Il Messaggero, Il Gazzettino. Atletica, la super Italia in Coppa Europa. Azzurri secondi a due punti e mezzo dall’oro della Polonia

(atleticalive.it)

https://www.ilgazzettino.it/pay/sport_pay/atletica_grand_italia_e_dire_poco_gli_azzurri_sono_secondi_in_coppa_europa-5993552.html

Grand’Italia è dire poco. Gli azzurri sono secondi in coppa Europa, dietro la Polonia padrona di casa, che si conferma leader. Sono stati anche in testa, nella due giorni di Chorzow, dove si svolgeranno gli Europei del 2028. L’oro della coppa Europa a squadre è distante due punti e mezzo, bastava probabilmente sostituire l’acciaccato Tamberi per essere i primi nel continente, è comunque il trionfo del ct Antonio La Torre, ex responsabile della marcia, discusso dal presidente federale Stefano Mei. I 179 punti sono l’apice nella ex coppa Bruno Zauli, l’unico secondo posto fu del 1999, degli uomini, a a Parigi, e allora la manifestazione al femminile era a parte.
Quattro i successi di ieri, la staffetta 4×400 è la migliore dell’anno, nel continente, con Davide Re, Alessandro Sibilio, Edoardo Scotti e Vladimir Aceti, in 3’2”64. E’ l’ultima gara, i polacchi sono terzi, fossero finiti sesti avrebbe vinto l’Italia. La Germania è terza per 8 punti, la Spagna quarta a 12 dall’Italia. Strabiliano due mezzofondiste, la trentina Nadia Battocletti sui 5mila e l’abruzzese Gaia Sabbatini, nei 1500, sul rettilineo. Sui 200, Desalu era stato protagonista in Diamond league, la scorsa stagione, il suo 20”48 con un metro di vento fa sperare in una semifinale olimpica. Tre argenti: Dalia Kaddari (22”89 sui 200), Alessia Trost nell’alto (1,91) e Luminosa Bogliolo nei 100hs (13”05). Bronzo per Osama Zoghlami nei 3000 siepi e per la 4×400 donne. Sabato, successi di Crippa sui 5mila, Sibilio sui 400 hs, Randazzo nel lungo e della romana Roberta Bruni nell’asta, fresca primatista nazionale. Altri tre secondi posti e 3 terzi.
Vanni Zagnoli

Da “Il Messaggero”, “Il Gazzettino”

Ilmessaggero.it. Polonia, c’è tanta Italia. Il Mapei center diventa Giorgio Squinzi. Niente tifosi, c’è il Covid

(ilmessaggero.it)

https://www.ilmessaggero.it/sport/calcio/quanta_italia_nella_polonia_domani_mapei_center_diventa_giorgio_squinzi_niente_tifosi_c_covid-5586172.html

di Vanni Zagnoli

Sarà la Nations league, sarà il covid, sarà che la Mapei è proprietaria del Sassuolo e dunque sarà per questo che la città del primo tricolore si scalda solo per la Reggiana, neopromossa in serie B, dopo 21 anni.

Dunque, l’Italia è a Reggio Emilia, dal primo pomeriggio di ieri, assieme alla Polonia, fra il disinteresse dei reggiani. Ci siamo appostati, senza accredito, fuori dallo stadio comprato dalla famiglia Squinzi. “E’ stato determinante il mio ruolo – ci raccontava Laura, la sorella minore del patron Giorgio, scomparso un anno fa -, nel prenderlo all’asta. Da legale, ho fatto compiere ogni passo per non sbagliare”.

La domenica mattina sarà proprio santificata per il re della Mapei, a Giorgio Squinzi sarà intitolato il centro sportivo di Sassuolo e alla moglie Adriana Spazzoli, scomparsa pochi mesi dopo il patron, la strada che porta al campo.

Ci sarà il presidente federale Gravina, con i tre azzurri neroverdi, Berardi, Locatelli e Gianmarco Ferrari, parmigiano, mentre Caputo ha dovuto rinunciare alla convocazione.

