L’addio a Giorgio Armani. La moda e l’ostentazione

(comune.gazzola.pc.it)

Di Silvia Gilioli e Vanni Zagnoli

“Firmare con il nome della moglie, il massimo del kitsch”, mi disse Elia Pagnoni a Il Giornale, o un quarto di secolo fa, quando andai in visita nella redazione di via Gaetano negri, che da un paio d’anni è stata venduta.

Il capo della redazione sportiva del Il Giornale, fondato da Indro Montanelli nel 1974 era Francesco Ordine all’anagrafe, Franco, il personaggio televisivo.

Ordine mi aveva proiettato sulle partite di calcio in Emilia-Romagna, fra Bologna e Piacenza, problema era la contemporaneità con la Reggiana, che ho seguito per Tuttosport dal 93 al all’ottobre del 2018, e anche con il Parma, che scrivevo per Il Gazzettino, per il Tempo, per il Giornale di Sicilia, è capitato per gli spogliatoi, per la Nuova Sardegna, per la Gazzetta del sud, tante gare per il Mattino di Napoli. 

“Silvia è viva e lotta insieme a noi”, è un dialogo virtuale fra collaboratore e redattore, ovvero in un certo tipo di linguaggio, quasi cameratistico, generalmente scherzoso, che si usa nelle redazioni di primo piano, per citare una persona che “fa parte del gruppo”.

Silvia Gilioli risulta mia moglie dal 1994, dall’ultimo dell’anno, da quando io all’epoca, lavorando tantissimo, decisi di sposarmi appunto o a San Silvestro, uno dei soli cinque giorni in cui i giornalisti non lavorano.

“Bada bene, Vanni, che anche tu lavorerai sino all’ultimo, non andrai in mai in pensione”, mi disse, anzi forse ci disse, Giuliano Zatti, uno dei grandi della motor valli in Emilia-Romagna, vicino di terreno con una delle sue 8 concessionarie, a via Berneri, fra Pieve Modolena, Cella e Roncocesi, dove negli ultimi anni ho perso la bellezza di 100mila euro, fra mancati affitti e spese legali esorbitanti.

Giovedì avrò l’udienza, speriamo decisiva, per cacciare, per sfruttare, in nigeriano Markl Omoregie, virtuoso del subaffitto del subaffitto mai autorizzato, praticamente lui e la compagna o fidanzata o moglie Gift oppure Monica (si cambia il nome perché non vuole che la citi su YouTube, sul mio giornale), restano gratis, appunto, o quasi, pigliando in anticipo, magari, quanti più soldi possibili dal connazionale Omon e dal ghanese Eric. In precedenza c’erano due nigeriane Precious Eghosa e Beauty, baby for life, dal suo profilo whatsapp. E prima ancora figurava il gradevole brevilineo nigeriano Samsi, molto allenato, dal corpo definito, che rifiutò di testimoniare a mio favore quando venne quando venni aggredito proditoriamente dal domenica domenicano Edward de la Cruz Paredes

Perché tutto questo preambolo? Perché, sicuramente, anche Giorgio Armani, scomparso in settimana a 91 anni, era uno stakanovista del lavoro, esattamente come il re dell’auto Giuliano Zatti, che ho incrociato in tribuna allo stadio Ennio Tardini molte volte, anche in compagnia di Silvia. E come me, che non stacco mai, che vivo per il racconto, non importa se pagato.

Scriviamo insieme, almeno questa volta, almeno per un po’, dal momento che ci sono dei temi che ci affratellano, o forse ci dividono, se è vero che gli opposti si attraggono.

Perché nei video racconti proverbiali io, Vanni, sono invadente, invasivo, curioso, mai morboso, ovviamente, propongo un reality televisivo con quanto vivo. Lady Gilioli, invece, è riservata, mite, sulle sue, non pone domande a raffica, è lontana dal mio interrogatorio modello Antonio Di Pietro, il pm di mani pulite, di un terzo di secolo fa.

E dal lunedì al venerdì Silvia mi guarda in tv generalmente tramite Raiplay, essendo impegnata al lavoro, a Bianalisi, tuttora Medical Center, nel quartiere San prospero strinati, forse, o meglio il Tondo, a Reggio Emilia, nella sua qualità di contabile, dopo anni da Manager.

“Il paradiso delle signore” é la sua fiction preferita, narra del mondo della moda di un secolo fa, forse soltanto di mezzo secolo or sono. Vedo anch’io, talvolta, lì, giacche dai colori sgargianti, a me piace proprio il verde pisello. Non so se quello fosse lo stile di Giorgio Armani, non credo, fatto sta che è seducente, come tutta la moda, e,  dipendesse da me, Silvia vestirebbe in maniera sgargiante, colori tenui, pastello, oppure tinte molto, ma molto intense, che colpiscano. Che dimostrino una personalità di impatto. E’ l’esatto contrario di quello che è mia moglie di quello che vuole essere, se stessa sempre, molto sobria, semplice, non a sghignazzare, a bere, ubriacarsi, a parlare di tutto un po’, a imporre al mondo il suo pensiero, a spettegolare su quello e su quell’altro su quell’altro ancora.

