Assocalciatori.it. I 60 anni di Giovanni Galli: “Campione del mondo da terzo portiere. I rigori parati a Belgrado cambiano la storia del Milan. La fondazione Niccolò per aiutare chi subisce incidenti stradali”

 

Giovanni Galli con la maglia della Fiorentina (brividosportivo.it/Gianluca Moggi/Massimo Sestini)

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Inizia il mondiale, su Mediaset, e nella squadra degli opinionisti c’è anche Giovanni Galli, 60 anni compiuti il 29 di aprile. Ex portiere di grande stile, anche fuori, commentatore mai sopra le righe. A 19 anni era già titolare, nella Fiorentina. Non potendo vincere scudetti, passò al Milan e si aggiudicò 5 trofei, poi il triennio al Napoli, con la Supercoppa, la stagione al Torino, in Europa, e poi il Parma, da vice di Luca Bucci. All’epoca disputò la partita scudetto contro la Juve, era il ’94-’95, finì 3-1, complice una sua uscita sbagliata, lo criticammo su Tuttosport e ci telefonò per lamentarsi: «Una carriera non può essere messa in discussione così».
E in effetti la carriera è stata di buonissimo livello, Galli parava il parabile, ogni tanto sbagliava, aveva grande piazzamento e allora magari sembrava non compiere miracoli. Chiuse alla Lucchese, in serie B, a 38 anni. Intanto lo celebriamo riprendendo l’intervista realizzata da Mario Tenerani per Il Giornale…

Giovanni Galli portierone del Milan di Sacchi, toscano di Pisa, ma dal 72 fiorentino e col cuore viola. Una vita di trionfi e dolori incancellabili: la perdita del figlio Niccolò ha dato alla luce una fondazione che da 16 anni trasforma la tragedia in aiuto.
Galli come ci si sente a quota 60?
«Con un po’ di acciacchi e con il bilancio di anni bellissimi e anche molto difficili».

La vita le ha dato tanto in campo, ma fuori le ha tolto con gli interessi. Niccolò è volato in cielo nel 2001, a 17 anni.
«Io mio reputo un uomo fortunato. Da piccolo mi buttavo in terra e sognavo di diventare un portiere. Ce l’ho fatta con una famiglia meravigliosa alle spalle. Niccolò è sempre tra noi: l’ho perso che avevo 40 anni, mentre il babbo mi ha lasciato a 19. Tutto sempre troppo presto…».

Non solo calcio: nel 2009 fu candidato sindaco per il centrodestra a Firenze contro l’astro nascente Matteo Renzi, portato al ballottaggio…
«Fu una esperienza fantastica sul piano morale. Alla fine quei 70mila voti furono il riconoscimento della mia città per l’uomo. Mandai Renzi ai rigori, non riuscii a pararli».

La foto della carriera?
«Lo scudetto con il Milan perché fu la mia prima vera vittoria. Ricordo il ritorno da Como con 90mila tifosi ad attenderci. Avevo già vinto il Mondiale in Spagna, ma io più che il terzo portiere mi consideravo il primo tifoso».

Galli, resta uno dei pochi calciatori italiani ad aver vinto i Mondiali con la Nazionale e con un club.
«In verità la cosa di cui vado più orgoglioso è il primato che divido con Giuliano Sarti, scomparso un anno fa: siamo gli unici due portieri italiani ad aver conquistato due Coppe dei Campioni».

Nella Fiorentina ha giocato 5 anni nel vivaio e 9 in Serie A, ma non ha vinto nulla. Resta questo il più grande rammarico?
«Si, è cosi: siamo andati vicini un paio di volte, senza ottenere però il risultato. Mi sono rifatto da dirigente contribuendo dopo il fallimento del 2002 a riportare la Fiorentina in A in due anni».

Parliamo dei suoi compagni: Maradona, Careca, Gullit, Van Basten, Baresi, Paolo Maldini, Passarella, Antognoni, Daniel Bertoni…
«Potrei continuare con Francescoli, Tardelli, Rossi, Bruno Conti e tanti altri. Sono stato un privilegiato a giocare al fianco di questi calciatori pazzeschi».

La parata più bella?
«La più decisiva è stata a Belgrado in Coppa dei Campioni: neutralizzai due rigori alla Stella Rossa e da lì cominciò la lunga cavalcata verso la vittoria. Mentre a Firenze all’esordio da titolare in casa, nel 77-78, contro la Lazio feci un doppio intervento su Bruno Giordano. Ancora oggi mi chiedo come ho fatto».

