


Di Vanni Zagnoli
Addio a Giuliano Gilioli, il suocero dei sogni, 88 anni.
Era nato il 10 luglio del 1937, a Pieve Rossa, verso la Bassa, di Reggio Emilia. Era il padre di Silvia Gilioli, giornalista pubblicista dal 1995, e direttrice di Vannizagnoli it.it, testata giornalistica iscritta al registro operatori della comunicazione, e di Cristina, 61 anni. Entrambe sono impiegate, in città, Cristina lavora al centralino di un’azienda che eroga servizi per gli anziani.
Giuliano lavorò una vita nel settore asfalti, come dipendente comunale, mostrava con orgoglio la lettera ricevuta a firma della sindaca dell’epoca Antonella Spaggiari nel momento in cui andò in quiescenza, a 55 anni. Soprattutto da quel momento, ha sempre vissuto per la famiglia: in particolare per Giovanni, 41 anni, nato a Ospizio e adesso abitante a Bagnolo in Piano, ed Eleonora, bancaria al Credito Emiliano, nella filiale proprio della frazione che da Reggio porta a Modena, lungo la via Emilia.
Viveva, dicevamo, per i nipoti, per vederli affermati professionalmente, Giovanni è un eccellente ingegnere informatico, e, prim’ancora, per vederli eccellere negli studi e nelle passioni: Giovanni era stato un discreto esterno, quasi lungo, nella pallacanestro, mentre Eleonora fu miss Emilia nel 2007. Giuliano aveva i nipoti come piacevole ossessione, per qualificare la pensione, per battersi perché crescessero al meglio, con il massimo dell’educazione e anche dei comfort, degli agi che possono avere due giovani qualsiasi.
E così Giuliano alternava la presenza famiglia alla passione per le bocce, che l’aveva portato a frequentare i campi di via Agosti, dove si allenava la Reggiana, e a diventare anche amico di Giuseppe “Pippo”Marchioro, il tecnico granata del doppio salto, dalla serie C alla A.
Memorabile fu una cena con Marchioro e il ds dell’epoca, Renzo Corni, con i fratelli, Enrico e Livio, entrambi scomparsi, e con il minore, Gianni, unico superstite della famiglia Gilioli, classe 1948, ex magazziniere da autoZatti, nella frazione di Lentigione, comune di Brescello, il paese di Peppone e don Camillo.
Gianni è stato vicino sino all’ultimo all’unico fratello che conservava, cercando di aiutarlo il più possibile gli ultimi mesi di vita, avevano perso l’unica sorella, Lidia, un paio di anni fa. Dal 2023 Giuliano era nella struttura San Michele Arcangelo di Pieve Modolena. E così Gianni si era adoperato perchè il fratello maggiore potesse farsi recapitare al nuovo domicilio la pizza, ogni volta che gli andava, assieme al gelato, perchè da settimane era dimagrito tanto, faticava ormai a nutrirsi. Colpa dell’incidere di una nuova malattia, all’apparato digerente. Ma quante volte Giuliano aveva seguito le partite di calcio, dagli anni ’80, dei 4 figli di Gianni, nel Reggiano e non solo e negli ultimi anni da allenatore, sempre in categoria, fra l’Eccellenza e la Seconda.
Come molti vedovi in età avanzata, Gilioli aveva particolarmente sofferto l’addio alla moglie, Enza Dall’Aglio, scomparsa il 1 settembre del 2022, e così, un anno dopo, aveva lasciato la casa di loro proprietà, sempre a Pieve Modolena, in via Confalonieri, sino a venderla, in anticipo, “perché tanto non mi serve più”.
Giuliano aveva la passione per la boxe, praticata da giovane, durante il periodo del fidanzamento con Enza, a San Polo d’Enza. In tv seguiva molti incontri di pugilato, in particolare negli anni ’80, Nino la Rocca, maliano naturalizzato italiano.
“Smisi – ci rivelò – perché ogni volta che prendevo un pugno mi si annebbiava la vista, dunque era impossibile per me combattere in maniera assidua, anche solo amatoriale”.
Quando andava a ballare, magari era accompagnato dalla mamma della futura moglie, Desolina, un classico per il primo dopoguerra.