Sarà la parata del mondo Mapei, dell’idea Mapei, del mondo Mastergroup, ovvero il marketing dell’ad sassolese Giovanni Carnevali. Anzi, lo sarà così tanto perchè il covid fa centellinare le presenze degli ospiti e anche dei media.

All’esterno dello stadio, dunque, dalle 18, abbiamo notato un vecchio ex ultras della Reggiana, in bicicletta, il parente di un dirigente del settore giovanile granata e forse un paio di tifosi.

Idem all’albergo, il Best Western, in direzione Modena, dove la nazionale è giunta dopo l’allenamento. “Ma prima, all’arrivo qui – sottolinea l’addetto alla sicurezza dell’Italia – qualche tifoso c’era, nel pomeriggio”.

Pochi, di sicuro. Mentre la Polonia è altrove.

Resta la sensazione di un covid che ha portato via tanto, alla vita anche qui, in uno dei posti più vivibili d’Italia, dalle 22 non si può più circolare, ok, ma neanche prima ci sono le file di sponsor, di personaggi, di tifosi e tifose, di bambini. I bambini, mancano.

La nazionale piace, il covid ha cambiato la quotidianità, il weekend, anche degli emiliani.

Resta, invece, molto attento il servizio di sicurezza, la preghiera è di non riprendere i membri dello staff neppure dalla strada dell’hotel.

I polacchi, dunque. Il ct è Così Jerzy Brzeczek, sconosciuto, al grande pubblico. 

“L’Italia – racconta – ha un potenziale enorme. In casa è pericolosa, anche in assenza di pochi giocatori. Auguro a tutti i loro assenti una pronta guarigione”. 

I rossi avranno un portiere noto, Wojciech Szczesny, della Juve. 

“Annunceremo il resto della squadra, prima della partita. Non aspettiamo un miracolo nel match di domani, non ne abbiamo bisogno. Siamo arrivati alla fase finale di Euro 2020 e abbiamo i nostri obiettivi”. 

In campo, allora, il 4-3-1-2, con il doriano Bereszynski a destra, Glik (Benevento) e Bednarek al centro, Reca (Atalanta) a sinistra. Centrocampo con Zielinski (Napoli), Goralski e Linetty (Sampdoria), trequartista Krychowiak dietro a Lewandowski, pallone d’oro virtuale con il Bayern Monaco vincitutto, e il napoletano Milik. In panchina 

Skorupski, acrobatico portiere del Bologna e l’ex Milan Pjatek.

E’ una Polonia mai così italiana, insomma.

Da “Ilmessaggero.it”

Ilmessaggero.it, volley. Gli Europei, terzo oro per la Serbia, 3-1 alla Slovenia di Giuliani. “In Italia mi offrivano solo panchine di secondo piano, per questo sono in Turchia”. Bronzo alla Polonia. Kovacevic mvp. Il prossimo Europeo anche in Estonia e Finlandia

(ilmessaggero.it)

https://www.ilmessaggero.it/sport/altrisport/volley_europei_terzo_oro_serbia_3_1_slovenia_di_giuliani_bronzo_polonia-4765752.html

di Vanni Zagnoli

E’ l’Europeo della Serbia, non della Slovenia, che come 4 anni fa resta d’argento, stavolta strappa un set. Per i serbi è il terzo oro, nel 2001 fu sull’Italia di Anastasi, nel 2011 su quella di Mauro Berruto. 

I rossoblù fanno doppietta, le donne sono campionesse del mondo e continentali, ma nella recente finale di Turchia avevano dovuto ricorrere al tiebreak contro la nazionale di Giovanni Guidetti. E’ secondo anche un altro ct italiano, Alberto Giuliani, marchigiano vincitore dell’unico scudetto di Cuneo e di due a Civitanova, ha un sestetto di quasi tutti ex giocatori del nostro campionato. 