Fin qui l’intervista per il Giornale. A Parma, invece, lo scorso autunno venne insignito del premio sport e civiltà e sul palco con Massimo De Luca fece commuovere anche noi, raccontando la fondazione.
«I ragazzi a 17 anni – spiegava – sono fonte di idee, energia, hanno sempre bisogno di noi vecchietti, che animiamo la fondazione. E poi crescono, i primi che abbiamo aiutato hanno 30 anni, sono uomini».

La missione della Niccolò Galli è aiutare giovani che riportano lesioni in incidenti stradali. «Dopo un certo periodo vengono abbandonati dalle istituzioni, non hanno più mezzi per continuare il lavoro e allora si rivolgono a noi anche per necessità economiche, per offrire ai figli un futuro migliore».

Dietro la curva Fiesole, Giovanni Galli ha la sua scuola calcio, il comune di Firenze ha destinato alla sua fondazione un parco giochi. «Niccolò frequentava quei giardini, con mia moglie Anna, mentre io mi allenavo con la Nazionale o la Fiorentina. Abbiamo inaugurato un giardino inclusivo, un parco giochi dove i normodotati possono giocare insieme ai bimbi con disabilità. Sull’altalena c’è un girello con sedute speciali, per favorire chi ha difficoltà motorie. Cerchiamo di abbattere barriere architettoniche, in realtà spesso mentali».

Fra i grandi personaggi del calcio italiano, Fabio Quagliarella è il più affezionato a Niccolò. «Gioca da sempre con il 27, che era il numero anche di mio figlio. Anche in Nazionale ha ottenuto una deroga per utilizzarlo. La loro amicizia è nata quando avevano 15 anni, condivisero tutte le giovanili. Io portai Fabio alla Fiorentina, aveva 19 anni ed era uno sconosciuto, l’avevo apprezzato nelle giovanili del Torino. E’ sempre rimasto molto legato alla nostra famiglia».

Tra i molti sensibili alla fondazione Niccolò Galli c’è Maradona. Che infilò Giovanni al mondiale del 1986, nel girone, e poi fu compagno al Napoli. «Ebbi la sfortuna di giocarci contro ma anche la fortuna di esserne compagno al Napoli. Nacque un’amicizia molto forte, si confidava spesso con me, era un anno molto delicato, per Diego, tanto che venne poi trovato positivo. Aveva iniziato a giocare a golf, lo avvisai di una manifestazione per Niccolò e Maradona prese l’aereo dall’Argentina, venne a Firenze e si mise a disposizione tutta la giornata: con gli ex compagni di squadra è sempre stato meraviglioso, neanche gli pagammo il viaggio. Mi dispiace che oltre alle magie in campo vengano ricordati soprattutto i brutti episodi fuori».

Bello anche il racconto su Il Corriere della Sera, a firma Paolo Tomaselli, uscito il 26 marzo, e che qui riportiamo quasi integralmente.
Poi arriva quel momento. Dopo gli incontri, i gesti, le parole e i ricordi, ecco la stanchezza. Così diversa da quella che Giovanni Galli doveva affrontare da portiere della Nazionale, del Milan di Sacchi, del Napoli di Maradona, della sua Fiorentina: «Era una stanchezza fisica, perché Anna e io eravamo reduci da quattro-cinque eventi di fila. Ma soprattutto mentale, perché il percorso che affrontiamo a volte è forte, duro. Di sofferenza».
Fermi a chiacchierare con un amico su un marciapiede di Firenze, Galli viene avvicinato da una giovane coppia, con un passeggino. Nella città dove Giovanni è di casa da sempre, quella che sta per arrivare non è una delle tante richieste di selfie. Ma una testimonianza: «Nostro figlio è nato con una sofferenza al parto e per sei mesi è rimasto ricoverato nella stanza che la fondazione Niccolò Galli ha donato all’ospedale Meyer. La volevamo ringraziare di cuore».
Così in un attimo la stanchezza vola via e il cammino di Giovanni, della moglie Anna e delle figlie Camilla e Carolina, riprende forza.
Nel nome di Nicco, morto il 9 febbraio 2001 in un incidente con il motorino, a 17 anni, mentre tornava a casa a studiare dopo l’allenamento col Bologna, la squadra con la quale aveva già esordito in Serie A. «Con quell’incontro casuale sul marciapiede di Firenze siamo stati di nuovo richiamati all’ordine, dall’alto c’è arrivato un messaggio chiaro. Eravamo in crisi, ma non c’è stato il tempo di pensarci. Io so che Niccolò è orgoglioso di quello che stiamo facendo e di tutti quelli che continuano a darci il loro sostegno. La morale di tutto quello che riusciamo a fare è semplice e potente: è un inno alla vita in tutte le sue forme, con il quale cerchiamo di alimentare la speranza perché tanti bambini e ragazzi possano migliorare la qualità della loro vita».