Entrambe le figlie di Gilioli si erano sposate presto, ma mentre gli Zagnoli avevano scelto di non avere eredi, Gabriele Riccò, per una vita alla Coldiretti, in particolare a Il Carrozzone, e Cristina, avevano appunto procreato, Eleonora e Giovanni. Riccò è scomparso pochi mesi fa, stroncato a sua volta da un male che non perdona e Giuliano non aveva preso parte al funerale, per evitare di esporsi al dolore, al contrario di quanto era avvenuto per tutti i parenti, compreso Vasco Zagnoli, scomparso il 23 giugno del 2002, ed Elena, per tutti Maria, Bartoli, deceduta una quarantina di giorni prima, e con Emilde Montecchi, mamma di Vanni, che abbandonò questo mondo il 31 dicembre del 2016.
“La prossima volta toccherà a me”, disse Giuliano, al funerale della consuocera. Sbagliò, perché il destino chiamò al padre eterno in anticipo la moglie Enza Dall’Aglio, tre anni fa, lei era più giovane di tre anni e mezzo, compiva gli anni il 26 dicembre, essendo nata nel 1940.
E così la vita di Giuliano si era dipanata fra l’orgoglio di avere militato nelle file del comune di Reggio Emilia, e la passione per la politica, che l’aveva visto scendere in campo a livello di circoscrizione, la numero 2, negli anni ’90, nelle file del Psi, apprezzando la leadership, la segreterìa di Bettino Craxi, che egli pronunciava in maniera unica, “grassi”.
Così conobbe Mauro del Bue, leader provinciale del partito socialista che ebbe in Pietro Nenni e Sandro Pertini due statisti di livello europeo. Già, la politica, una delle grandi passioni di Gilio, com’era detto al bar.
Amava guardare i telegiornali, a prescindere dall’ideologia politica e dal taglio degli approfondimenti, in particolare la sera, alternandosi così alla visione dell’unico schermo presente in casa, a Pieve, in via Confalonieri, con la moglie Enza, che preferiva ascoltare, radio 24, in particolare.
Leggeva i quotidiani, in particolare al bar, fosse il Maxi, di Pieve, oppure un bocciodromo. Aveva frequentato via Agosti, accanto al campo d’allenamento storico della Reggiana, il centro sociale di Biasola e l’orologio. E chissà quante gare aveva disputato, in carriera, sparse per l’Italia, magari con il fratello minore Gianni come autista speciale, in particolare nei viaggi lunghi, come a Roma, ai campionati italiani. Ad Ancona, a Macerata. Quelle competizioni gli avevano fatto meritare una bella messe di medaglie, una parte delle quali aveva regalato alle figlie e ai nipoti: 2 sono a casa di Silvia, 3 da Cristina.
Restava la passione per gli asfalti, per il nighèr, ovvero per il catrame, la voglia di asfaltare le strade, lo fece anche in via Camillo Berneri, fra Pieve Modolena, Cella e Roncocesi, rinunciando naturalmente al proprio compenso, per gratificare la famiglia Zagnoli, di una sorta di par condicio.
La spesa fu di 20 milioni di lire, oltre 30 anni fa. E pensare che adesso il comune si rifiuta anche soltanto di chiudere le buche, perché quel tracciato è privato ma uso pubblico e allora il lavorìo di Gilioli fu provvidenziale, assieme ai mezzi di Fiaccadori, l’operatore con il quale aveva collaborato a lungo, guidando proprio il mezzo principale per gli asfalti.
Giuliano amava la compagnia, anche di stranieri, al bar, incrociava per esempio l’argentino Zunda, che pronunciava quasi alla sudamericana, ma involontariamente, sunda, scomparso prima di lui, e così faceva trascorrere le ore, fra il gioco delle carte e appunto le bocciate, magari anche in parrocchia, a Pieve, San Michele Arcangelo, nonostante non fosse credente.
E poi andava a trovare i nipoti, le figlie, senza mai essere invadente. Rari gli affacci sul posto di lavoro di Silvia, così impegnata a Medical Center, da alcuni anni Bianalisi, a Il Tondo.