Il primo set lo illude, il 19-25 è con la buona regia di Vincic, che calerà in maniera verticale. Dal secondo iniziano i muri di Podrascanin, due campionati vinti sempre nelle Marche e poi l’unico conquistato da Perugia. Cominciano le bordate di Atanasijevic, l’opposto del Perugia che quest’anno ha sbagliato solo la bella della finale scudetto vinta dalla Lube e la partita di Bari che ha qualificato l’Italia, per il preolimpico. Il 25-16 è bissato dal 25-18 del terzo, con le staffilate di Nemanja Petric, il capitano tornato titolare con il ct Bobo Kovac e riportato in serie A da Milano. Anche Lisinac è efficace al centro, fra primi tempi e muri mantiene avanti i serbi nel quarto. Sul 19-13 i verdeblu non possono rimontare, si affacciano solo a -5, chiudono una bordata e l’ace di Petric. 

La finale di Parigi conferma la vitalità dello sport nella ex Jugoslavia, questa era inedita, nel volley. La Slovenia è campione d’Europa di basket, neanche si è qualificata per il mondiale in Cina, per la sconfitta in Ucraina. Nella pallavolo è solo al secondo podio nelle manifestazioni di primo piano, con Andrea Giani ct nel 2015 si era fermata solo di fronte alla Francia.

La Serbia vanta l’oro olimpico del 2000 (eliminò l’Italia di Anastasi in semifinale), una finale e un bronzo mondiali, agli Europei solo per tre volte ha mancato il podio. Era andata a medaglia anche quando si chiamava Jugoslavia. Non ha magari la genialità della Croazia vicecampione mondiale di calcio ma possiede una forza impressionante. 

“Come ranking – ci confermava Alberto Giuliani, in mezzo alla riunione tecnica di venerdì notte – non c’era proprio partita. Se i bookmakers avessero quotato il nostro successo, chissà a quanto l’avrebbero dato. La Serbia è da sempre nell’èlite, peraltro nel cammino noi abbiamo battuto tutte squadre più quotate della nostra: la Bulgaria, la Russia e la Polonia, approfittando al massimo del fattore campo”. 

Giuliani chiedeva solo di giocare bene: “Riconoscendo le situazioni rischiose. Siamo creativi, giochiamo con cuore e lucidità”.

Non è bastato, anche se i francesi tenevano per la Slovenia e alla fine è quasi rimasto il silenzio, nell’AccorHotels arena, raro esempio di palazzetto intitolato a una catena di alberghi.

Dopo Giani, c’erano stati altri due ct, prima di Giuliani. “Io non ho cambiato molto, il mio sistema di gioco è piaciuto molto. Ho cercato solo di tirare fuori le qualità di questi ragazzi”.

Resta un mistero come l’allenatore di San Severino Marche sia finito ad allenare ad Ankara, come club. “In Italia mi hanno offerto solo squadre di secondo piano, comunque l’Halfbank ha una buona tradizione”.

Il figlio Ludovico, 21 anni, giocherà in serie A3, a Corigliano Calabro, da dove è passato anche il padre. “Nelle ultime stagioni era il secondo libero a Piacenza e a Verona”.

Dove aveva giocato, e per due volte, l’mvp dell’Europeo, Uros Kovacevic, schiacciatore mancino di Trento e anche l’intero sestetto serbo è stato o è in Italia.

La Serbia medaglia d’oro dovrà comunque passare dal preolimpico di gennaio, con la Francia, quarta classificata, battuta 3-0 dalla Polonia nella finale per il bronzo, premiata con 100mila Europeo. Duecentomila vanno all’argento, 400mila mila alla prima classificata, un montepremi notevole.

E’ stato un Europeo persino più lungo del mondiale, dagli ottavi molto emozionante. E fu da questo torneo, 30 anni fa, che iniziò la grande parabola di Julio Velasco. Era il 1° ottobre dell’89 e l’Italia superò la Svezia padrona di casa. All’epoca la Jugoslavia fu 8^, dalla disgregazione è cresciuta in maniera esponenziale.

