Da Avvenire, ciclismo. Giuliano Traini recensisce il libro di Davide Mosca: “Quando Moser sbranò il Cannibale al Tour”.

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Da Avvenire, Giuliano Traini

http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/MOSER-.aspx

Quarant’anni fa il ciclismo aveva un dominatore incontrastato, un “Cannibale” che divorava asfalto, avversari e record. Insaziabile. E proprio quarant’anni fa esatti il Tour de France rivelava al mondo che Eddy Merckx non era più invulnerabile.
A “spogliare” il Re è un giovane corridore italiano: Francesco Moser, 24 anni appena compiuti e con indosso la maglia tricolore conquistata da pochi giorni. È l’ultimo della dinastia di corridori trentini e per correre il Tour ha saltato il Giro d’Italia, perché non vuole andare in Francia per fare il cicloturista, non ci è abituato. Ha l’irruenza e la sfrontatezza dei giovani, non riesce a mettere i freni né alle gambe, né alla lingua.
È il 1975, il Tour parte dal Belgio, un chiaro omaggio al “Cannibale” che vuole vincere la sua sesta maglia gialla, impresa mai riuscita a nessuno. Al cronoprologo di Charleroi c’è anche il re del Belgio, Baldovino, pronto a incoronare Merckx, che è anche il campione del mondo in carica. Sul podio, invece, si presenta l’italiano in un clima irreale, come rivela lo stesso Moser nell’autobiografia appena pubblicata. La crono aveva un vincitore già designato ed era tutto preparato per festeggiarlo, a cominciare dalla maglia gialla: «Sto per infilarmela – scrive l’ex campione del mondo quando mi accorgo che sul davanti c’è la scritta “Molteni”, il nome dello sponsor della squadra di Merckx. Nessuno aveva preso nemmeno in considerazione la possibilità che non vincesse il Cannibale. Mi rifiuto di indossarla, così scuciono la toppa e cuciono in fretta e furia quella della mia squadra, la Filotex».
Quella vittoria va oltre l’aspetto sportivo. Vedere quel corridore con la maglia tricolore sul podio fa commuovere i tanti emigranti italiani presenti. Il successo di Moser diventa il loro riscatto sociale. La sera prima in albergo il trentino aveva ricevuto la visita di «padre Claudio, il prete operaio di Palù (il suo paese, ndr) che si è trasferito in Belgio. Con lui c’è una rappresentanza di minatori italiani. Mi raccontano le loro fatiche quotidiane, le discriminazioni che talvolta devono subire», gli avevano fatto capire che la sua vittoria «sarebbe una meravigliosa rivincita».
Lo sgarro del giovane Moser esalta gli emigranti ma fa infuriare il fuoriclasse belga. «La sconfitta gli ha fatto male dentro. Non vuole una rivincita, vuole una vendetta. Per tutta la prima settimana mi fa una guerra spietata e insensata. Si impegna al massimo per strapparmi la maglia gialla. Ma io resisto. La gente è entusiasta. Tutti dicono che non si vedeva un Tour simile da anni. Gli addetti ai lavori sono sconcertati dall’atteggiamento di Merckx: temono abbia perso la testa. Mai qualcuno aveva messo in dubbio l’autorità del re e la sua legge spietata. Per la prima volta qualcosa si incrina nelle sue certezze».
“Davide” ha assestato un duro colpo – morale non mortale – a “Golia”: una piccola rivincita dopo essere stato battuto in volata, per appena una ruota, nella Milano-Sanremo tre mesi prima.
La rincorsa del belga dura una settimana. Nella cronometro successiva ristabilisce le gerarchie: vince e si prende la maglia gialla. Ma Moser non è un corridore avvezzo alla resa, ha il carattere testardo del montanaro. Merckx lo scopre nella tappa successiva quando lo vede sfrecciare vittorioso davanti a due sprinter fenomenali, Rik Van Linden e Godefroot, mentre lui è solo quarto, praticamente uno spettatore. Ma il Tour si decide sulle montagne, ci inappellabili: «Sembra non debbano finire mai», confessa Moser. E le strade pirenaiche sono difficili anche per chi in montagna è abituato a pedalare, dure a scalarle, pericolose a discenderle. E in discesa il trentino cade – proprio lui che è spericolato come pochi – e si procura una brutta ferita sul volto: «A fatica riesco a rimettermi in piedi. Risalgo in bici e finisco la tappa, anche se con un grave ritardo. I giorni dopo sono duri. Le ferite e gli ematomi mi condizionano, ma io non voglio ritirarmi». Per Moser la classifica è definitivamente archiviata, per Merckx sembra solo una formalità. Almeno fino alla Nizza-Pra Loup, che «giunge come il Giorno del Giudizio»: 217 chilometri, sei colli e un dislivello di quasi seimila metri.