Bar e amici, bocce e politica, ma nella vita di Giuliano, oltre naturalmente ai pasti con la moglie, rigorosamente a casa, con magari il caffè al bar, ci fu il periodo della pipa, ne aveva scelta una, con piacere. Una foto lo ritrae nel 1970 alle Reggiane, a una premiazione, con la pipa.
E poi la passione per il calcio, la Reggiana in particolare, vista allo stadio, utilizzando la tessera di polizia giudiziaria, non tanto per seguire una gara di serie C o B o magari gratuitamente, ma sempre nell’idea della condivisione, del condividere le emozioni e mettersi al servizio degli altri. Quel tesserino lo ottenne collateralmente alla sua attività professionale con il comune.
Qualche volta Giuliano era stato anche a Migliolungo, fra Coviolo e Canalina, a seguire partite di Champions League, dell’Inter, in particolare, con il genero Vanni e magari la figlia Silvia in un’altra stanza. Parteciparono anche i vicini di casa, il poliziotto Dario Brunale, della Stradale di Reggio, oggi in pensione, e magari Odoardo Costetti, Bruno per tutti, per una vita, da Annibale Franzini, la nota azienda di tecnologie. Qualche altra volta si era affacciato a seguire partite di serie A, conteneva l’esultanza, per non urtare il padrone di casa, ovvero chi scrive, così profondamente anti juventino, almeno in Italia
Il tratto caratteristico del carattere di Giuliano era la mitezza, l’eleganza, con giacca, magari a doppiopetto, talvolta la cravatta, con i pantaloni curati, con una bella camicia, come fosse un manager senza età.
“Tuo suocero è anche un bell’uomo”, ci disse un giorno la signora Laura, nostra vicina, in via Alessandro Mazzoli.
Gilio era l’eleganza fatta persona, la gentilezza, la gradevolezza, il tono di voce iper pacato, che differenza con i toni di oggi, in particolare dei giovani, così chiassosi, in particolare quelli del sud, gli stranieri, che non a caso non amava per i modi.
Sul lavoro era stato impeccabile, per anni i dipendenti pubblici che si occupavano degli asfalti avevano un orario ridotto, lui studiò, prese il diploma e divenne responsabile di settore, grazie al supporto dell’assessore Vincenzo Aiello, socialista anch’egli, che l’aveva aiutato nel coronare il proprio sogno, con anche evidentemente un ritocco allo stipendio, per migliorare la qualità della vita della famiglia.
Fu così che Giuliano si fece apprezzare tanto, sulle strade, nel suo tentativo di motivare operai, magari stranieri, o migrati dal sud, così inclini alle pause, storicamente.
Se c’è una cosa che Gilioli ha trasmesso, in particolare alla figlia Silvia, diplomata ragioniera, nel ’92, è dare il massimo sul lavoro, anche da dipendente, come se l’azienda fosse propria. Una lezione di etica che la figlia minore farà sempre sua, eredità anche dell’impronta ricevuta da mamma Enza, che fu sarta di vaglia. Lavorava da casa e realizzava vestiti su misura, splendidi.
E poi il piacere della buona tavola, l’immancabile sigaretta, coniugare a fine pasto il caffè con il liquore, la famosa correzione. Giuliano amava proprio il vino, magari concedersi anche una bottiglia, a pasto, un lambrusco di spessore, secondo la tradizione di una volta. E poi l’inclinazione ad andare a trovare il fratello Gianni, in particolare, nel quartiere Pappagnocca, di salutare la moglie di lui Silvana e i quattro figli che l’hanno reso tante volte zio: Luciano e Stefano, Roberto e Guido. Roberto ha moglie e 5 figli, fra cui 4 ragazze e 3 erano presenti al funerale.
E uno del quartetto di archi, pardon di figli, Roberto, è stata proprio all’ultimo suo compleanno, che ha visto affacciarsi anche gli amici di sempre, del circolo Arci di Pieve. Era stato il suo buon retiro, da vicino, magari a piedi, per la passeggiata post cena, per la sigaretta in compagnia, finché era permesso fumare al bar, per prendere il caffè, ma non sempre corretto, al bar.
