Rivista Undici, Michele Chicco. Il calcio associativo, ritratto di Luis Enrique, che torna a Roma da avversario: il flop in giallorosso, il ritorno in Spagna e il triplete con il Barça.

Luis Enrique e Tassotti, al mondiale 94
Luis Enrique e Tassotti, al mondiale 94

Di Michele Chicco, da Rivista Undici

http://www.rivistaundici.com/2015/09/16/il-calcio-associativo/

Ha alzato la Coppa dei Campioni davanti alla miglior squadra italiana e questa per Luis Enrique deve essere stata la più bella delle vendette possibili. Lucho era arrivato a Roma con belle speranze, ma a fine stagione di quel projecto che portava con sé era rimasta solo una triste parodia. «Questo è un bel posto, ma ha bisogno di aiuto», ha detto il giorno in cui ha lasciato l’Olimpico. «Mi piacerebbe che il prossimo allenatore non debba soffrire quello che ho sofferto io: vado via perché sono stanco». Porta chiusa dopo una sola stagione, con un bottino misero: settimo posto e due derby su due persi. Molto male per Roma.

Luis Enrique è un intellettuale del pallone. La squadra deve essere corta e deve giocare nella metà campo degli altri. Le idee contano più delle persone e se gli interpreti non sanno creare geometrie perfette in mezzo al campo poco male: la palla deve girare così. Da Roma a Barcellona, Enrique ha costruito le sue squadre con le terne in testa, tre giocatori che azione dopo azione creano triangoli perfetti sul terreno per avere così sempre un’alternativa possibile. Non è il palleggio snervante di Pep Guardiola e sono ammesse le verticalizzazioni sul vertice alto del triangolo, ma i passaggi sono continui e si va avanti sempre a piccoli e veloci passi: «Il mio calcio è associativo», spiegò ai romanisti qualche ora dopo il suo arrivo.

È un modo di giocare al football che impegna fisicamente i calciatori per tutti i novanta minuti e forse a Roma ha pagato anche la scarsa preparazione atletica dell’undici che a metà stagione, già affranto dalle sconfitte, era sfiancato. A Barcellona quando ha visto calare i suoi, ha fatto qualcosa di diverso: il quattro gennaio 2015, dopo dodici vittorie, due pareggi e due sconfitte in Liga, Luis Enrique si presenta in casa della Real Sociedad con Piqué, Rakitic, Messi, Neymar e Dani Alves in panchina. Perde uno a zero; ma da lì parte la corsa che lo porterà a vincere la Liga, la Copa del Rey e la Champions League – a Berlino per 3 a 1 contro la Juventus.

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Luis Enrique e la squadra stringono subito dopo la trasferta di San Sebastián la pax blaugrana. Il tecnico ascolta lo spogliatoio che a sua volta si trincera attorno all’allenatore, mettendo da parte i malumori. Le cronache raccontano di uno Xavi tessitore di trame fuori dal campo, esperto politico in grado di ricucire una rottura che avrebbe fatto saltar all’aria un altro mister e un’altra stagione. Luis Enrique, che nelle prime 28 gare stagionali aveva cambiato formazione 28 volte, vira e da lì in poi Messi è sempre titolare in Liga, spesso con Neymar e Suárez. Arrivano le ultime due vittorie nel girone di andata, poi sedici al ritorno, con due pareggi e una sola sconfitta con il Malaga.

Enrique continua a credere fino all’esasperazione nella propria idea di calcio, ma la durezza e l’ostinazione, che a Roma lo avevano fatto implodere, vengono ammorbidite dal dialogo nello spogliatoio del Camp Nou. Arriva sul tetto d’Europa in Catalogna e segna così il suo nome tra i grandi dello sport, vincitore del triplete come Alex Ferguson, José Mourinho e Guardiola.

L’integrità morale e il rispetto per la sua libertà gli fecero lasciare Roma con un anno d’anticipo; ma è a Barcellona che Luis Enrique capisce che da Trigoria ha avuto in dote un carico di esperienza e non solo fischi. «Il prossimo anno non allenerò di sicuro – disse salutando l’Italia – non so se avrei avuto qualche offerta, questo non mi preoccupa. Sono una persona molto passionale, è stata un’avventura bellissima e difficile. Ho speso tutta la mia energia e io non sarò mai attaccato alla poltrona».

Tra il 2012 e il 2013 Lucho non ha allenato; una pausa trascorsa con il dubbio di doversi fermare per sempre, perché essere stato capitano del Barcellona non fa di te per forza un ottimo allenatore. Per ripartire a mente fredda sceglie il Celta Vigo, l’anno del novantesimo compleanno dei Los Celestes. Il peso del fallimento romanista è scrollato di dosso, cancellato dai chilometri percorsi in bicicletta e dalle passeggiate sulle montagne delle Asturie durante l’anno sabbatico. Chiude al nono posto, con 14 vittorie e 17 sconfitte, ma la sua missione era la salvezza tranquilla raggiunta.

