Assocalciatori.it. Faustino Canè, gli 80 anni del brasiliano ex Bari. “Dal Brasile tre negretti”, recitava un titolo di allora: la pagina su Il Giornale con Elia Pagnoni. Da allenatore fu prestanome di Boskov, al Napoli, eliminato dalla Uefa. Il Napoli del ’65, promosso in A

Faustino Canè (assocalciatori.it)

Sabato ha compiuto 80 anni Canè. Stavolta fatichiamo anche noi, a ricordarlo, ci sono solo filmati dell’epoca e figurine e ritagli di giornale.
Era l’estate del 1962 e in Serie A arrivavano i primi giocatori di colore. “Dal Brasile tre negretti” – recitava un titolo dell’epoca – “sono meraviglie color ebano degli stadi”.
C’era stato un mulatto, nel ’47, l’uruguayano Roberto La Paz, che giocò qualche partita nel Napoli, quindici anni più tardi arrivarono Jair, Germano e Canè, primi brasiliani di un calcio che avrebbe regalato campioni e pure bidoni.
Germano de Sales era al Milan, fece parlare di sé i rotocalchi dell’epoca, per l’extracampo, è scomparso nel ’97. Jair da Costa fu uno dei giocatori più popolari della grande Inter di Helenio Herrera, decise la finale di coppa Campioni con il Benfica, Jarbas Faustinho è rimasto a Napoli, ha i capelli bianchi, è in sovrappeso ma resta un piccolo mito, per i tifosi azzurri più datati.