La mano di Maradona
La Fondazione che porta il nome di Niccolò è letteralmente a conduzione familiare. Anna si occupa della contabilità e dell’organizzazione, Giovanni si definisce in maniera un po’ riduttiva il «testimonial», mentre le due figlie custodiscono il patrimonio di giovani amici del fratello, che si è arricchito in questi 17 anni «perché adesso tanti di quei ragazzi hanno messo su famiglia, portano i loro bimbi piccoli, vengono anche dall’estero, non mancano mai. Ed è sempre una gioia riabbracciarli».
Così tra uno spritz e una grigliata, tra una partita di burraco e un torneo di calcio, la raccolta fondi da destinare a iniziative di beneficenza non si ferma mai: la Fondazione — che sul suo sito Niccoclub.it, mostra tutte le entrate e le uscite in tempo reale — ha superato quota 2,5 milioni di euro di denaro raccolto e sempre reinvestito in decine e decine di iniziative diverse. Una parte importante la svolge anche il mondo del pallone, che non ha mai dimenticato Niccolò: «Nella lista dei donatori ci sono tante persone del calcio, assieme ad altre che vogliono restare anonime. Tutte le volte che ho chiesto disponibilità per il nostro torneo di maggio nessuno si è mai tirato indietro. La Fondazione in tanti casi è diventata un punto di riferimento per chi vuol far del bene: attraverso di noi ad esempio Christian Panucci ha donato uno dei quattro nuclei abitativi di Norcia che abbiamo comprato di recente».

La forza del destino
La domanda che resta sottotraccia forse è banale, ma è anche naturale: come si fa a costruire tutto questo sulle fondamenta del dolore più grande?
«Perché – dice Giovanni – era giusto farlo. Quando un figlio se ne va, o smetti di camminare oppure te lo riprendi sulle spalle e inizi un nuovo cammino. È un viaggio che dobbiamo fare, perché ogni nostro sogno che non osiamo vivere impedirà che la sua presenza rimanga viva. E ogni speranza che noi neghiamo a noi stessi, priverà gli altri della speranza».
Quello della famiglia Galli è anche un cammino di fede. Ed è difficile non pensare a certi segni del destino anche nella nascita della Fondazione: «Una settimana dopo la morte di Nicco, uno dei ragazzi del Bologna che viveva assieme a lui, Enrico Spanarello, ha avuto un incidente stradale grave e ha perso l’uso delle gambe. Camilla, la sorella maggiore di Nicco, ebbe l’idea di organizzare delle manifestazioni, degli aperitivi per raccogliere dei soldi destinati alle cure di Enrico. Da lì è cominciata una nuova storia. Legata a doppio filo al mondo dello sport, ma non solo. Ci arrivò la segnalazione di un ragazzo, Marco, investito da un auto pirata e ritrovato la mattina dopo in gravi condizioni. Con la Fondazione siamo riusciti a pagargli le cure migliori per la riabilitazione in Austria e Svizzera. Un anno dopo abbiamo ricevuto una telefonata ed era lui, che pur parlando ancora a fatica, riusciva a ringraziarci. Oggi vive quasi in autonomia, disegna, suona. È stato quasi un miracolo».

La vita a tutto campo
Dal centro sportivo del Bologna intitolato a Niccolò, al campo di calcio di Bamako, Mali, nel centro di accoglienza per ragazzi di strada creato dalle suore ausiliatrici di Don Bosco, fino alle carrozzine speciali per giocare a basket, donate alla Briantea di Monza. Quella della Niccolò Galli onlus è diventata una presenza capillare, forse poco visibile per il grande pubblico, ma assolutamente concreta nel tentativo quotidiano di migliorare la vita delle persone più svantaggiate: «Tutte le donazioni che riceviamo, che siano di 10 o di 100 euro, hanno lo stesso valore. Ognuno dà quello che può dare», sottolinea Giovanni, con il garbo e l’eleganza che aveva anche in campo: «Celebriamo ciò che sta dentro di noi, dentro la Vita. Tanto dentro che va oltre, tanto da credere che Niccolò c’è e sta in mezzo a noi, anche se fisicamente non lo vediamo più. I segni che ci parlano di lui sono tanti». E si portano via tutta la stanchezza del mondo.
Qui si chiude il pezzo di Tomaselli, trevigiano. In rete si trovano vari video e articoli sulla storia di Giovanni e Niccolò Galli. Che era cresciuto nel Torino e poi passò al Parma, collateralmente alle esperienze granata e crociate di papà Giovanni. Poi il quadriennio alla Fiorentina e persino un anno all’Arsenal. Aveva già debuttato in serie A, nel Bologna, era un difensore di sicuro talento. Da lassù sarà davvero orgoglioso di un papà così.

Da “Assocalciatori.it”

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