Eppure, a inizio stagione le cose non si erano messe bene. Il Celta racimola sei punti in nove giornate di campionato e già a ottobre i quotidiani spagnoli parlavano apertamente di «ultima spiaggia» per il tecnico delle Asturie, inchiodato negli ultimi posti della classifica. Con la fiducia del club e le belle parole del presidente Carlos Mouriño, Luis Enrique vola a Malaga e vince 5 a 0 dopo quattro sconfitte di fila. Ricomincia a mettere ordine nell’ambiente e nella sua testa. «Con lui – scrisse a gennaio il quotidiano sportivo As – tutto è possibile, dentro e fuori dal campo. Parla chiaro e in faccia ai giocatori, tutti sanno cosa il tecnico asturiano vuole e cosa detesta». Quando il suo 4-3-3 di ispirazione catalana incomincia a ingranare, la squadra esce dalla melma e inizia a far capolino nel centro della classifica; anche grazie ai cinque risultati utili tra gennaio e febbraio, il Celta si salva.

Luis Enrique è tornato in Spagna, ma non ancora a casa sua. Il Barcellona quello stesso anno vive una della stagioni meno vincenti della sua recente storia. Tata Martino lascia la panchina blaugrana dopo un secondo posto in campionato che sa di fallimento e un’eliminazione dalla Champions League ai quarti di finale contro l’Atlético Madrid. Per andare dal Balaídos di Vigo al Camp Nou bisogna spaccare in due la Spagna: Lucho prende un aereo e realizza il suo sogno. Sembra che nessuno, dopo Guardiola e Tito Villanova, possa far tornare a vincere la squadra che aveva incantato il mondo giocando al pallone e Luis Enrique è il giusto mezzo tra il ritorno all’origine e l’insana scommessa. Osservava Guardiola dallo spioncino quando allenava la squadra B e condivideva con lui il cerchio di centrocampo quando ancora entrambi giocavano; con Mourinho, secondo in panchina di Luis Van Gaal, a incitare i due campioni.

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«Da oggi cominceremo a costruire un nuovo Barcellona», dice da neo-allenatore blaugrana: «È un giorno speciale per me e ho voglia di costruire una nuova era capace di emozionare». Le idee, come detto, sono più importanti degli uomini e quei calciatori che avevano scritto la storia del calcio sono costretti a dimenticare il tiqui-taka e ad applicare le terne: «Sono fedele ai miei principi. Il mio stile di gioco è offensivo ed è lo stesso della filosofia Barça». Uno, due e tre: la squadra parte bene in campionato, un po’ meno in Champions, ma passa il turno prima nel girone lasciandosi alle spalle la corazzata del Paris Saint Germain.

A ottobre, dopo sette vittorie e un pareggio, arriva la prima sconfitta in Liga. Davanti agli 85mila spettatori del Santiago Bernabeu, il Real Madrid vince 3 a 1. Ad andare in vantaggio sono i blaugrana dopo tre minuti con Neymar. La squadra di Luis Enrique resiste all’assedio del Real che nei soli primi dieci minuti crea cinque palle-gol e prende una traversa; ma dieci minuti prima della pausa Cristiano Ronaldo non sbaglia il calcio di rigore e pareggia. Al 50esimo, da calcio d’angolo, Pepe svetta fra tutti e ribalta il risultato, chiuso definitivamente da Benzema dopo un’azione veloce e muscolare.

La settimana dopo il Clásico il Barcellona perde di nuovo contro il Celta Vigo, ma intanto sta cambiando pelle. In estate Carles Puyol aveva lasciato la squadra ed Enrique aveva scelto di far arretrare di dieci metri Javier Mascherano che da possibile esubero era diventato perno della squadra. L’argentino è uno che palleggia, un difensore atipico con una visione di gioco da centrocampista. Lì in mezzo, al trio da filastrocca Iniesta-Busquets-Xavi si era aggiunto Ivan Rakitic che è più dinamico degli altri e garantisce quei maledetti triangoli disegnati sul campo che a Roma Luis Enrique sognava. Davanti sono spesso insieme tre calciatori come Messi, Neymar e Suárez.

A fine Liga i punti in totale sono 94; tanti ma non molti di più rispetto agli eterni rivali del Real Madrid che chiudono appena due passi indietro. In Champions Luis Enrique perde una manciata di volte, l’ultima è una sconfitta da sogno: all’Allianz Arena il Bayern Monaco di Guardiola vince 3 a 2. La partita è splendida, ma non come quella dell’andata: una settimana prima il Barcellona aveva battuto i bavaresi tre a zero con un gol favoloso di Messi.

I blaugrana travolgono 3-0 il Bayern, finale prenotata.

