
https://www.enordest.it/2025/05/18/il-caso-bagni-e-un-calcio-popolato-da-troppi-personaggi-equivoci/
Silvia Gilioli
“Ciao, son Salvatore”. Da mercoledì, quando è esploso il caso Bagni, dopo il servizio delle Iene, a mio marito viene in mente quel modo di presentarsi al telefono dell’ex campione.
L’ha incontrato spesso, da fine anni ‘90, da quando organizzava il memorial Bigi, per ricordare un ex calciatore suo amico, fra Correggio e San Martino in Rio. Lo intervistò per radio Monte Carlo e radio 105, una dozzina d’anni fa. Una domanda fu “Qual è il suo segreto, come talent scout?”. “Lo vengo a raccontare proprio a te…”, la risposta istintiva, tipica di Salvatore. Esuberante in campo e fuori. Quante volte si è fatto squalificare anche nel dopo carriera professionistica, giocando fra gli amatori, in zona, per eccessi agonistici.
“Però è una vergogna”, dice Bagni sul finire di quel quarto d’ora andato in onda su Italia1. Inizia a rendersi conto che gli ha teso una trappola Luca Sgarbi. E’ giornalista, di Modena, per anni si vedeva in tv, a Cielo, a Skysport24, sulla regionale Trc. Bagni avrebbe dovuto riconoscerlo, insospettirsi. O forse proprio quella sua bella presenza, quella grande fisicità, gli ha fatto pensare che suo fratello potesse avere belle doti da calciatore.
Con quel “Però è una vergogna”, Salvatore intende che una persona della sua credibilità, del suo passato, non meritava un sotterfugio del genere, la registrazione di nascosto, anche con il viso. Lui che è stato fra le prime spalle tecniche dei commentatori televisivi, proprio di Mediaset. Qui affiancava Bruno Longhi nel ’96, quando la Juventus vinse la seconda Champions, ai rigori, nella finale con l’Ajax.
È stato anche commentatore per Stream, Rai e Sky.
Bagni intende è una vergogna che si parta con l’idea di sbugiardarlo, di far raccontare proprio a lui come si può arrivare a offrire una chance in campo professionistico a un aspirante calciatore, semplicemente pagando. Quando, purtroppo, è una prassi consolidatissima a vari livelli, con tanti maneggioni che ruotano attorno al calcio e anche ad altri sport in cui girano tanti soldi.
Lui si è preso 30mila euro per assicurare l’ingresso in una squadra di serie C, la Vis Pesaro, a un ragazzino che neanche esiste.
Si è fidato e gli è andata male. “Adesso fai con lui”, diceva comunque a Sgarbi, indicando la persona che avrebbe dovuto ricevere i 20mila euro per conto del direttore sportivo del club marchigiano, Michele Menga, che poi sarebbe stato sospeso.
Lì Bagni ancora pensava di poter salvare l’affare per il quale si era speso in prima persona, investendo .
Alla fine si infila in auto, bermuda blu e camicia azzurra, neanche aveva controllato la busta, di fronte al “Controlla che ci siano tutti e 30mila”. L’avesse aperta, si sarebbe accorto che erano banconote false, comunque in teoria se n’è andato a casa con i soldi.
Ora resta in silenzio, con gli avvocati alla ricerca di una strategia che possa avere una credibilità. Spiegherà, appena l’eco mediatico si sarà spento.
Bagni nella sua attività di talent scout scopre e vende giocatori in tutto il mondo, in questo ha un fiuto eccezionale.
Le Iene hanno preparato il tutto con il solito copione attoriale. Luca Sgarbi ha 42 anni, finge di avere un fratello minore con il sogno di sfondare nel calcio.
Telefona a Bagni citando una persona che nel servizio non viene evidenziata.
“Come arrivi a me?”, gli chiede Salvatore. Di fronte a quel nome si fida e va avanti.
«Vediamo calciatori in tutto il mondo, se siamo noi a cercarli li paghiamo. Ma se invece sono i ragazzi a contattarci ci devono pagare».
Chiede quale sia il livello di questo giovane. “Non è il migliore ma neanche lo scarsone del gruppo”, risponde Sgarbi, con un slang convincente.
E lo va a trovare nella sua villa di Cesenatico e lì Bagni racconta.
“Io e mio figlio abbiamo un’agenzia e i calciatori che andiamo a cercare noi li paghiamo, perché li scelgo io. Per tutti quelli che noi non cerchiamo, ci facciamo pagare, perché il ragazzo non ti fa guadagnare niente”.