Giorno e notte, nei miei video narro con due smartphone e anche un terzo, per la verità con problemi alla scheda audio (mentre il secondo tende a surriscaldarsi) nei miei infiniti affresconi di costume e società mi dedico anche e soprattutto al look, all’outfit, all’apparire, e di qui appunto i tanti Giorgio Armani che hanno dipinto la storia della moda e dintorni.

Silvia non vive per la moda, sì, dà un’occhiata ai cataloghi, ama passeggiare per vetrine, lo struscio, come viene detto nelle Marche, da noi, quando eravamo bambini, “la vasca”, in via Emilia. Silvia non compie mai follie negli acquisti, una quindicina d’anni fa in Sardegna le feci violenza, non era convinta, ma la obbligai ad accettare il regalo di una bella tuta color ghiaccio, spero sempre che dimagrisca al punto da poterci rientrare, con il suo fascino, con la sua fisicità, con la sua compostezza.

Non so se la moda di re Giorgio fosse davvero composta, ho imparato, ho sentito alla radio delle spalle destrutturate, delle giacche, pardon di giacche, per l’appunto, destrutturate.

Ho una bella collezione di giacche color appunto pastello, le ho usate nelle mie ospitate n televisione, a TvParma e a Teleducato, a E’ Tv antenna uno e a Telesanterno, a Telereggio e a Sportitalia, a Teleducato Piacenza e a Sanmarinotv, non a live Is life network nell’ultimo biennio.

E io adoro il Luxory. Vivo, lo sapete, per la narrazione, da anni cerco attori, ovvero modelli improvvisati, che accettino di farsi riprendere mentre provano, per l’appunto, i capi di maggior impatto, i più costosi, tutto quanto riguarda l’abbigliamento e gli accessori particolarmente costosi. Ma a questo aggiungerei le prove di Supercar, di moto potentissime, di biciclette spettacolari, ovvero di assaporare, pubblicamente, il meglio, il massimo.

Quel meglio, quel massimo, per il quale mia moglie dice “non li vale”, vvero non vale quei soldi, certe cifre. Non serve, in effetti, buttare troppo denaro per essere belli”.

Già, la bellezza, è uno dei leitmotiv nei miei spostamenti di pomeriggio, di sera, di notte, adesso anche di mattina, dormendo pochissimo.

Attorno al fascino, all’essere conturbante, piacente, all’essere di impatto, all’apparire, dunque mai all’essere, si costruiscono carriere, si costruisce una vita intera.

Rammento benissimo un carissimo capo di una redazione che per una estate scelse di portare con un contratto a termine una donna, nella sua redazione, era uno sfizio, per avere il piacere di incrociare, alzando gli occhi dalla tastiera del computer, fisso, non il mac che usiamo noi a casa e io quando sono in trasferta, ovvero in giro, ma il fisso. Era il piacere di staccare un attimo e di avere vicino un bel viso, aspettando di ritornare a casa, dalla moglie, dai figli.

Tutto questo rientra, di nuovo, nel bello di essere belli. Un bel viso, adeguatamente truccato, definito con grande attenzione, con le scelte migliori possibili. E il tailleur adeguato, il pantalone perfetto, la gonna, magari corta, persino la salopette che piace tanto a Silvia. E potrei andare avanti all’infinito.

Quante persone nel mondo, direi un paio di miliardi, impazziscono per essere al centro dell’attenzione, di sicuro non Silvia, che ama essere lontana dai riflettori, e dunque non va a cercare i capi firmati, per scelta, differenza, per esempio, della nipote, Eleonora Riccò, Miss e emilia nel 2007.

Ma questo è il ricordo di Giorgio Armani, non è la nostra vita, non è come vorrei io mia moglie, né come in realtà lei e si propone, secondo un verbo che sento spesso. 

”Eh, dipende molto da come ti poni”, già io volutamente già, io volutamente mi pongo in maniera forte importante, dicendo sono un giornalista, mi chiamo Vanni Zagnoli e racconto giorno e notte, su youtube, qualsiasi cosa.

Il punto è proprio lì, qualsiasi cosa. E tante cose sono per molti, non per tutti, e certi capi occorre anche saperli indossare, saperli valorizzare, occorre il portamento giusto, me lo faceva notare anni fa, proprio mia moglie.