L’ha raccontato in una pagina intera Elia Pagnoni, firma de Il Giornale, in redazione sino a due mesi fa e negli ultimi 4 anni capo dei servizi sportivi.
“Mi sono ambientato subito” – racconta – “perché questa città assomiglia molto alla mia terra: dico sempre che sono un uomo fortunato per aver vissuto a Napoli ed essere nato a Rio”.
Ma come fu l’impatto di un ragazzo di colore con l’Italia?
“Io conoscevo poco l’Europa, non me ne accorgevo neanche. Sapevo che qui c’era una grande civiltà e non avrei avuto problemi. Certo, allora a Napoli di neri se ne vedevano pochi e ricordo i ragazzini al Vomero che mi dicevano, quasi con curiosità, nero, nero, nero… E io rispondevo bianco, bianco, bianco e tutti a ridere”.
Ma adesso il problema del razzismo negli stadi è esploso. 
“Non credo si tratti di razzismo. L’ho già detto quando c’è stato il caso Koulibaly. Il razzismo è discriminazione, queste sono offese, anche se volgari, un voler innervosire l’avversario, disturbare le società. Non sanno come insultarti e allora ti gridano negro. Ma io venivo da un paese dove le differenze razziali si sentivano ancora. Noi neri eravamo la maggioranza, ma certo eravamo anche la parte più povera. C’erano ancora dei club calcistici, come la Fluminense, dove giocavano due o tre campioni di colore ma non erano ancora ammessi alla vita sociale del club. Uno di questi era addirittura Didì, che tra l’altro era sposato con una bionda bellissima che si è poi data da fare parecchio per far cadere queste barriere e far accogliere il marito in pieno”.
Canè, dunque, è cresciuto in questo panorama…
“In famiglia ho avuto un’educazione molto severa: mio padre era di razza africana e in casa lavorava solo lui, mia madre invece doveva crescere sette figli ed era di discendenze portoghesi, si chiamava Imperalina. È lei che mi ha chiamato Canè, da piccolo, perché tenevo sempre in mano la caneca, la tazza del latte. Poi però appena ho scoperto il pallone… Ricordo che alla domenica giocavo anche tre partite, due in spiaggia a piedi nudi, e una con le scarpe. Anche mio padre era appassionato di calcio, andò a vedere la finale mondiale del ’50 al Maracanà ma portò solo mio fratello maggiore. Io rimasi a sentire la radio e a piangere per quella sconfitta incredibile con l’Uruguay. Avevo undici anni e i Mondiali per un ragazzino erano tutto. Ricordo anche quelli successivi, le grandi foto sui giornali. E il mio sogno era quello di venire a giocare in Europa”.
Finché lo realizzò veramente.
“Sì, e alla grande. Mi sono innamorato subito di Napoli e anche di una ragazza napoletana che è mia moglie da 53 anni. E adesso faccio serenamente il pensionato e il nonno a tempo pieno: ho quattro nipotini, avuti da due figli. Uno mi somiglia anche molto, come movenze, quando gioca a pallone. Chissà. Però adesso è dura emergere, devi fare la scuola calcio”.
Le è rimasto il rimpianto di non aver mai giocato in Nazionale?
“Sì, ma allora chi veniva a giocare in Europa non veniva più convocato. Capitò a Jair dopo i Mondiali del ’62, in cui fu la riserva di un fenomeno come Garrincha, uno ai livelli di Maradona. Capitò ad Altafini che infatti si fece naturalizzare italiano. Una cosa assurda che andò avanti fin quasi al Duemila”.
Quali erano i suoi idoli, da ragazzo?
“Didì, Zizinho, Ademir da Guia, i grandi degli anni Cinquanta. E poi c’era Pelè che è più giovane di me ma giocava già in Serie A quando io ero ancora nelle giovanili”.
È vero il presidente Achille Lauro la scelse perché era talmente nero che poteva impressionare i difensori?
“Questa storia è frutto della fantasia dei napoletani. Ma l’ho sempre accettata, mi sono adattato completamente al loro modo di pensare e di vivere”.
Lei però non sfondò subito a Napoli, un giornale titolò un po’ volgarmente: Cané o cane?
“Sì, ma la gente mi amò subito, perché aveva capito che non ero un pacco. La verità è che mi sfruttarono nella battaglia politica tra i due grandi giornali di Napoli: il Mattino mi massacrava, mentre il Roma, che era di Lauro, mi esaltava”.
L’allenatore che le ha dato di più?
“Pesaola, il Petisso. Se non fosse stato per lui probabilmente non sarei nemmeno qui, me ne sarei tornato a Rio. Lui mi spostò a giocare da ala perché aveva capito che in quel ruolo avrei dato il massimo. Però anch’io ce l’ho messa tutta, perché non volevo che il mio sogno fallisse, anche se il Napoli di allora era una società disorganizzata. Pesaola ci riportò in Serie A, ci fece vincere la coppa Italia e sfiorare lo scudetto. Poi entrò in collisione con il vicepresidente Fiore, che era invidioso di lui, e se ne andò via. A vincere lo scudetto a Firenze. Ma poi tornò a Napoli e io gli sono rimasto vicino fino ai suoi ultimi giorni”.
E partito Pesaola se ne dovette andare anche lei.
“Sì, arrivò Chiappella, ma soprattutto arrivò il nuovo presidente Ferlaino che mi vendette al Bari. Ricordo che lo scoprii in aereo mentre tornavo dal Brasile e uno steward mi fece vedere un giornale con la notizia in prima pagina: Cané al Bari. Se non fossi stato sposato, sarei tornato a Rio con quello stesso aereo. Mi sentii tradito, cercai di oppormi, ma allora c’era poco da fare”.
Ma è vero che la cedettero per 71 milioni, non uno di meno, perché il 71 nella smorfia è l’uomo da poco?
“Un’altra bella storia… No, costai 86 milioni che ai tempi erano bei soldi. Quella del 71 è una barzelletta, ma ho accettato anche quella”.
E a Bari si ritrova con Oronzo Pugliese. Da cui Lino Banfi tirò fuori una stupenda parodia.
“Pugliese era un altro personaggio simpaticissimo, certo il suo era un calcio un po’ improvvisato. Ma quel Bari in A era partito molto bene, poi Pugliese pagò uno scontro con un giornalista del Corriere dello Sport e la società lo esonerò. Sa, allora i giornalisti erano molto potenti”.
Tre anni che la rilanciarono verso Napoli per una grande conclusione di carriera. Qual è la sua partita indimenticabile?
“Quelle in cui battevamo la Juve, il Milan, l’Inter e la Roma. E il gol più bello per me era sempre l’ultimo. Un anno ne ho fatti 16 che valgono come 40 di adesso. Con certe difese… Allora fare una tripletta era un avvenimento, e io ne ho fatte un paio. Qui a Napoli se le ricordano ancora”.
Il suo compagno ideale?
“Vincenzo Montefusco, napoletano verace, ho dormito in camera con lui un’infinità di volte. Quanti scherzi ci siamo fatti”.
Il suo campo preferito?
“Mi piaceva San Siro, per forza. Ma anche Roma, perché arrivavano da Napoli trentamila persone, magari sulle 500 e senza la tessera del tifoso. Adesso invece andare allo stadio sembra di andare alla guerra”.
Il Giornale chiude con una provocazione: “Le dava più fastidio se le davano del negro o del terrone?
“Ah… Non ho mai avuto di questi problemi. Le offese per il colore della pelle le fanno persino ai gialli. E pensi le discriminazioni che hanno subito gli ebrei. Eppure non mi risulta che fossero neri…”.