Il Cannibale stacca tutti sulla penultima salita, il Col d’Allos, e si butta in discesa con la solita rapacità. È la replica di un film già visto, il belga è sempre più vorace e destinato all’ennesima impresa. La strada è «il ghiaietto nelle curve» la rende pericolosissima, tanto che «l’ammiraglia della Bianchi vola in un burrone». Moser è attardato, ma la «picchiata folle è la mia specialità. Guadagno terreno sui fuggitivi. Raggiungo Thévenet. Si incolla alla mia ruota. Lo piloto in quello che di fatto si trasforma in un inseguimento al Cannibale. All’imbocco dell’ultima salita il francese mi ringrazia e parte all’attacco. Sulle rampe di Pra Loup Merckx va in crisi: ha speso troppo durante il Tour per annientarmi e adesso, nel momento decisivo si trova a corto di riserve. Thevenet e Gimondi lo raggiungono e lo distaccano». Il francese vince e «conquista la maglia gialla che porterà fino a Parigi. Il regno di re Merckx finisce oggi».
In quel Tour de France, destinato a restare unico, Francesco Moser lascia il segno. Si guadagna credibilità e fama, acquisisce tanti amici ma anche un nemico, il più rischioso, soprattutto per un ragazzino che vuole continuare a macinare asfalto con i pedali. Merckx è il mammasantissima del gruppo e averlo contro potrebbe rendere le corse un infinito inseguimento del podio. Ma il trentino è giovane e incosciente, non se ne cura. Si permette perfino di rifiutare il calumet della pace offerto dal fiammingo quando «in una delle ultime tappe, con Thevenet in difficoltà» lo affianca e gli «chiede di tirare per lui».
Insiste dopo il primo rifiuto. Prima prova a blandirlo promettendo di «darmi una mano in Italia», poi passa alle minacce. «Io però ho dato la mia parola a Thevenet, non c’è prezzo che possa farmi rimangiare la promessa». Ci vuole carattere per opporsi a un dittatore. Moser lo ha forgiato sui monti trentini, insieme ai muscoli delle gambe, occorre ben altro per intimidirlo. Ha il futuro davanti, mentre Merckx lo ha alle spalle, ma non lo sa ancora. Occorrerà qualche altro mese per rendersene conto, per capire che le gambe non rispondono più come prima, che in quella affannata rincorsa al giovane italiano ha sperperato le ultime risorse. Ha scoperto la sua improvvisa e sconosciuta fragilità.
Merckx non è vecchio, nemmeno atleticamente, ha solo 30 anni, eppure in lui è cambiato qualcosa. Da quel momento vincerà appena dieci gare – lui che ne ha vinte più di 500 – prima di rassegnarsi definitivamente e appendere la bici al chiodo meno di 3 anni dopo. Fra le grandi corse vincerà solo la Sanremo, per la settima volta, è l’ultimo primato.
Moser, invece, conferma quanto di buono ha fatto vedere in quel Tour de France – il primo e l’ultimo al quale ha preso parte – e diventa uno dei grandi campioni del ciclismo, togliendosi anche la soddisfazione di un ultimo “sgarro” al Cannibale, nove anni dopo, quando gli strappa il record dell’ora.
Il carattere è stata indubbiamente la qualità più efficace del corridore trentino: «Ho vinto spesso, qualche volta ho perso. Non ho mai partecipato», è la sintesi più calzante della sua carriera, e l’ha scolpita nella copertina della sua autobiografia.

IL LIBRO
Francesco Moser con Davide Mosca
HO OSATO VINCERE
Mondadori. Pagine 222. Euro 19,00

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