E così Giuliano passava qualche momento in compagnia, di condivisione, magari di persone speciali, come Lamberto, quando ancora la sede dell’Arci bar era di fronte alla chiesa. Peccato che il padre, Prospero, Saracchi, ci abbia rifiutato un ricordo, evidentemente ancora non sereno per l’intervista con lui che realizzammo anni fa.
Gilio leggeva i quotidiani, magari con gli occhiali, guardava la tv e si godeva, talvolta a distanza, talvolta di persona, il fluire della vita, delle figlie e dei nipoti, degli amici e dei parenti.
Restò vicino sino all’ultimo, il più possibile, alla moglie Enza, sorpresa in pochi mesi da un’altra malattia che non perdona. Avevano vissuto assieme fin quasi all’ultimo, sino a che la stessa Enza dovette passare pure in struttura, a San Polo d’Enza, dov’è sepolta.
Giuliano aveva guidato l’automobile sino all’ultimo, si era mosso anche in bicicletta, sino a che la vista gliel’aveva concesso. Aveva sofferto, anche psicologicamente, la maculopatia, il progressivo allontanarsi del volante, la Punto restava dunque arpionata in garage. Un’autorimessa piccola, nella quale Giuliano si faceva largo spingendo l’auto. Ebbe a lungo un’Alfa Romeo Giulietta gialla, di classe, tutte le sue scelte automobilistiche erano propiziate dal fratello Gianni, che studiava le migliori occasioni da autoZatti, a Lentigione.
Aveva guidato la Fiat Punto sino a 85 anni e passa, anche contro il parere delle figlie, Cristina e Silvia, 52 anni. E e poi quell’ultimo biennio trascorso in struttura, a giocare a carte, ma non così volentieri. “Perchè ghè di vèc”, diceva convinto, come se lui non fosse attempato e in effetti non stava male, sul piano psicologico.
Peraltro stava perdendo colpi e quota, con le conseguenze del tumore alla prostata che aveva brillantemente tenuto a bada ormai da 25 anni, con la sua fibra così tosta. .
Giuliano Gilioli, uomo d’altri tempi, con quella forza fisica, quella tempra che gli ha permesso di combattere strenuamente la malattia. A inizio mese gli avevano dato 6 settimane di vita, ultimamente era seguito con cure palliative, le figlie l’avrebbero fatto trasportare all’hospice Madonna dell’Uliveto, se fosse stato necessario, ma ancora secondo i medici non era indispensabile.
Giuliano peraltro era convinto di avere vissuto l’ultimo compleanno della sua vita, a luglio, festeggiato come sempre, con le figlie, con il genero di 54 anni e, soprattutto, con la nuora Lisa Bianchini, con la nipote Eleonora, 37 anni, e con i pronipoti, Emma, Matilde e l’ultimogenito, di Giovanni e di Lisa, Enea.
E allora Giuliano si godeva ogni sorriso, si lasciava filmare, video rigorosamente mai pubblicati, tenuti per ricordo, negli smartphone, in particolare dai nipoti.
Nonno, bisnonno, prima papà, esemplare, per attaccamento alla famiglia, tanto spesso, fuori, tante ore nella giornata al bar, come un uomo di mondo qualsiasi.
Memorabile la frequentazione del Living sport, la palestra iconica di Pieve, in via Gori, per muovere qualche peso ma, soprattutto, per un rilassante idromassaggio, all’inizio all’inizio del millennio, finché la struttura è stata attiva.
Il rapporto con gli amici, la ricerca della convivialità, memorabile, dicevamo, quella cena, con anche chi scrive, con i fratelli e con Giuseppe “Pippo” Marchioro della Reggiana. Parlava di bocce. “Quando gioco, mi sento anche meglio, più in forma”.
E allora avvisiamo tutti, anzi proprio Pippo, peccato che non ricordi, senza foto, non potendola gliela trasmettere, quel signore alto e biondo, con il quale aveva condiviso qualche bocciata, alcune cene, anche al bocciodromo, con l’altro genero, Gabriele, Riccò, e magari i consuoceri, Savio, già attivista della Dc, e Janette, scomparsi nello scorso decennio. Da via Vasco Agosti, alle Reggiane.