Fra due anni l’Europeo sarà sempre a 4, in Repubblica CecaEstonia e Finlandia, mentre le finali si giocheranno in Germania. Belgio, Olanda e Slovenia comunque sono felici dell’esperienza di organizzazione, la Francia molto meno perchè contava di vincere. La Serbia ospiterà invece, da sola, gli Europei donne del 2021. Fra maschi e femmine è proprio la nazione leader.

Da “Ilmessaggero.it”

Il Messaggero, volley. Bronzo per le azzurre agli europei, Polonia battuta 3-0. La Serbia campione d’Europa, battuta la Turchia per 3-2

(lastampa.it)

Il bronzo europeo dell’Italia, 3-0 alla Polonia, 10 anni dopo l’ultimo podio, è anche di rabbia. Paola Egonu aveva sbagliato 18 palloni, sabato, nella semifinale con la Serbia. Su Rai2 attacca fuori, come le è successo anche ieri, nel finale di primo set. Ha gli occhi dei 20 anni, da ragazza terribile: «Ho sentito tante critiche, dopo la sconfitta di sabato. “Non ho mai visto una pestare così tanto (la riga, negli attacchi da seconda linea, ndr)”. “Mandatela a casa: torna al tuo paese”. Intanto abbiamo vinto questa finalina, c’eravamo noi, in campo. A tutte queste persone dico: “Guardassero la loro vita, prima”. Noi continuiamo a vivere la nostra, fantastica».
Dalla campionessa d’Europa per club, con Novara, adesso a Conegliano, dall’opposto più forte del mondo non si aspettavano così tanti errori gratuiti nei momenti chiave della gara più delicata. E’ il diamante di una rosa dall’età media di 24 anni, che può reggere sino a Parigi 2024, a parte magari Monica De Gennaro, che fra due olimpiadi avrà 37 anni e Lucia Bosetti, 30enne con problemi a una spalla, dall’ultima gara di qualificazione a Tokyo, e anche unica superstite dell’oro continentale del 2009.
Con la Polonia la sfida non è difficile, la sconfitta per 3-2 a Lodz era stata favorita dal fattore campo e dal primato nel girone già certo dopo due set conquistati. Sarebbe stato fondamentale aggiudicarsi anche quella gara, per non spostarsi dalla Polonia in Slovacchia e ritorno, e soprattutto per per evitare la Serbia in semifinale. La distanza con le campionesse del mondo è aumentata, rispetto all’argento mondiale. La Serbia è campione d’Europa, ha battuto la Turchia per 3-2.
Nella finale per il terzo posto, l’Italia se ne va dal 12-11, con Sorokaite e Chirichella, la centrale è in giornata. Il margine scende da 5 punti a uno, anche per i due errori di Egonu. Sul 23 pari risolve il muro di Lia Malinov: 25-23.
Ad Ankara, il secondo set ritarda per un calo all’illuminazione, il gioco resterà fermo per una dozzina di minuti. Sul +8 di Sorokaite, entra Parrocchiale e mentre parla si copre la bocca, neanche fossimo nel calcio. Entra a dar manforte in ricezione, a Sylla, su cui battono le donne dell’Est. Gli immancabili due errori di Egonu sono assorbibili, nel 25-20. 
Nel terzo parziale entra ancora la 17enne Fahr, al centro, per Folie. Non è stato l’Europeo di Anna Danesi, nel sestetto ideale del mondiale e ceduta da Conegliano a Monza. La Polonia è avanti di tre, viene rimontata da Sorokaite (12 punti), due palloni fondamentali sono atterrati da Sylla. Il 26-24 non può che essere di Egonu. La meno brillante fra le titolari, in queste due settimane, è stata Malinov.
Da giovedì toccherà ai maschi, a Montpellier (Francia9, in un Europeo che si gioca anche in Slovenia, Belgio e Olanda. Blengini conferma i 14 qualificati per l’olimpiade, nessun di loro ha mai vinto un oro internazionale. Manca da Euro 2005, a Roma. E’ la volta buona?
Vanni Zagnoli

