Pieve Modolena, Reggio Emilia. 20 anni fa la morte di papà Vasco, Zagnoli, soffocato da un boccone di cibo. Il crocifisso e l’elettroshock

Era domenica, 23 giugno, ero in palestra, al fit village, caldo, ero in bicicletta, 2002. Telefona mamma Emilde: “Vieni, da tuo padre, l’è bell’è mort”. E’ già morto.

Vasco, agricoltore, aveva 64 anni, era in pensione e, come me, penalizzato da ansia e depressione, derealizzazione. La vita di campagna era alienante, l’allevamento delle vacche, sognava di fare il calciatore, era un bella ala destra, nonno Ernesto, Tino, lo sfiancava nei campi: “Passavo sangue nelle urine, dovetti smettere”. Lo allenava Delgrosso, il mito. Il matrimonio con Emilde Montecchi, nel ’69, la vita accanto alla Nepal, dei Mussini. La mia nascita, nel ’71. “Abbiamo una casa infelice”. La nuova, iniziata nel ’77, nel terreno di via Berneri, servirono 15 milioni di lire per edificare. Debiti per 100 milioni di lire, tassi anche al 28%, di interesse. Era in cura dallo psichiatra, Offerto Bertolini, in via Roma: “Dotor, am daga la forza, go bisogn ed pagher i debit”.

Non serve la traduzione, gli anni migliori se ne vanno in preoccupazioni, nell’89 vende un terreno, ma il debito era già azzerato. Ha 52 anni, è l’inizio della fine, depressione: “Ci mangiamo tutto, la casa in campagna è molto impegnativa, come spese”.

La fobia sociale: “Non so se andare a messa, quando c’è da scambiarsi il segno di pace tremo”.

Papà Vasco era un po’ come Pantani, Marco, liquido, troppo vulnerabile, nato sotto il segno dei pesci, segno di acqua. Come il mio cancro.

Ha trasmesso la grande competenza per il calcio, la passione per lo sport, sarebbe stato un grande osservatore, amava lo stadio Mirabello e Gianfranco Matteoli, le giocate di classe. Aveva visto la carbonella e Pinti, Catalani e Pistacchi. Aveva bestemmiato per i carichi di lavoro, nella stalla, sempre in via Berneri, ora capannone che racconto assieme ai due appartamenti, l’inferno degli affitti non pagati.

“Sono vite da briganti e non si prende niente”. E allora smise le vacche, grazie al premio della Ue, e si dedicò insieme a mamma Emilde Montecchi al lavoro a domicilio, a cottimo, come il mio, da giornalista, esattamente, e così mamma ogni tanto mi avrebbe detto: “Oggi hai fatto giornata”. Già, professione partita iva, come il muratore che ha abitato sino a maggio al piano terra, di quella casa.

Sotto, avevano vissuto i nonni, Tino, scomparso nel ’96, alla vigilia di una partita di serie A, del Piacenza, a cui non rinunciai, ed Elena, Maria, per tutti, che come amava socializzare e andare a trovare amiche e parenti.

Maria se ne va nel 2002, 40 giorni prima dell’unico figlio. “Guarda di stare vicino a tuo padre e a tua madre”, mi intimò una parente, Tonina, di Campogalliano, Modena.

L’ho fatto poco, con entrambi, oggi racconterei con loro per ore, ansia e depressione, socializzazione.

Vasco era labile, come me. “Un giorno il prete di Pieve, Modolena, don Orlando Rigattieri, non ancora monsignore, nel ’60, estrasse all’improvviso il crocifisso, come verso di me – raccontava Zagnoli -, fu una sorta di sortilegio, mi stregò”.

Striè, diceva nonna Maria.

E allora papà conobbe la depressione, a militare, a Capo d’Orlando, Messina, autiere, e poi al rientro, l’elettroshock, come per il figlio di Italo Cucci, noto giornalista. Restò così, per sempre, tristezza ed euforia, e poi il nulla, senza più obiettivi, quasi come vannizagnoli.it. Sposato ma di fatto solo, con il suo dolore, il dolore di due ricoveri, coatti, propiziati da me, il primo nel ’94, prima dei mondiali, dopo che me m’ero andato di casa. Quel giorno chiamò la polizia municipale, perchè mi convincessero a restare. “Bein, se tomia cumprè a fèr set vè a stèr via”, mi accusava mamma Emilde.

Il tutto è finito in quella domenica di sole ardente, in via Berneri, un pranzo qualsiasi. Un singhiozzo, un singulto, anche nonno Tino soffriva, per esempio la pasta in brodo non così cotta.

Non ricordo cosa avesse mangiato, ricordo i soccorritori davanti a casa. Era finita la sua sofferenza, anche la mia, quel padre così speciale, che mi voleva accanto a sè e dal quale io sfuggivo, da sempre, per sempre.

L’ho raccontato la notte, al cimitero, a Pieve.

Conosciamo la sofferenza, ansia, depressione, eredità, ereditari. “Guarda che non ti lascio nulla”, erano le sue minacce.

Grazie a loro, posso anche non lavorare, magra consolazione.

Un giorno, magari, racconterò in libro i parenti miei e di mia moglie, come Marco Pastonesi, mito ex Gazzetta dello sport.

Chi volesse, potrà ricordarlo online, su vannizagnoli.it

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