Assocalciatori.it. Mario Corso, la scomparsa del mancino della Grande Inter. Giocava con i calzettoni abbassati, per sfidare i difensori avversari. Era il mago della punizione a foglia morta. Se con i nerazzurri vinse tutto, con la nazionale neanche partecipò a Europei o mondiali. Il gestaccio al ct Giovanni Ferrari, a 21 anni

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Se n’è andato anche Mariolino Corso, il mancino di Dio, uno dei grandi della Grande Inter, sinistro spettacolare, alla Recoba, soprattutto su punizione, ma più continuo dell’uruguagio. Era ricoverato in ospedale da alcuni giorni, da qualche mese non appariva sui media, cattivo segnale: neanche per le morti degli altri indimenticabili nerazzurri, ultimo lo spagnolo Peirò, scomparso a marzo.

Era “il piede sinistro di Dio”, come lo definì il ct di Israele, Gyula Mandi, dopo la doppietta con cui nel 1961 la sua nazionale fu ribaltata in uno spareggio per le qualificazioni al mondiale del Cile.Non ne giocò mai uno (in azzurro solo 23 gare e 4 reti) e avrebbe meritato almeno un Europeo, per la classe che sprigionava. È vero che difendeva poco, neanche aveva il fisico per farlo, eppure ci sono giocatori molto meno talentuosi, anche in avanti, che hanno inanellato grandi manifestazioni, con l’Italia. Corso debuttò in Nazionale nel ’61, a 20 anni, in amichevole con l’Inghilterra, vincente per 3-2. Il ct dell’epoca era Paolo Mazza, cui sarebbe poi stato dedicato lo stadio di Ferrara, era in coppia con Giovanni Ferrari. Al mondiale del 1962 come attaccanti gli preferirono gli oriundi, Altafini e Maschio, Sivori e Sormani, ma anche Bruno Mora, Pascutti e Menichelli, della Roma. Agli Europei del 1964 gli azzurri non si qualificarono, eliminati negli ottavi dalla Russia, Corso giocò l’andata, persa 2-0, a est. Mondino Fabbri lo impiegò verso il mondiale del ’66, senza peraltro portarlo in Inghilterra, come esterni d’attacco portò il romanista Barison e il torinista Gigi Meroni, Pascutti e Perani, del Bologna.

Non andò tanto meglio con Ferruccio Valcareggi, 4 partite e poi stop, niente Europeo, vinto a Roma, con Domenghini e Riva, Mazzola, Prati e Anastasi, Corso avrebbe dovuto arretrare a centrocampo, per non sovrapporsi a Gigi Riva. Al mondiale del ’70 andarono Domenghini, Boninsegna e Riva, Prati, Sergio Gori e lo stesso Mazzola, di sicuro era più forte di Gori, ma anche di Pierino Prati. Tornò per 3 gare nel ’71, l’Italia mancò la qualificazione agli Europei. In Germania 1974 Corso aveva 33 anni, c’erano Mazzola, Chinaglia e Riva, poi Causio, Anastasi, Boninsegna e Pulici. Indossava la maglia numero 11 ma non era neanche un’ala sinistra, tendeva a partire da destra, giocando a piedi invertito, come si dice oggi di Berardi, del Sassuolo. Nacque nell’era di Domenghini, poi di Causio, finiva con l’essere un lusso, considerati anche e soprattutto Rivera e Mazzola.

Nato a Verona, Mariolino era cresciuto nell’Audace Sme, arrivò all’Inter a 16 anni, stampò 502 presenze con 94 gol, lo scudetto nel 1963, la Coppa dei Campioni l’anno successivo, poi il triplete del ’65, scudetto e Intercontinentale nel ’66, e infine un altro campionato vinto nel ’71, con Giovanni Invernizzi in panchina. Dicono usasse il piede destro solo per salire sul tram o scendere dal letto.

“Meglio un piede solo buono che due scarsi”, la sua risposta. Giocava con i calzettoni abbassati, alla cacaiola, come diceva anche in tv il toscano Aldo Agroppi, era capace di prorompenti galoppate palla al piede da una parte all’altra del campo, trasformate in geniali passaggi o colpi mancini. È passato alla storia per tiri a foglia morta, ovvero le palombelle che all’improvviso scendono. Colpiva con sensibilità rara il pallone, partiva piano, prendendo poi traiettorie perfide e poco leggibili per i portieri. “Sapevo tirare solo a quel modo” – raccontava – “però i portieri non riuscivano a prenderla”.