Da “Il Messaggero”

Ilmessaggero.it, Ilmattino.it, Ilgazzettino.it. L’Italdonne centra il bronzo europeo: battuta la Polonia 3-0 nella “finalina”. Egonu sbotta: ​«I critici? Guardassero la loro vita»

(ilmessaggero.it)

https://www.ilmessaggero.it/sport/altrisport/risultati_europei_volley_italia_bronzo_polonia_battuta-4721558.html

https://sport.ilgazzettino.it/altrisport/risultati_europei_volley_italia_bronzo_polonia_battuta-4721649.html

https://sport.ilmattino.it/altrisport/risultati_europei_volley_italia_bronzo_polonia_battuta-4721570.html

di Vanni Zagnoli

Il bronzo è azzurro, dieci anni dopo l’Italia ritorna sul podio agli Europei. Le ragazze sono ancora terribili, con il 3-0 alla Polonia: 25-23, 25-20, 26-24. Praticamente senza Lucia Bosetti e senza la prima riserva Elena Pietrini, che ha rinunciato, dopo la qualificazione olimpica, la nazionale arriva per la terza volta a medaglia con Mazzanti, veniva dagli argenti nel World Grand Prix e al mondiale. 

Sarebbe stato affascinante vederla sfidare la Turchia di Giovanni Guidetti, se fossero finita nell’altra parte del tabellone, magari sarebbe arrivate almeno al tiebreak, in semifinale, a differenza del 3-1 subito dalla Serbia.

Nella finale per il terzo posto, l’Italia se ne va dal 12-11, con Sorokaite e Chirichella, la centrale è in giornata. Dal +5, resta un punto di margine per due errori di Egonu. Sul 23 pari risolve il muro di Ofelia Malinov, che non aveva convinto, ieri.

L’inizio del secondo set è ritardato per problemi all’illuminazione. Si riparte dopo una dozzina di minuti e l’Italia brilla, da un attacco di seconda di Ofelia Malinov: è stato l’unico, in questo Europeo, ma ha l’attitudine offensiva di Giannelli. A Conegliano era riserva di Asia Wolosz, che in Veneto ha vinto tutto esclusa la Champions league e che dopo ogni trofeo si fotografa nuda coperta solo dalla coppa. Stavolta la bionda polacca è fuori dal podio, resta talentuosa. 

Nell’ultima partita del girone, a Lodz, la Polonia aveva vinto al tiebreak, ad Ankara paga a muro. Come sul 18-10 di Sorokaite, la lituana che ha la cadenza tipica dell’Est. Quando parlano, sui punti al challenge, Parrocchiale e Sylla si coprono la bocca, neanche fossero calciatrici. Il secondo libero entra a rafforzare la ricezione, il vantaggio è tale che i soliti due errori di Egonu non incidono, anche perchè Sylla in ricezione regge. Chiude Paola, 25-20.

Il terzo parziale è equilibrato, Mazzanti prevede il calo di Folie, al centro, e inserisce la 17enne Sarah Fahr, per arginare il 9-12. Uno scambio è spettacolare, Egonu continua ad azzardare le conclusioni, è salvata da un videocheck, dal tocco a muro. Sorokaite offre la parità a quota 18, uscirà per Parrocchiale. Sylla mette il punto esclamativo all’Europeo con due attacchi prepotenti. Riavanzano però le rosse, sprecano un matchpoint e Sylla contrattacca conquistandone uno. Il 3-0 è sull’ace di Egonu, che può gioire. Non è più un sorriso nervoso ma rilassato. Paola è durissima, al microfono di Rai2: «Ho sentito tante critiche, dopo la sconfitta di sabato. “Non ho mai visto una pestare così tanto (la riga negli attacchi da seconda linea, ndr). Mandatela a casa: torna al tuo paese. Intanto oggi abbiamo vinto, c’eravamo noi, in campo. A tutti i critici dico: “Guardassero la loro vita, prima».