“Tuo padre vive alle Reggiane”, diceva ormai un terzo di secolo fa la moglie Enza, alla figlia Silvia.
La socialità e la socializzazione, discettando di politica ma buoni sentimenti, parlando di vita e di educazione, senza mai permettersi una forzatura, mai una parola fuori posto, un apprezzamento indesiderato.
Giuliano Gilioli, gentiluomo d’altri tempi, misurato come nessuno, da primato del mondo, con una compostezza trasmessa, come Dna, anche all’ultimo.
Raro trovare un genitore o un semplice parente che non sia invadente, nel chiedere ragione nei confronti di chi non lo rendeva nonno, ma da questo punto di vista si era già realizzato grazie a Gabriele Riccò e Cristina Gilioli, persino con Giovanni e con Lisa Bianchini, con quel vanto di essere bisnonno, assaporato già al principio del suo ultimo decennio di vita.
Andiamo a controllare, il suo confronto a distanza con Papa Francesco, è questione di mesi, fra chi è stato più longevo, Giuliano si è fermato a 88 anni e due mesi e mezzo, Bergoglio a 88 e 4 mesi, dunque ha vinto l’Argentina, questa particolarissima sfida fra un credente e uno no.
Giuliano non credeva, ragion per cui ci sembrava non dovesse essere accompagnato all’estremo saluto in chiesa, a San Michele Arcangelo.
Anzi, nemmeno la moglie Enza venne portata a Pieve, la cerimonia fu alla Croce verde, alla camera ardente, esattamente come sarà in questo caso. A sorpresa, per chi scrive, nella cappella e non semplice rito civile. Ci fu un periodo in cui preferiva restare all’esterno della chiesa, ma aveva partecipato ai funerali di familiari e amici.
Giuliano Gilioli, personaggio, a Pieve, persona, dai valori autentici, unici, dimostra che si può vivere una vita sobria, piena, pienamente nei limiti, all’insegna degli iper rispetto, anche senza una religiosità, neanche superficiale. Sarebbe piaciuto al nostro ex psicoterapeuta, Leonardo Alloro, due anni più giovane di lui e convinto, dai propri studi, che Dio non esista proprio.
Giuliano Gilioli, socialista della prima ora, da Reggio Emilia, da Pieve Rossa, all’altra Pieve, Modolena, senza furore.
Fra Reggiana e bocce, tra famiglia e vino, fra sigaretta e tempo libero, tra un asfalto, anche da pensionato, grazie alla ditta Fiaccadori, e poi una passeggiata serale, al circolo Arci di Pieve Modelena, sulla via Emilia, di fronte alla chiesa o, come da ormai 15 anni, accanto alla struttura che adesso è fatta vivere profondamente, in particolare d’estate, anche la sera, da due estati fa.
Giuliano Gilioli, conosciutissimo, dicevamo, a Pieve e non solo, per la passione per le bocce, per gli asfalti. Bocce e strade, “stradino”, si diceva una volta, e con serenità ostentare quella lettera di ringraziamento a firma Antonella Spaggiari, sindaca. “Se un al fà a stòpid, allora e ti fora la lètra dla sèndaca”. Chissà quante volte era andato oltre l’orario di lavoro, magari aveva deviato dal percorso predefinito per far chiudere buche importanti.
Giuliano Gilioli, la compostezza, la temperanza, il rispetto delle istituzioni, in particolare del capo polizia municipale, Antonio Russo, finché c’era, il rispetto delle istituzioni, sempre e comunque, il rispetto di un pensiero contrario al suo, il rispetto della religiosità, di chi è religioso, come gli altri familiari e quella vita vissuta comunque appieno, vivacizzata al massimo dagli eredi.
Essere bisnonno è un privilegio, non capita tutti.
Gilioli mancherà a tanti, ai 13 e passa mila abitanti di Pieve, in particolare zona chiesa, fra tante attività in chiusura, compreso il forno Chiossi, sulla via Emilia, che aveva visto lui e la moglie, negli anni, alternarsi quotidianamente nell’andare a comprare il pane. Mancherà ai frequentatori del bar della zona, ai venditori di sigarette, come al castello, mezzo chilometro più verso Reggio, a destra, dai fratelli Bonilauri, con il negozio dedicato alla Reggiana.