Re Giorgio, dunque, io forse l’ho visto da vicino, al basket, anni fa, nelle mie gare incursioni al forum, di Assago, Milano, dove molto presto sono uscito degli accrediti. Ne parlavo con Claudio Limardi, già direttore di Superbasket, livornese, capo ufficio stampa dell’Olimpia, da una dozzina d’anni.

“Sogno di intervistare Giorgio Armani”, “non devi parlare con me, ovviamente, sarà difficile”, mi rispose Claudio quando eravamo ancora in eccellenti rapporti, ovvero conosceva il mio curriculum.

Anzi avrei sempre voluto debuttare su Superbasket, mai ce la farò.

Noi siamo a emiliani, dunque attenti anche al piacentino, anche se è molto lontano, “piasintein”, urlai a un festival dello sport a Trento, forse tre anni fa, a Fabio Paratici, ex direttore sportivo della Juventus, poi al Tottenham Hotspurs e favorito per la direzione sportiva del Milan, sfumata solo per la squalifica che l’avrebbe tagliato fuori dalle trattative di persona in questa sessione di mercato.

Armani Giorgio, scriverebbe Tony Damascelli, puntutissimo su Il Giornale e, prima, a L’Indipendente, è stato uno dei più grandi italiani della storia. Armani da Piacenza, molto più di Gianni Versace, mito anche perché ucciso. 

Un giorno mi leverò anch’io il mio sfizio, sono vicino a intervistare Santo, il fratello maggiore di Versace, ci siamo sentiti tramite messaggi su WhatsApp.

Quanto mi sarebbe piaciuto, o quanto mi piacerebbe ancora, se oggi l’impero della moda Armani acquistasse il Piacenza calcio, il caro vecchio “Piace”, quante volte sono stato a emozionarmi allo stadio Leonardo Garilli nel quartiere Galleana, dicevo proprio così in radio E magari cercavo di piazzare quella allocuzione anche nelle mie corrispondenze, su Avvenire e Il Giornale, su l’Unità e Il Tempo, su Il Messaggero e su Libero, persino sul Corriere della Sera, e via elencando.

Ma questo è sempre il ricordo di Giorgio Armani, sognerei di raccontare a lungo, in video, nell’integralità, da riportare anche su questa testata, la vita e le opere di Leo, e Leonardo, suppongo, dell’Orco, il suo partner degli ultimi anni. Anche nella vita.

Di recente sono stato al festival dell’unità assieme a mia moglie e ho ascoltato Nicky Vendola, ex rifondazione comunista, pugliese, raccontare il suo Pierpaolo Pasolini, ovvero effettuare un elogio della omosessualità, del sesso intenso fra persone dello stesso sesso.

Serve un coraggio notevole, un po’ meno adesso che, per fortuna, l’omofobia viene combattuta ovunque.

Ecco Giorgio era discreto, esattamente come Silvia Gilioli, parlava a bassa voce, si vedeva poco, era sobrio anche nelle esultanze, per i tanti titoli incassati nella pallacanestro, meno consapevoli dei dei molti di più perduti, della dell’unica Final Four di Champions League raggiunta nella sua gestione, con Ettore Messina in panchina.

Armani fece manager l’allenatore ex ct, vice coach in Nba.

Per molte stagioni ebbe come presidente Livio Proli, modenese arrivato proprio dall’abbigliamento alla palla a spicchi, ed è un salto notevole.

Mi sarebbe piaciuto conoscere Galeotti, cognome delle nostre parti, il suo compagno di decenni fa, mi è stato detto più giovane di lui, ma se ne andò molto prima.

Proprio nelle scorse settimane, in vacanza, con Silvia, ragionavamo della mia volontà di portarla a Bologna in galleria Cavour, dove sicuramente c’è tanto anche marchio Armani, assieme alle borsette e uniche costosissime di tanti stilisti prestigiosi.

“Cifre esorbitanti, che non a caso si possono permettere soltanto – mi diceva Luca Baccolini, Repubblica, Bologna – le moglie dei calciatori”.

Con Silvia avevamo in mente di andare collateralmente ai mondiali di canoa all’idroscalo di Milano ad ammirare le vetrine in via Montenapoleone.

Per l’esterno non ci sono mai problemi, talvolta qualcuno però si impunta e persino chiama la polizia, come la meravigliosa gioielleria Masetti a Reggio Emilia, in particolare la signora Paola.

All’interno, magari, io inizio riprendendo qualcosa, poi calo la maschera e mi adeguo a quanto mi dicono. Se arriva il “non è autorizzato a effettuare riprese”, mi fermo.

A me piace tutto, non soltanto lo sport, anzi proprio il colore, il costume, la società.

