

Finchè un giorno mi presentai a Molossi, ma c’era già Pacciani. “Non posso assumerti, però…”.

Ma Gian era un maestro, io lo andavo a salutare, lo ossequiavo, lui parco di sorrisi e parole. Chiamava Sandro Piovani Pancione. Pancione? Io sarei sprofondato. Quante prese in giro, a me, di colleghi, per il mio sovrappeso, Gian invece era un signore. E io incassavo, i no, rari sì, ma insomma c’ero, Gian Bellè considerava anche me.

Anni fa raggiunsi TvParma, da Teleducato, ero il meno esperto di Parma, il meno polemista, ero stritolato fra tanti, l’ultimo a parlare e Gian Bellè non lasciava spazio per entrare. Anche mezz’ora, prima delle mie prime parole. Io monopolizzo in pochi, in 5 fatico, quando sono cagnacci. Gente tosta, Gian era un polemista nato, amico di Tullo Baroni, la vecchia generazione di giornalisti. Notizia, sobrietà, verità.

Raccolse l’eredità di Attilio Fregoso, già firma di Tuttosport, chiacchierato, come capo di Gazzetta di Parma, sport, seppi. Bellè allora diede spazio ai dilettanti e agli sport vari. “Io vengo in redazione alle 9,30 del mattino e sono l’ultimo a uscire”.

Ecco, buon esempio, immagino pluripremiato, scrittore dicevo accanto al finissimo dicitore Giorgio Gandolfi, ex firma de La Stampa, poi pr del primo Parma di serie A, con Tanzi, poi firma di Libero, in mia concorrenza, da Parma e non solo.

Ebbene, Gian era stato per non so quanti anni il corrispondente di Gazzetta dello Sport. Poco spazio, da quando c’era inviato il cannibale Andrea Schianchi, un macinatore di notizie, un grande. Un pugnace, come Gian.

Bellè. Mamma mia. Mi mancherà la tua espressione sempre austera, sempre, il tuo sguardo severo. Tifoso del Torino, Gian, di Zeman, andò in ritiro a salutarlo, amico di Sacchi e Ancelotti, amico di tanti, nemico di Pino Colombi.

In tanti mi hanno raccontato di Gian Bellè che un giorno in diretta radio, forse Parma, non so, rispose a PIno che lo interpellò: “Abbiamo con noi il collega Gian Franco Bellè”. “Io non faccio l’assicuratore” e lì nel tempo Pino ci fece una malattia. Pino che aveva inventato la radio, il perbenismo, il manierismo di tv. Pino era un bell’uomo, seduttore, Gian padre di famiglia. Un alto e bella voce, autorevole, l’altro autoritario. E Pino si inalberava come un pino quando si nominava Bellè.

Pino, sapessi quanti Bellè ci sono stati, nella mia vita.

Pino, nel regno dei cieli, adesso accoglierà Gian Franco, si stringeranno la mano. Pino, mio compagno di banco al Tardini, a lungo.

Gian era nel banco di Gazzetta di Parma. Gian lassù, con Gianluca Bacchi Modena, ecco il suo vice storico, già firma di Tuttosport, ma poi Robertino Schianchi, fratello maggiore di Andrea, e tanti altri che non voglio ricordare. Il fotografo Badolati, Tiziano Marcheselli, Maurizio Schiaretti, Massimo Torelli che mi aiutò a passare professionista, da freelance, e poi non ricordo. Il magone è insopportabile.

Gian. Già dirigente del Collecchio, non ancora Crociati.

Gian, libri, tessera Coni, intervistatore per Tv Parma, con la direzione Andrea Gavazzoli.

Gian, autorevole, autoritario, senza fronzoli, sarebbe piaciuto al pragmatismo di Silvia, mia moglie.

Gian. Dalla macchina da scrivere al computer. Ah, dimenticavo, da pensionato capo ufficio stampa del rugby, con la presidenza federale di non ricordo chi. Perchè mi occupo di tutto e niente. Dondi, ecco, Giancarlo Dondi, con Andrea Cimbrico, come vice.

Bellè.

Gian Franco. Come Bellotto, anzi Gian Franco, unico.

Maestro di tanti amici e colleghi, che quando non mi rispondono alla mail o non mi danno l’ok al telefono diventano nemicissimi. Anzi, molto meno di alcuni che non mi fanno più scrivere.

Gian, Franco. Non dimenticherò la tua sobrietà, la tua logorrea tv. E, soprattutto, i numeri, l’aridità  dei numeri, il pistolotto di 2-3′, le sferruzzate al Parma, magari non ai potenti ma insomma già era imparziale, austero, quasi burbero. Maestro vecchia maniera, molto rispettoso, nel passare i pezzi.

Gian. Un bacio da Silvia. Grazie, anche dalla mia famiglia, sei stato il secondo ad aprire la mia collaborazione, nel ’92, dopo Carlino Reggio, fra i quotidiani. Gian, grazie davvero.

Ti invidiavo quando leggevo inviato con la nazionale, forse anche alle olimpiadi, non so, e io a occuparmi di sport nazionale ovunque ma non per Gazzetta di Parma.

Gian. Bellè. Non imbellettare i pezzi, Gian. Restiamo noi stessi, sempre. Il giornalismo è fatto non solo delle belle parole di Giorgio Gandolfi e tanti altri, è anche sferzantezza, non so. E’ anche gli occhiali, la pancia, i capelli bianchi, a sinistra. Chissà se eri di destra o di sinistra.

Vediamoci a cena, Gian, con Schianchi che non sopporto e con lo Zurlo mio mito. Con Sandro e Claudio Rinaldi, con Majo e tanti altri. Io sarò in imbarazzo, irretito dai miti.

Gazzetta di Parma, anche la mia famiglia.

Gian, salutami quel galantuomo di Torelli, quei ragazzi degli spettacoli, Marcheselli, Schiaretti. Via tu da Pino, eh, anche a nome di mia moglie, di tanti, di tutti, di troppi. Troppo dolore, Gian. Per tutti.

Da Reggio, un abbraccio. Vanni Zagnoi, con Silvia Gilioli. E, alla memoria, papà Vasco e mia mamma Emilde. Ah, le telefonate di Tina, a casa dei miei per il calcio minore. “Vanni, sei unico, mi diceva”.

Gian, anche voi tutti. Grazie, Parma, grazie davvero.

Non verrò ai funerali. Ho troppo paura di non dormire, di ansia, di tutto. Non vado mai ai funerali. Neanche ho il tuo telefonino.

E poi sono reggiano, ha ragione Gandolfi.

Ciao, davvero.

 

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