Giuliano Gilioli era anche cultore dei film western, in prime time, su Rai1 o su Rai3, e della bella musica, ovvero del bel canto, ammirava Luciano Pavarotti, Pavaròt, in dialetto. Personaggi che avrebbe conosciuto volentieri. Soprattutto Claudio Villa, voce tenorile, di cui apprezzava in particolare Granada. E poi “Rose rosse”.
Quanto tempo a seguire il meglio della tv, magari anche il nazionalpopolare, in particolare dalla pensione.
33 anni senza lavoro da dipendente, dopo averne accumulato 41, di contributi, non sono pochi, il cenare sempre a casa e poi via al bar e l’indomani mattina anche, in particolare da vedovo, finché ha potuto.
Giuliano Gilioli persona, personalità in via d’estinzione, assolutissimamente unica, irripetibile, con quella compostezza, con quell’essere mai una parola fuori posto, ma una in più, magari due in meno. Che differenza con chi scrive, già. E la stessa ricerca della felicità, nel tal medicinale, nella cura immediata, per un fastidio fisico, dagli acciacchi che con il passare del tempo diventavano anche mentali.
Già, negli ultimi mesi Giuliano aveva perso quel naturale aplomb e imperturbabilità, il suo essere sempre così composto, sempre e comunque, a prescindere. E così negli ultimi anni aveva ricorso a qualche goccia, per dormire, e allora capitava che desse qualche segno di inattesa insofferenza, in quella struttura di San Michele Arcangelo, dove comunque era “servito e riverito”, per usare l’allocuzione preferita da Silvia.
Giuliano a ricercare sempre qualcosa che mancava, avrebbe voluto rientrare a casa, passare ogni ora degli ultimi due anni con i cari, con le figlie, con i nipoti, con la nuora, con i bisnipoti, unici. E poi con Paolo, il padre di Lisa Bianchini, e con la moglie Deanna.
Era impossibile, tantopiù con un uomo di quella stazza, sino al brusco calo ponderale del 2025. Era impossibile l’idea di tenerlo a casa, di due badanti da alternare, la famiglia ha fatto il massimo, pianificando tutto perchè vivesse ogni istante al meglio.
Giuliano non si era calato appieno nell’atmosfera accanto alla chiesa di Pieve, come tanti avrebbe preferito spegnersi a casa, impossibile.
Gilioli si esprimeva spesso in dialetto, come tante persone della propria epoca, aveva un paio di motti, con i familiari: “Me m’va bèin tòt, basta che siidi cùnteint ueter”,
Era la bonomia fatta persona, l’adattarsi a ogni situazione, il non chiedere mai. Mai. Per nessun motivo. Se non, magari, quando non si sentiva bene, chiamare l’ambulanza, negli ultimi anni.
O, in passato, l’attitudine a fare da solo, ad andare al pronto soccorso, per alleviare piccoli acciacchi. Il tempo passava inesorabile, Giuliano l’aveva fermato, ritardato, il più possibile. Si era goduto e aveva goduto ogni momento, ogni compleanno e festività.
Dalle 11 di oggi, martedì 23, sarà esposto a Baragalla, in via della Croce verde 1, sino alle 19. Il funerale è in programma alle 11 mercoledì mattina, sarà officiato da don Luigi Mandelli, parroco anche a Coviolo, poi il mesto corteo verso Pieve.
Era “Gilio”, per tutti
“Sol ch’andedi d’acordi ueter, me mva seimper bein, basta si’ cunteint ueter”.
Il dialetto. Lo padroneggiava bene, era una bella cultura, ancora sentita nelle frazioni. E Giuliano era l’essenza stessa delle frazioni, tra Pieve e i viaggi a Ospizio, dai nipoti, e a Bagnolo, in Piano.
