Il meglio di Salvatore Maria Righi. Carolina Kostner e le cadute a Vancouver 2010. Inizia il countdown per il ritorno della portabandiera di Torino 06

Salvatore Maria Righi in un look singolare
Salvatore Maria Righi in un look singolare

15/01/2016: Dopo esser stata fuori dalle “scene” per 22 mesi, Carolina Kostner torna sul ghiaccio e lo fa conquistando un secondo posto al Medal Winners Open di Osaka, una gara-esibizione. La prima posizione la conquista la canadese Joannie Rochette, bronzo olimpico a Vancouver 2010.

(v.zagn.) Sbarca Salvatore Maria Righi, ogni tanto inseriremo qualcosa di lui, con grande piacere. Questo è solo l’inizio, insomma.

(smr) Caro Vanni, per cominciare ti offro questo mio pezzo sulla disastrosa esibizione di Carolina ai Giochi di Vancouver. E’ stato pubblicato il 27 febbraio 2010. E’ comunque uno dei pezzi a cui sono più affezionato, per vari motivi. Grazie.
Torna di attualità perché in questi giorni scade la squalifica della Kostner che tornerà a pattinare e competere il 15 gennaio a Osaka, in Giappone, nell’ambito del Medal Winners Open 2016.
Salvatore Maria Righi
Vieni qui, Carolina. Non startene lì in piedi, davanti a quel microfono insulso, con un kleenex bagnato nel pugno e il trucco che è ancora perfetto e resiste, nonostante tutto. Vieni e fatti portare via, lontano che più lontano non si può, dal mondo per cui hai appena finito di ballare rovinosamente. Scappa, Carolina, da quel costume blu coi brillantini che è diventato così stretto. Ci aveva promesso che stavolta sarebbe stato diverso, che quattro anni dopo era la volta buona, la seconda volta. Nonostante un settimo posto nella prima esibizione di martedì scorso. In fondo era solo il primo tempo: nella vita, e nello sport, conta il secondo. Ma ci sono poche cose crudeli come una finale olimpica di pattinaggio artistico.

Quattro minuti di adrenalina a tutto gas, volteggiando sui pattini, e poi tre minuti e mezzo in apnea, seduti ad aspettare che nove giudici decidano se farti entrare nella storia, correndo a telefonare alla mamma o al fidanzato, o cancellarti anche solo la voglia di alzarti la mattina dopo. È una trappola e chissà perché, come nella ginnastica, le migliori a cavarsela sono bambine diventate donne dentro a spaventosi allenamenti e una disciplina marziale. Qui, per dire, hanno dominato una coreana e una giapponese, Yu-Na Kim e Mao Asada, che hanno 38 anni in due e a vederle gliene daresti anche meno. Per non parlare di Yan Liu, 16 anni, cinese: l’Oriente ha ipotecato anche questo.

È una trappola, una finale così, Carolina lo sa molto bene, lei che all’età di chi ha vinto qui, a Torino 2006, era inciampata la prima volta piangendo poi come una fontana. Ma aveva 4 anni quando ha cominciato a pattinare, ha vinto tre campionati europei e preso due medaglie ai mondiali. A 23 anni, per forza o per amore, non le resterebbe che vincere una medaglia alle Olimpiadi. Questo è il problema. Bello grosso, perché a questi livelli non si può sbagliare. E lei, l’altra sera, è caduta quattro volte. Ogni volta si è sentito un gigantesco “ohhh”, poi l’hanno applaudita tutti, perché hanno capito che non contava più nulla, solo non farla sentire sola.

Sarebbe più o meno come sbagliare quattro rigori di fila in una finale dei mondiali. Qualcuno, a quel punto, ti tirerebbe via a forza dal dischetto e dal campo, ti butterebbe in un posto sicuro dove piangere in santa pace. Carolina no, lei non poteva. Non poteva mica uscire dalla pista del ghiaccio, togliersi i pattini e salutare tutti. Si è dovuta rialzare quattro volte e finire il suo esercizio, un calvario sulle note di Bach e Vivaldi, chissà che nervi. Poi, finita la musica, ha aperto il cancello, si è seduta piegandosi avanti, la testa chinata tra le mani, trentamila occhi addosso. Sedicesima, e per avere un’idea della situazione, a Torino fu un fallimento il nono posto.

«Ma perché cado nei salti importanti e poi gli ultimi due mi vengono bene?» attacca, dopo un’eternità in silenzio davanti ai giornalisti. Sorridendo come si sorride istericamente davanti ad un ciclone che ti ha appena portato via la casa. «Si impara dalle sconfitte, con tutte quelle che ho subito il mio futuro dovrebbe essere brillante». Silenzio. «Non sapete quanto male fa, e quanto è difficile dopo una serata così fare l’inchino davanti al pubblico». Silenzio. «Ma io non voglio arrendermi, non posso così perché me lo merito e se lo merita la gente a cui voglio far vedere quanto bene so pattinare. Non sono balle, il talento è vero».

Parla a strappi, proprio come ha pattinato fino a poco prima: bene, male, bene, ancora male, ma riavvolgere il nastro non ha senso. Gianni Petrucci, col tatto di un gentiluomo, dice l’unica cosa che un presidente può dire in un momento così: «Una grande delusione, da lei ci aspettavamo grandi cose. Ma bisogna sempre rispettare l’atleta, mi metto nei suoi panni, per capire l’immensa delusione. Dispiace, perché è una bellezza rara quando danza». Dopo una botta del genere, bisognerebbe piegarsi, che fa meno male.

Carolina invece sta ancora ritta in piedi, dice che ha chiuso l’esercizio “forte”, che non ha mai ceduto. E che prima o poi verrà quello che deve venire, perché lei lo sente nel cuore e nella testa. Non piange più, però. C’è tutta la notte, casomai. Sopra, alla cerimonia del podio, ha smesso di piangere anche Joannie Rochette. Era venuta dal Quebec a prendere una medaglia e ora che ha vinto quella di bronzo, potrà portarla sulla tomba della madre, a Ile Dupas. L’ha persa due giorni prima di cominciare l’avventura, tutto il Canada è stato sul ghiaccio con lei, fino all’ultimo. E lei ha dovuto immaginare il ritorno a casa col papà Normand, il senso di vuoto, gli anni senza che verranno, mentre le altre ripassavano semplicemente il loro esercizio. Il pattinaggio è davvero crudele, Carolina. Due lame tra inferno e paradiso.

 

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