Affidiamo le pagelle dell’Europeo a Lorenzo Micelli, pesarese come il ct Mazzanti, vincitore di 9 trofei, tra Polonia, Turchia e Italia. “Fra il 7 e l’8 a quasi tutte le azzurre, perchè questo bronzo vale l’argento mondiale. In Giappone – spiega – c’era maggiore sintonia di gioco, il ritmo era più elevato, anche grazie a Lucia Bosetti. Le azzurre hanno offerto sempre buone partite, l’organizzazione di gioco ha penalizzato, il livello in attacco non era male. Quella sconfitta con la Polonia ha cambiato il tabellone, alla fine ha inciso”.

La meno positiva è Malinov: “Ha faticato più del solito, con le centrali, doveva però alzare palle staccate da rete, dovute anche alla qualità della ricezione e in quel fondamentale Bosetti era importante. Merita comunque il 7. 7/8 a Egonu, perchè comunque cambia la partite, escluso ieri. E molto positivi anche gli ingressi di Orro, al palleggio”.

Da giovedì toccherà ai maschi, in Francia, in un Europeo pure in 4 nazioni. Obiettivo un altro podio.

Da “Ilmessaggero.it”, “Ilmattino.it”, “Ilgazeettino.it”

Il Messaggero, volley. Europei donne, la capitana Cristina Chirichella: “L’abbiamo persa noi”

(oasport.it)

«L’abbiamo persa noi», sintetizza la capitana Cristina Chirichella. 
A Yokohama, nella finale mondiale, l’Italia aveva condotto sempre, esclusi gli ultimi punti del tiebreak, ad Ankara, sempre con la Serbia, perde 3-1 la semifinale dell’Europeo, dando la sensazione di potersi prendere la rivincita solo nel primo set. Finisce 22-25, 21-25, 25-21 e 20-25, con 26 punti di Egonu, peraltro alla peggior partita internazionale ai massimi livelli: vuole passare sempre di potenza, le 4 infrazioni da seconda linea sono il segnale di impazienza. L’Italia paga i 9 errori in più, la superiorità a muro e in battuta è relativa. La Serbia avanza con Boskovic sul 20-21, mura su Folie e ringrazia il diagonale fuori di Egonu, che in attacco chiuderà con il 38%. La ricezione delle campionesse del mondo e d’Europa in carica è più stabile, le centrali sono meglio coinvolte.
Sul 12-16 del secondo parziale Mazzanti cambia l’alzatrice, Orro per Malinov, in discesa, rispetto a un anno fa; una serie in battuta di Egonu vale la parità ma sempre lei la caccia fuori due volte. Il terzo è rovesciato da un ace di Sorokaite e chiuso da Egonu. Nel quarto deve entrare la 17enne Sarah Fahr, al centro, per Folie, ma sull’11-17 è andata. Entra Nwakalor, del Volleyrò Casal de’ Pazzi, per Egonu, assieme alla seconda alzatrice. Sul -2 tornano le titolari, l’opposta sbaglia ancora. Si va alla finale per il terzo posto, dalle 16 (Rai2) con la Polonia, per l’oro si batterà il ct modenese Guidetti, che l’ha superata 3-1, con la Turchia.
Vanni Zagnoli

Da “Il Messaggero”

Il Messaggero, volley. Europeo femminile, il pronostico di Giovanni Guidetti: “Mi sorprenderei se Serbia-Italia non finisse 3-2”

Miriam Sylla (dilei.it)