Era un sanguigno, eppure parlava con un filo di voce, come Giacinto Facchetti. Coniugava genio e indolenza, quando faceva troppo caldo a San Siro non era infrequente vederlo battere soprattutto le zone del campo in ombra.

Gianni Brera lo chiamava Matto Birago, era anche Mandrake, nella grande Inter del mago Herrera, con cui si scontrava spesso. L’inquietudine seduceva il pubblico di sinistra, all’alba del ’68.

L’Inter l’aveva preso per 9 milioni di lire, oggi sarebbero 128mila euro, tanti per un 16enne, e con lui dal Veronese arrivarono il portiere Da Pozzo e il centrocampista Guglielmoni. Il suo primo ingaggio fu di 70mila lire al mese.

Nel ’63, in amichevole con il Brasile, fece ammattire il suo marcatore, al punto che Pelè lo invitò a giocare in Sudamerica. Mariolino restò invece a San Siro, soffiando il posto allo svedese Naka Skoglund. Sarebbe andato via solo nel ’73, a 32 anni, al Genoa, retrocesso in Serie B nonostante le sue 3 reti (una all’Inter, di testa, non la sua specialità) in 23 gare. La stagione successiva subì presto un doppio, grave infortunio e a 34 anni lasciò il calcio.

Come capita tanti ex talenti, da allenatore non ebbe la stessa incidenza. Guidò la primavera del Napoli per stagioni, si salvò in Serie B con il Lecce, mentre a Catanzaro, sempre in cadetteria, venne esonerato dopo 10 partite. Fu richiamato in nerazzurro da Ernesto Pellegrini, nel 1985 al posto di Ilario Castagner. Scelta romantica ma fece discretamente, pareggiando 1-1 l’esordio contro la Juve di Trapattoni e aggiudicandosi il derby di ritorno con il Milan di Berlusconi. Fu sesto e semifinalista in Coppa Uefa, uscì contro il Real Madrid ai supplementari, doppio 3-1 e altre due reti subite al ritorno. L’Inter era da scudetto, Mario non era abbastanza esperto, né aveva qualità da tecnico per affermarsi ai massimi livelli. Al suo posto arrivò Trapattoni, Corso restò fermo per un anno e ripartì dal Mantova, in C2, vincendo il campionato, e poi azzeccato un buon sesto posto. L’ultima chance in Serie B arrivò a Barletta, dove ottenne una buona salvezza, da subentrato.

A Verona allenava in coppia con Nils Liedholm, subentrò a Eugenio Fascetti, retrocedettero, nel ’92.

Corso si fermò per 5 stagioni, tornò all’Inter per occuparsi del vivaio, fece da prestanome a Mircea Lucescu, subentrato a Simoni e quando il romeno si dimise, nel ’99, tuonò nello spogliatoio richiamando i giocatori alle proprie responsabilità.

L’Inter l’ha onorato, con il lutto al braccio e un minuto di raccoglimento, contro la Sampdoria, in un San Siro vuoto e silenzioso senza tifosi.

“Era l’unico calciatore che Pelè dichiaratamente avrebbe voluto nel suo Brasile” – ricorda all’agenzia di stampa Ansa Massimo Moratti, il presidente che lo riportò all’Inter. “Questo per far capire ai giovani la portata della sua classe. Era il mio preferito della Grande Inter, ma anche mio padre Angelo lo adorava e lui rimase sempre vicino alla nostra famiglia. Tecnica sopraffina, giocatore controtempo, era il ‘piede sinistro di Dio’, chiudeva la filastrocca della formazione di quella grande Inter. Che oggi lo ricorda così: “Ci sono persone destinate a rimanere nella leggenda, campioni eterni e talenti unici, di cui è impossibile non innamorarsi”.

Racconta Aristide Guarneri, stopper di quell’Inter: “Era sempre un passo avanti agli altri, faceva arrivare la palla a destinazione con un passaggio anziché due. Negli ultimi 40 metri illuminava il calcio. Non aveva la fisicità di Jair o Facchetti, ma arrivava prima degli altri grazie al cervello e al suo sinistro. Ne avevamo di gente capace di battere le punizioni, a partire da Suarez. All’epoca i palloni era più pesanti, specialmente quando erano bagnati. Ma quando c’era un calcio piazzato, Mario arrivava: si avvicinava sornione al punto di battuta e poi dipingeva. Come contro il Liverpool”.