Aveva vissuto in via Veneri, in zona santa Croce, e poi a santo Stefano, ma da mezzo secolo era in via Confalonieri, poco lontano dalla scuola elementare Giuseppe Verdi in cui avevano studiato le figlie e il genero. Ora la speranza è che gli venga intitolata una stanza, al circolo Arci di Pieve. O una pista da bocce, fra san Michele e le Reggiane, Biasola e Orologio, i suoi luoghi del cuore. Lascia un vuoto incolmabile, un dolore lancinante in chi lo ha conosciuto, per l’umanità, la disponibilità. Quanti passaggi al genero Vanni, che scrive, quando egli aveva un problema con la propria auto. Non aveva mai voluto provare un viaggio in aereo e chissà se mai fosse andato in treno, di certo non dal 1989, dai 52 anni, ovvero da quando Silvia e Vanni si conoscevano.
Meriterebbe di essere salutato anche in musica, con un brano di Pavarotti e con My way, di Frank Sinistra, come Zagnoli sentì al funerale di Lea Pericoli. La mia strada, ovvero le tante strade rese più percorribili. Del resto, con la gentilezza tutto si può migliorare, anche tenere a bada le urlate pubbliche di protesta di chi scrive.
Giuliano Gilioli, un modello, un diamante ricercato, per la nobilità d’animo. Era difficile trovargli un nemico, certo avrebbe preferito che le figlie non si sposassero così presto, a 19 e a 21 anni, ma l’ultima fu colpa di chi scrive, perchè Vasco diventava problematico, come convivenza, esattamente come Vanni.
E adesso tutti pronti, per l’ultimo saluto. E poi magari chi scrive lo andrà a trovare di notte, al camposanto di Pieve, come ha fatto in passato, in particolare d’estate.
Giuliano ritroverà la moglie Enza e i consuoceri Vasco Zagnoli ed Emilde Montecchi, i fratelli Enrico, Rico, per tutti, e Livio e le mogli. Chissà come l’accoglierà mia madre, che l’ha preceduto nell’al di là di quasi 9 anni, con quella sua voglia di sorprendere e lasciare un segno, magari in negativo, come prima frase. E Vasco, 23 anni avanti, lo riconoscerà? Da un decennio a casa Zagnoli c’è coniglietta Panciottina e nei periodi di vacanza, sino al 2021, andava a casa Gilioli e soprattutto lì Giuliano scopriva l’amore per gli animali, il piacere di accarezzare quell’esserino di appena un chilo.
Giuliano si è spento lunedì mattina, alle 10,40, circondato dall’attenzione delle operatrici della residenza per anziani san Michele Arcangelo, a Pieve.
Le condoglianze sono arrivate dal presidente della struttura, Gianni Corradini, di Roncocesi, e da Simona Silvestri, dell’ufficio stampa del comune di Reggio. Da Stefano Salsi, consulente della comunicazione, da Davide Bianchini, direttore di Reggionline. Da Paolo Maria Amadasi, presidente di Aser, assostampa Emilia Romagna.


Le bocce, compagne di vita per mezzo secolo, di Giuliano

Cordoglio anche da Lanfranco de Franco, vicesindaco, da Massimo Boccucci, direttore di Infopress e firma de Il Messaggero e de Il Corriere dello sport. Messaggi di solidarietà arrivano a Zagnoli tramite facebook, anche da Enzo Delvecchio, una vita in Rai, Puglia e radio, Tutto il calcio minuto per minuto.

Tra le visite spiccano i familiari dell’unico fratello superstite, Gianni, dunque la nipote Giulia, il figlio Guido con la moglie Fabiola, il figlio di Lidia, l’unica sorella, Luca Carboni, e la figlia, Monica.
Mauro, figlio di Livio, con la vedova Marisa, da Bagnolo in Piano. Livio e Marisa consegnava bevande, acque minerali. Enrico casaro con la moglie Ella e la figlia Loretta, già commessa in gioielleria, da Amuleti, in via Emilia all’Angelo.
E poi la famiglia del genero, Gabriele Riccò, la vedova Elisa Cerlini con la figlia Sofia.
Alla figlia minore Silvia va il cordoglio di avvocatessa Maria Carmen Consolini, della vicina Rumyana Malcheva, bulgara, delle colleghe di Bianalisi Medical center, che hanno mandato pure uno splendido mazzo di fiori.