Se mi trasferissi tuttora a Milano, sarei avvantaggiato, nel mio cercare il massimo ovunque, nella mia ansia forsennata di narrazione, di lasciare un segno.

Giorgio Armani era sempre abbronzatissimo, in formissima, con quei capelli bianchi, l’eleganza fatta persona.

Personalmente non impazzisco per gli stilisti, io racconto anche molto meno, persino i venditori ambulanti, di kebab in particolare, narro volentieri i popoli stranieri.

Certamente avessi davanti i Versace i Valentino Ravagnani le Miucce Prada e chi più ne ha più ne metta (diceva Mike Bongiorno rete la tv nel secolo scorso), partirei con la mia diretta ad alta intensità.

Il bello di essere belli, il must, il mantra che io ripeto quando per strada, mentre mi aggiro selezionando persone accattivanti, interessanti, a qualsiasi età vedo l’ostentazione del fascino, il bel viso, l’abbronzatura, i centimetri di pelle scoperti, il lato b in evidenza, in alternativa al lato a 

In questo senso un bel vestito di Armani è il miglior biglietto da visita possibile.

Viviamo in una società nella quale, ripeto, o direi anche ripetiamo, perché la pensiamo lo stesso modo, solo che io loro che io lo urlo, mentre mia moglie lo sussurra, inter nos, mai è pubblicamente, tantomeno sul web, viviamo, dicevamo, in una società dominata dall’apparire, dall’apparenza, dalla voglia di divertirsi, di guadagnare, di avere visibilità, popolarità e followers, di essere di impatto, di passare alla storia, di cercare il consenso, passeggiando in ogni momento libero per strada ostentando, appunto, il proprio stile.

E così si generano occasioni professione e umane, la ricerca del grande amore, della grande storia d’amore, oppure di quello che non voglio dire, esplicitamente, con una parola diretta, ma che è evidente guardando il body language e, naturalmente, il dresscode.

Memorabile quella domenica allo stadio Ennio Tardini, Parma-Brescia, in serie A, che mia nipote, appunto Eleonora Riccò disse “ma sei tutto sbrindellato”, intervenne lei a sistemarmi la camicia, piuttosto che il maglioncino.

A me sempre ha interessato scrivere, comunicare qualcosa, andare oltre e la classica stretta di mano, il porre le condizioni per realizzare un’intervista, mai parlerei di scoop a vanvera.

Roberto Guazzetti, a 79 anni, di Vetto d’Enza, per una vita ha fatto il rappresentante e anche l’opinionista sportivo, su TeleReggio. Sempre elegantissimo, bellissimo, baffi e alto, tombeur de femme, un assoluto mito.

Il miglior biglietto da visita possibile è un bellissimo abito, è un bellissimo essere, è un bellissimo corpo.

E allora c’è l’armocromia ideata per Elly Schlein, all’anagrafe Elen Hethel, svizzera, o qualcosa del genere, volutamente non andiamo a vedere, la segretaria del PD.

Ecco, l’armocromia personale per la leader dell’opposizione.

Volutamente invece io ho sempre accostato a colori shock, di impatto, senza minimamente considerare il “guarda che non ti sta bene”, di mia moglie.

Insomma re Giorgio avrebbe pensato di me tutto il male possibile, non di mia moglie, così coerente nel suo modo di porsi, per l’appunto.

Non siamo a andati alla camera ardente, sabato e domenica, perché nel frattempo c’erano anche eventi sportivi, fra tv (volley femminile e basket) e dal vivo, il rugby delle zebre, a Parma.

Non si può seguire tutto, magari daremo un’occhiata ai servizi tv sulla cerimonia funebre volutamente in forma privata.

E mi auguro, quando non specifico sono io, il maschio di casa, per nulla alfa (anzi…) che Giorgio Armani non si faccia cremare, a differenza di tanti anziani che scelgono questa forma di sepoltura assolutamente unica, anzi alternativa proprio alla tomba in senso stretto.

Mancherà tutti in regione, non lascerà un vuoto nella moda perché l’azienda sicuramente andrà avanti.

E noi di certo non faremo mai la caccia all’abbigliamento migliore possibile, perché non è proprio nel nostro costume.

Semmai io continuerò a raccontarlo, indefessamente, sino all’ultimo giorno.

Diceva Enzo Ferrari che riposava solo il giorno di Ferragosto, io ne neanche quello.

E resto convinto che lo stesso enorme piacentino davvero abbia sacrificato tanto per costruire l’impero della moda.

Io vorrei vorrei imitarlo per realizzare un impero editoriale. Sono lontanissimo, siamo lontanissimi, dal momento che non abbiamo un solo sponsor e anzi neanche ne cerchiamo.

Ad majora, dice Massimo Giletti. 

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