Già in quella sera della rimonta straordinaria, a San Siro, con qualificazione alla finale di coppa dei Campioni.

Aggiunge Tarcisio Burgnich: “Era eccezionale, tecnicamente fortissimo. Anche oggi sarebbe stato uno dei migliori al mondo. E al tempo lo era, il massimo. Aveva il suo modo di fare, ti prendeva un po’ in giro ma, ad esempio, io con lui non ho mai litigato. Era un po’ un vagabondo, in campo, ma si allenava con costanza”.

Corso, participio passato del verbo correre, faceva il trequartista, toccava con il destro solo in allungo. Pendeva a destra per ritornare al centro e avere lo specchio della porta aperto sul sinistro o cercare il passaggio.

Fu Nereo Marini, il suo primo allenatore, di San Michele Extra, il paese di Alberto Malesani, nel Veronese, a intuirne le potenzialità e a costruire il colpo. “Ogni giorno Mariolino si fermava un’ora a provare” – scrive Fabrizio Bocca, su Repubblica – “fino a farlo diventare un gesto naturale. Non era l’unico a farlo al mondo, in Brasile Didì era famoso per la folha seca, alla Fluminense.Giocava con i calzettoni abbassati, nel linguaggio del campo si leggeva come una provocazione ai difensori, come le braccia abbassate di Muhammad Ali sul ring: avanti, fatti sotto.Taciturno, aspro, irrispettoso degli schemi, non si prendeva con Mazzola”.

“Corso” – sottolinea Alessandro Dell’Orto, su Libero – “non aveva il fisico né l’aspetto del campione. Orecchie a sventola, pochi capelli, voce stridula, aria stralunata e occhi impastati come se avesse dormito fino a tre minuti prima, ciondolava in campo, sembrava svogliato, quasi lì per caso in mezzo agli altri calciatori. Poi, però, si accendeva all’improvviso e diventava poesia del calcio: tunnel, scatti, ghirigori, cross, tiri potenti e precisi.A rivedere i vecchi filmati in bianco e nero delle sue giocate fa capire quanto fosse moderno, per posizione in campo e intuizioni. A farlo uscire dal giro azzurro fu anche il gesto dell’ombrello rivolto al ct Giovanni Ferrari, in tribuna, dopo un gol segnato nell’amichevole Inter-Cecoslovacchia, nel maggio del 1962”.

Dell’Orto racconta anche la sua tifosa speciale: “Lady Erminia, moglie di Angelo Moratti, ne assecondava tutti gli estri: ‘Non andavo a San Siro solo per lui, ma se c’era lui ci andavo più volentieri. Ero certa che mi sarei divertita’. Nella stagione 1970-71, partito Suarez, diventò leader e regista, guidò l’Inter all’incredibile rimonta sul Milan: da -7 all’undicesimo scudetto nerazzurro”.

Della grande Inter della filastrocca non ci sono più Sarti, Facchetti e Picchi e neanche Peirò, che giocava in coppa. Il dg era Italo Allodi. “Sono stato fortunato” – raccontava Corso – “a giocare con Suarez, anche se con Luisito litigavo spesso. Dietro di me avevo Facchetti o Burnich e indipendentemente da dove giocavo Picchi e Guarnieri. Praticamente ero libero dall’incubo di sbagliare, sicuro che una pezza quei quattro l’avrebbero comunque messa”.

In quell’Inter uno dei gregari fu Carlo Tagnin, bloccò Alfredo Di Stefano nella finale con il Real Madrid. “Se Suarez era in giornata” – raccontava il centrocampista piemontese – “sapevamo che non avremmo perso. Se invece era in giornata Corso sapevamo che avremmo vinto”.

Con quel sinistro, Corso conquistò il mondo. Inter-Roma, gennaio 1961: gol che definì il più bello della carriera, ne scarta quattro e supera Cudicini. Eppoi ricordi: “L’avversario più difficile Riccardo Sogliano: pensava solo a non farti giocare; il gol più importante: Coppa Intercontinentale 1964 a Madrid contro l’Indipendiente, la palla è viscida, l’aggancio di collo esterno sinistro, e tiro a mezzo volo”.

Agnelli provò ad acquistarlo, Sivori lo voleva al suo fianco. Respinto dai Moratti.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

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