Poi il figlio prenderà le distanze in un comunicato, sostenendo che il padre è solo un consulente esterno, con sua partita iva.
Quando l’inviato delle Iene chiede a quanto possano ammontare le cifre richieste, Bagni risponde: “Dovete parlare voi, io ascolto. L’unica cosa che diciamo sempre è che siamo persone non serie, di più. La serie C? Non è un problema, io chiamo, chiedo un favore e si fa”.
Gli garantisce la squadra. La Vis Pesaro, ora ai quarti di finale playoff di serie C. La trattativa parte con 5mila euro, poi 10mila, 20mila. Neanche di fronte a 30mila Bagni sarebbe appagato. Intende, dal suo punto di vista, che non avrebbe senso per lui sporcarsi le mani per quella cifra. Sorprende che non chieda dvd, un vero curriculum di questo fantomatico ragazzo.
Bagni sa che è una prassi consolidata, nel mondo del calcio, e che tanti parenti o amici di aspiranti calciatori hanno gettato molti soldi con le persone sbagliate, senza nessun tipo di ritorno.
“Noi siamo seri”, intende che è in grado di mantenere le promesse e su questo gli crediamo.
“Tutte le società mi devono qualcosa”. Fa un elenco di squadre dove ha piazzato diversi giocatori paganti, che sono soprattutto appunto formazioni di serie C, ma ce ne sarebbero anche di serie B e A, in diverse regioni.
Mediaset ha la cautela di non divulgare i nomi di questi club, non essendo riuscito a verificare la notizia. Bagni è nel calcio da mezzo secolo, ha un rete di contatti tale difficilmente inventa. E’ stato direttore generale e direttore tecnico del Napoli, direttore tecnico di Lazio e Bologna, consulente di mercato alla Lazio di Cragnotti, alla Juventus e alla Salernitana. Grazie all’incredibile esperienza maturata nel mondo del calcio vissuto in prima persona, ha sviluppato un fiuto eccezionale nello scovare nuovi talenti in Italia, in Europa e in giro per il mondo. Negli anni ha portato in vari club a basso prezzo calciatori che poi hanno fruttato grandi plusvalenze. Certamente è stato cercato da talmente tante persone, nel calcio, che anzichè rifiutare a priori ha ideato questo metodo. “Abbiamo 13 che pagano per giocare”.
Sul metodo di pagamento si parla sempre di contanti, con un minimo di 30mila euro. “Ma un padre ha versato a una squadra ben 120mila euro per 5 anni”. Quindi in totale 600mila, sotto forma, come spiega, di sponsorizzazioni.
Dunque, in serie C si arriverebbe a giocare titolare con 30mila euro a lui e 20mila al direttore sportivo. «E’ mio amico e lo farà giocare titolare».
Qui le ricostruzioni dei media divergono, non è chiaro se il riferimento sia al settore giovanile, dunque alla squadra primavera, o se addirittura in prima squadra.
La seconda ipotesi pare impossibile, così, dal nulla.
Affare fatto, comunque, l’appuntamento successivo è nel parcheggio del centro sportivo della squadra, l’inviato delle Iene consegna i soldi e smaschera, con la scusa di fare una foto con lo zio, che in realtà è cameraman.
Bagni lì è mix fra imbarazzo e difesa delle sue teorie. “Se il sogno di un ragazzo è giocare…”. Intende che, pagando, si può coltivare quel sogno. Ma poi: “Tuo fratello, che non esiste, non avrebbe più giocato, dopo un anno”.
La Vis Pesaro tutela la sua immagine con la sospensione del ds Michele Menga. I filmati finiranno sotto la lente della Procura e, dato il clamore, è possibile un’indagine fiscale della finanza sui conti dell’ex azzurro.
Negli anni mio marito aggirandosi sui campi di calcio ha trovato proprio tante testimonianze del genere, ovvero di genitori certi che i figli siano stati penalizzati da procuratori che mandavano avanti chi pagava. Anche di recente, a margine di una partita di serie B, un padre stazionava davanti allo stadio Mapei, di Reggio Emilia, ricordando quanto era capitato al figlio, non avendo avuto tante possibilità economiche per rilanciare e andare oltre una buona serie D.
Memorabile un’intervista ad Avvenire di Mauro Melotti, sino a due anni fa responsabile del settore giovanile del Modena, in cui lamentava come in serie C vari allenatori portassero soldi. Sotto forma di sponsorizzazioni. Uno dei metodi, legali, che evidenziava Bagni.