Dice tutto Giovanni Guidetti, il ct modenese della Turchia, padrona di casa e semifinalista contro la Polonia: «Mi sorprenderei se Serbia-Italia non finisse 3-2. Molto si deciderà in attacco, dai confronti a distanza tra Egonu e Boskovic, fra Mihajlovic e Sylla. Sorokaite attacca tanto più di Buse, che però è più solida in ricezione».
Dalle 16, la diretta di Italia-Serbia è su Rai2 e in streaming su Dazn, come commentatrici due bellissime contrapposte, Francesca Piccinini per il canale di stato e Maurizia Cacciatori. La Picci forse smette, era in campo 10 anni fa, nell’ultimo oro europeo dell’Italia, culmine di una generazione che ha vinto molto escluso la medaglia olimpica. Questa Italia è molto giovane, con Mazzanti vanta gli argenti nel World Grand Prix e al mondiale, un anno fa, contro la Serbia. «Per nulla scontati – ci ricordava a Catania, dopo la qualificazione a Tokyo 2020 -. Nella mia gestione il bilancio è notevole, nelle manifestazioni di alto livello».
Manca giusto l’acuto, l’oro. Al femminile l’ultimo fu in coppa del mondo nel 2011, con Barbolini ct e oggi campione d’Europa con Novara, mentre al maschile dobbiamo risalire a Euro 2005, a Roma, con Montali.
«Al primo posto andammo vicino un anno fa, nella finale mondiale di Yokohama, ora siamo sullo stesso livello della Serbia in molti fondamentali, per vincere dovrà funzionare al meglio il cambio palla». 
Con la regia di Malinov, due anni fa infortunata, e con Sylla, allora fermata da un doping che poi si rivelò fasullo, l’Italia cercherà di imporre il proprio gioco, cosa che in più momenti non è avvenuta, nella sconfitta con la Polonia e nei successi Slovacchia e Russia. «Sarà fondamentale la nostra identità di gioco, nel 3-1 con le russe abbiamo pensato un po’ troppo a loro, ci sono mancati i nostri tempi».
L’Italia è penalizzata dai viaggi, dalla Polonia alla Slovacchia e ritorno, adesso è in Turchia, raggiunta giovedì notte. Mazzanti ha cambiato la preparazione delle gare, con presentazioni video non solo tecniche. «Le giornate passano velocemente, c’è giusto il tempo per un riposino e poi si scende in campo. Conta avere la mente libera, l’esperienza mi aiuta molto».
Ad Ankara, la Serbia difende anche il titolo continentale. In Giappone, al mondiale, recuperò dall’1-2 e pure lo svantaggio nel tiebreak, finito con le lacrime di Sylla. «Tutte noi – è l’auspicio della capitana Cristina Chirichella – speriamo di prenderci una bella rivincita, sarebbe però sbagliato focalizzarci su questo». 
Vanni Zagnoli

Da “Il Messaggero”

Ilmessaggero.it. Europei, domani Italia-Serbia, rivincita mondiale. Mazzanti: «Serve un cambio palla fluido»

Lucia Bosetti (oasport.it)

https://www.ilmessaggero.it/sport/altrisport/europei_domani_italia_serbia_rivincita_mondiale_mazzanti_recuperiamo_nostro_gioco-4717931.html

di Vanni Zagnoli

La medaglia europea manca da 10 anni, dal secondo oro di fila. L’ultimo titolo vinto è del 2011, la coppa del mondo con Massimo Barbolini in panchina. La nazionale di volley femminile vuole ritornare sul gradino più alto del podio e per farlo domani, dalle 16 (diretta su Rai2 e su Dazn), dovrà battere la Serbia, campione del mondo e d’Europa. Ad Ankara c’è la rivincita della finale di un anno fa, le azzurre erano avanti per 2-1, hanno pagato giusto l’inesperienza.

«Sarà una partita intensa – racconta il ct Davide Mazzanti -, abbiamo un gran desiderio di capire a che punto siamo, dai numeri siamo sullo stesso livello in tutto, nel cambio palla e nel breakpoint. Proprio il cambio palla dovrà funzionare in modo fluido, è in questo fondamentale che si deciderà la gara, inoltre alcune scelte faranno la differenza».

Le azzurre si sono trasferite in Turchia di notte, dalla Polonia. