L’avvocato Giordano sul Parma: “Doca era impreparato sul piano mediatico e la trattativa saltò. Taci ha perso la partita più grande con il Parma. Il calcio è un business, non è più uno sport”.

Vanni Zagnoli

Avvocato, partiamo dalla storia dello studio legale internazionale Giordano &partners, di Roma.

“Si occupa di fusioni e acquisizioni, ha una storia di oltre 400 anni”.

Addirittura…

“Il salto di qualità avvenne con mio nonno Arturo, fondatore del giornale economico nazionale “L’economista”, con sedi a Roma, Addis Abeba e Ginevra. Lì scrivevano da giovani Gaetano Stammati e Guido Carli, poi ministri”.

Lei cosa fa, ora?

“Sono avvocato internazionale, faccio l’advisor e mi occupo di banca ed energia. Vivo tra Roma, Londra, dove mi sono formato, e Parigi, ma ancora di più in Nicaragua perché ho una società di trading e advisoring e lavorando con il centro America è perfetta”.

Dei mesi dedicati al Parma cosa la amareggia di più?

“Sono conosciuto nell’ambito della finanza e nel settore legale, eppure avevo sentito parlare nel mondo del calcio e in particolare nel Parma di parole come dignità, classifiche, investimenti, senza mai seguire ciò che volevo imporre, ovvero legalità e professionalità, fatte da una storia che mi appartiene”.

Allora cosa non ha funzionato?

“Ho portato a termine un’operazione di acquisto del Parma occupandomi esclusivamente dei contratti e di tutte le enormi problematiche che vi erano fra Taci, imprenditore albanese, il suo socio russo e la proprietà Ghirardi, diventando il garante di tutti e due: non mi sono mai occupato di certificare i crediti; era questione di altri colleghi ma avvertivo che vi fossero delle difformità”.

Inizialmente le aspettative erano enormi, di fronte a Taci…

“Chiuso il contratto, decisero di nominare Doca presidente. Fossi stato l’imprenditore acquirente, avrei scelto un’immagine diversa e con una storicità appropriate. Come per profezia, ci fu l’enorme problema che tutti abbiamo vissuto, ovvero il gioco del Doca”.

Ovvero?

“Quel giovane si dimostrò impreparato sia sul piano legale che sul campo, ebbe subito problemi con la stampa. Non sapendo gestire la mediaticità, creò enormi problemi al momento delle firme perchè “sparì” e così ci mostrò al pubblico impreparati”.

Proprio nel momento in cui avreste dovuto uscire di scena…

“Il lavoro mio e dello studio legale era finito alla firma, fui richiamato da tutte e due le parti per “salvarle” dale questioni legali che si mostravano per colpa di Doca. Da una parte c’era la possibilità di inadempienza, dall’altra intraprendere una causa avrebbe portato la società a ingessarsi e fallire, così decidemmo di intervenire per la società acquirente e nella responsabilità della presidenza”.

E questo finì per allungare l’agonia…

“Le parti mi chiesero di salvare la situazione e di prendermi questo enorme onere della presidenza, avendo io le caratteristiche giuste. A quel punto era davanti a un bivio:  diventare presidente di un club con enormi problemi e gelosie interne ed esterne, ma con sbocchi futuri oppure lasciare a loro la problematica e magari avere un altro incarico professionale per future cause?”.

Dunque accettò la presidenza…

“Accettai alle mie condizioni, ovvero che le parti facessero il loro ruolo e nel breve si fosse palesato il proprietario e venisse nominato un altro presidente. E poi che il consiglio e i revisori fossero nominati da me. Che fossi del tutto autonomo nelle scelte e che i possibili responsabili del dissesto mi accompagnassero, al fine di poter rimettere a posto le cose e prendersi le loro responsabilità”.

Quali furono le sue prime mosse?

“Subito volli sapere i numeri del passivo. Non volevo fossero licenziati i possibili responsabili e intendevo nominare un consiglio di amministrazione fatto di banchieri, commercialisti e avvocati, questo per essere supportato dalle banche di cui necessitavo. I commercialisti servivano per vedere attentamente i numeri, i legali per tutelare il club da eventuali azioni”.

Sul piano operativo come si mosse?

“Iniziai con il tagliare le spese meno importanti, avevo deciso di far crescere i giovani e volevo vendere i giocatori al miglior prezzo possibile, dal momento che si era palesata la nuova proprietà e avevo anche il supporto delle banche, dunque gli altri club non avrebbero approfittato della debolezza passata. Programmai di acquisire giocatori in prestito, cercando di rimanere in serie A”.

Nel frattempo cresceva la preoccupazione dei tifosi, che si aspettavano il fallimento.

“Volevo accordarmi per far crescere la tifoseria, accompagnandola e supportandola nelle trasferte. Avrei voluto far diventare il Parma un esempio di rinascita societaria, attenta alle spese, e mostrare uno stadio Tardini come il vero salotto d’Italia, a iniziare dalla tifoseria, fatta anche dalle famiglie”.

Il tutto si è arenato in meno di due mesi.

“Perchè Taci si accorse che i numeri presentati da Ghirardi non erano reali, dopo che li aveva fatti analizzare dai suoi uomini. Mi chiese come procedere e allora suggerii di seguire uno schema diverso. Dapprima occorreva presentare un concordato in continuità, iniettando capitale solo per le spese necessarie, pagare le tasse e gli stipendi ai dipendenti, al 100% dei giocatori e al 50% degli altri. Poi coinvolgere gli ex azionisti, valorizzare gli immobili e creare un prodotto finanziario sui cartellini dei giocatori, cosa che nessuno ancora ha inventato, per il mercato”.

Belle idee, ma poi tutto è naufragato.

“A Rezart Taci dissi: “Sicuramente con la trasparenza con la quale procederemo, la magistratura, le banche e la città saranno pronte a sostenerci. Ti consegnerò la squadra e potrai proseguire la tua idea, sperando di rimanere in serie A. E se andremo in B, avrai l’onore di tutti e un club pulito”. Mi sarei preso io questa responsabilità”.

Peccato che non sia andata così.

“Infatti iniziò con input di altri,  dicendomi che si dovevano comprare giocatori. Seconda discussione: Taci non voleva piu’ rischiare e, consigliato male da chi aveva altri interessi, mi disse che voleva mollare, io lo misi in guardia: “Se lo avesse fatto, legalmente avrebbe avuto torto, così ci ripensò. Inoltre iniziò un rapporto autonomo con l’ad Pietro Leonardi e lì mi arrabbiai, perchè gli accordi erano diversi”.

Ma Taci pose le basi per la cessione a Manenti.

“Perchè Leonardi aveva in mano uno che avrebbe acquistato, nuovamente gli dissi di non essere d’accordo, al punto che volli dare le dimissioni. Lui le respinse, ma proprio per la dignità di persona e professionista dissi che avrei anche rinunciato allo stipendio. Lo comunicai al consiglio e tutti decisero di mollare Taci e Leonardi, perchè lo stesso consiglio aveva accettato solo per la mia figura. Questo da una parte mi fece un enorme piacere, dall’altra mi resi conto che sarebbero iniziati altri problemi”.

A quel punto Rezart Taci cambiò tutto.

“Venne nominato presidente Kodra, con un consiglio di albanesi, la maggior parte dei quali senza caratteristiche adatte, ma dovevano fare solo quello che comandava il proprietario”.

Cosa le è rimasto?

“L’esperienza di sapermi adattare a ogni situazione, tipo la prima conferenza stampa indetta all’improvviso, senza motivazione, subito dopo la firma delle carte. Rituale che durò 4 ore, alla presenza di giornalisti scocciati dall’attesa e di tifosi. Che inizialmente mi vedevano come ristrutturatore, dopo chi aveva sperperato”.

Agli azionisti di minoranza cosa si sente di dire?

“Nei loro confronti sono sempre stato parte diligente, senza che mi fosse chiesto. Sarebbero dovuti intervenire per mettere fine all’era Ghirardi molto prima e magari dovevano comprarla in serie B, senza specularci. Comunque apprezzo la sincerità di Marco Ferrari, che considero persona trasparente e leale”.

Dell’ex presidente Ghirardi che opinione si è fatto?

“Si è fatto prendere la mano dalla mediaticità del calcio, preoccupandosi più di quella che del resto. Un imprenditore deve saper stare nell’oro e nella polvere e lui non era in grado”.

Quali responsabilità ha Leonardi?

“Chi ha il suo ruolo, di direttore generale deve saper andare contro anche le volontà del presidente e soprattutto saper gestire ogni fase. Inoltre ha continuato nell’errore, avendo presentato un lestofante finito anche in galera. Deve avere l’umiltà di scusarsi con Parma”.

E Taci che personaggio è?

“Ha sbagliato, ma utilizza i media come vuole, è un bravo giocatore di scacchi ma con il Parma ha perso la partita più grande, della credibilità”.

Si occupa ancora di calcio?

“Assolutamente sì, sono rimasto in ottimi rapporti con alcuni club, dividendomi tra finanza e gestione. Il calcio è business, non c’è molto di sport”.

 

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