Fin qui una buona parte dell’intervista di Elia Pagnoni. Va ricordata, di Canè, anche una doppietta segnata a Parma, battuto 3-1 nella gara che portò gli azzurri in Serie A. Era il 20 giugno del 1965 e il Napoli schierava: Bandoni; Adorni, Gatti; Ronzon, Panzanato, Emoli; Canè, Fraschini, Bean, Spanio e Juliano. Allora non c’erano le sostituzioni e in squadra il Napoli aveva altri piccoli miti, Dino Panzanato, difensore, e Gastone Bean, centravanti, due uomini del nordest. E naturalmente Totonno Juliano, che sarebbe diventato capitano.
Canè aveva il passo felpato e la tecnica sudamericana, abbinata alla concretezza europea. Il suo colpo migliore era il tiro, potente e preciso. Al Napoli fu scelto dal presidente Lauro, per trentamila dollari dell’epoca, senza neanche comunicarlo ai tecnici dell’epoca, Monzeglio e Pesaola. Si aggiudicò la coppa delle Alpi del 1966, allora era un trionfo di rilievo.
Altre parole di Canè. “Non ero un fenomeno, un portatore di mattoni. Forse ne portavo qualcuno in più rispetto agli altri. Quando sono arrivato io, Montefusco e Juliano giocavano ancora con la Primavera, sono cresciuti con me. Qualcuno diceva, quando arrivai, che ero un pacco ma ho sempre creduto in me stesso. Compiere 80 anni mi dà una sensazione di vita eterna. Ai miei tempi era difficile giocare oltre i 35 anni come ho fatto io. Prima era molto più bello, i giocatori stavano in mezzo alla gente”.

Il brasiliano fu anche allenatore, in Campania. Dopo le giovanili con il Napoli, guidò la Frattese e la Turris, l’Afragolese (due volte) e il Sorrento, il Campania Puteolana e la Juve Stabia, l’Ischia Isolaverde. L’unica esperienza fuori regione fu con la Sambenedettese, nell’89-’90, e la chiusura di carriera, nel 2000-01, ad Avezzano.
Nel 1994-95 allenò il Napoli in Serie A, come collaboratore di Vujadin Boskov, che allora non aveva il patentino federale. Subentrarono a Vincenzo Guerini e arrivarono al settimo posto, in Europa si fermarono agli ottavi di finale, contro l’Eintracht di Francoforte. Fu l’ultima avventura continentale del Napoli, prima dell’èra De Laurentiis, sino al 2008, con Reja in panchina.
Il figlio Ivan, pure allenatore, ha guidato le giovanili del Napoli, vedendo crescere Lorenzo Insigne. Di Canè, insomma, c’è qualcosa anche nel Napoli di oggi.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

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