In una sola stagione in Catalogna Luis Enrique diventa immortale e cancella i brutti ricordi. Ad agosto, dopo aver centrato la Supercoppa europea, manca l’occasione di fare cinque su cinque contro l’Athletic Bilbao e lascia in terra basca la Supercoppa spagnola, persa per colpa di un’amnesica gara d’andata vinta quattro a zero dagli altri. Non è la prima volta per Lucho: da allenatore della Roma, a Cagliari, Bergamo, Torino e Lecce subì lo stesso numero di gol e queste partite contribuirono a fomentare nella galassia romanista la sua fama da Errichetto, il tecnico brocco.

Al Via del Mare di Lecce, il sette aprile 2012, la Roma mette in scena il peggio del suo repertorio stagionale. È il sabato prima di Pasqua e la sorpresa alla Serie A la fanno Muriel, funambolo degli altri giallorossi, e Di Michele, segnando entrambi una doppietta. In un solo pomeriggio la Roma riesce a prendere quattro gol da una squadra che a fine campionato sarebbe retrocessa e quel match è un po’ la fotografia di una stagione nata e finita male. Al 90esimo Lamela segna su punizione da puro campione e ricorda a tutti che quella Roma è tanto bella da vedere, quanto inconcludente e disordinata.

Contro l’Atalanta, invece, la partita finisce ancor prima di incominciare: al momento di scegliere gli undici da mandare in campo, l’allenatore giallorosso spedisce Daniele De Rossi in tribuna per punirlo di un ritardo alla riunione tecnica. In uno spogliatoio già diviso e sofferente, tenere fuori il 16 è una scelta che non può educare nessuno. La partita inizia, ma la Roma non è mai in campo: segnano Marilungo e Denis e se si chiude quattro a uno è solo grazie ad un colpo fortunoso di Fabio Borini.

Una delle peggiori sconfitte della Roma di Lucho: 0-4 allo Juventus Stadium.

Quella tribuna di De Rossi non riesce a rovinare il rapporto tra i due. Alcune settimane dopo, Capitan Futuro – al termine di un’altra sconfitta, in casa con la Fiorentina – spiega di continuare «a sostenere che Luis Enrique sia uno dei tecnici più bravi al mondo. E non lo dico perché sono stato allenato da pizza e fichi, ma da gente come Spalletti, Lippi, Capello. Luis Enrique lo è: ma purtroppo è stato anche molto sfortunato».

Per uno che pratica calcio «associativo», il rapporto con i campioni non è sempre facile. Il debutto con la Roma coincise con una roboante bocciatura di Francesco Totti nel preliminare di Europa League perso contro lo Slovan Bratislava; a Barcellona ha discusso più volte con Messi, talento tra i talenti, prima di sancire la felice pax grazie al lavoro talentuoso di Xavi. Luis Enrique, da uomo forte, non è uno che mette in campo chi è considerato il migliore sulla carta perché ama far giocare chi ha sudato in settimana: uno vale uno, insomma. Il calcio per lui è dedizione ed educazione fin da quando, da centrocampista, ha dovuto lavorare per diventare quello che è stato: uno dei tre spagnoli inseriti nella lista dei cento migliori calciatori della storia. Ha collezionato quattrocento presenze da professionista, militando prima nel Real Madrid e poi nel Barça, e uno come Totti in tempi non sospetti disse di essere sicuro che il tecnico sarebbe diventato un «vincente». Un giorno, lontano da Roma.

AS Roma v Juventus FC - Serie A

Per anni Luis Enrique ha portato dentro di sé e in segreto le parole dei dirigenti catalani: quando lasciò il Barcellona B, gli promisero che sarebbe tornato, seduto in panchina ad ascoltare l’inno del suo club. Come ha scritto Luca Valdiserri sul Corriere della Sera, per i blaugrana Luis è «un convertito, non un battezzato» perché prova un amore sincero nato da una scelta personale, un amore razionale e disciplinato.

La telefonata dell’allora direttore sportivo catalano, Andoni Zubizarreta, durò pochi minuti perché l’accordo era tutto nella storia di Luis Enrique, ormai consapevole di aver imparato tanto negli anni passati a lavorare prima a Roma e poi a Vigo. A Barcellona l’asturiano ha mostrato la sua intelligenza, riuscendo a gestire uno spogliatoio strabordante di campioni senza rinunciare alla sua idea di calcio «associativo». A Roma, ostaggio dell’ambiente incandescente e della vivacità di calciatori come Daniel Osvaldo, più che abile fu incompreso e si schiantò sul muro del fallimento. Questa eredità gli ha forse rovinato l’arrivo in Catalogna, quando furono in molti a pensare all’insana scommessa del club; ma Lucho, da uomo normale, ha saputo godersi il sogno coltivato da adulto. Ha aspettato un anno prima di servire la sua bella vendetta a chi non aveva creduto in lui il giorno della firma: «Vorrei assomigliare a Pep e a Simeone – disse –, ma dovrò accontentarmi di essere Luis Enrique».

 

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