Tornano di attualità le
“Per allenare mi hanno chiesto uno sponsor da 50.000 euro – aveva segnalato nel 2014 Salvatore Soviero, ex portiere anche del Venezia –. Se dovevo portare i soldi facevo il presidente non l’allenatore”, avrebbe risposto. E in effetti il suo post campo è stato lontano dal grande calcio.
Tornando a Bagni, era chiamato guerriero, quando giocava a calcio. Vinse il primo scudetto con il Napoli, correva anche per Maradona, aveva una determinazione, una forza unica, nel recupero palla e nell’avanzare. Conta 300 partite in serie A, smise a soli 32 anni, per problemi a un ginocchio. Giocò da titolare in nazionale le qualificazioni all’Europeo del 1984, il mondiale dell’86, con l’eliminazione dell’Italia negli ottavi contro la Francia, e le qualificazioni a Euro 1988, con Azeglio Vicini in panchina.
Un combattente per necessità, anche a seguito di vicende personali terribili: ha perso suo figlio Raffaele in un incidente stradale, aveva appena 3 anni.
Era il 1992 e Bagni aveva 36 anni. “Tutta la famiglia era in macchina, andavamo a 40 all’ora, pianissimo – raccontava a Il Corriere della Sera -. L’airbag si aprì e una vita si spezzò. Solo con la forza di tutti i familiari siamo riusciti a superare questa tragedia. Mi prendo molti meriti anche io. E ovviamente anche mia moglie è stata molto forte, anche se io l’ho convinta a vivere la vita, a dare un cambio di passo. Questo dolore l’abbiamo vissuto in modi diversi. Eravamo ad un bivio e allora ti dici, cosa faccio? Siamo stati più compatti di prima, vicini ai nostri figli che sono stati seguiti da psicologici ma per fortuna non hanno risentito di niente”.
E l’altro motivo per il quale Salvatore meritava maggiore rispetto, da parte della trasmissione di inchieste di Italia1, è la bara del piccolo trafugata dal cimitero.
Un mese dopo la morte qualcuno profanò la tomba del piccolo Raffaele, sepolto nel cimitero in campagna di Cesenatico, portò via la bara con il corpicino e poi cominciò a tempestare di richieste di riscatto la famiglia. Si pensò a una setta satanica, ricordando i riti esoterici e gli arresti che segnarono in quegli anni la Romagna di notte. Trecento milioni di lire fu la richiesta choc dei rapitori, che poi smisero di farsi vivi, lasciando Bagni e la consorte nell’angoscia.
“La foto della bara lasciata sul parabrezza dell’auto in un giorno di nebbia, sembrò tutto così assurdo – ricordava l’ex centrocampista -. Un mese con i carabinieri in casa, aspettando invano una telefonata. Raffaele c’è ogni giorno, lo sentiamo accanto a noi. Il problema non è quel corpo che non è più al cimitero perché io ho fede. Ma subito ci siamo preoccupati degli altri figli. Pensiamo di aver fatto un bel lavoro con loro. Io ho fatto finta di essere meno piegato dalla vicenda, ma ero quello più sconvolto. E ora con il sorriso positivo affronto la vita. Come dico anche alle mie nipoti: entusiasmo e passione per assaporare gli attimi e affrontare anche i grandi problemi”.
Bagni non è neanche registrato, come agente di calciatori.
«Questo sport e il mondo di società e persone che vi gravita intorno è pieno di situazioni poco chiare”, conferma Giuseppe Galli, presidente dell’associazione italiana agenti di calciatori e società (Aiacs).
Gli fa eco Alfonso Morrone, presidente dell’associazione italiana direttori e collaboratori sportivi (Adicosp).
«È un fatto da condannare senza se e senza ma. La giustizia sportiva farà il suo corso, gli organismi competenti condanneranno chi di dovere. Noi, come associazione, stiamo cercando di capire quanti dirigenti sportivi siano coinvolti in questa vicenda. Dispiace constatare, basandomi solamente dai video del programma televisivo, che sia un sistema abbastanza diffuso. Un modus operandi adottato da tante società e procuratori, che contrasta i valori educativi dello sport. Il sistema svelato fa leva sulle difficoltà economiche di alcune squadre di serie C, che vogliono risollevare i propri bilanci con queste azioni scorrette”.
Morrone era stato ds del Carpi, in serie C. “Conosco Salvatore Bagni, è un amico e una brava persona, per questo sono addolorato per lui. Il servizio è stato un colpo al cuore”.
Ma davvero il calcio deve essere risanato da queste consuetudini che pratiche fuorvianti, tra evasione fiscale e penalizzazione di talenti che meriterebbero.
La prima stesura dell’articolo pubblicato su “Enordest.it”

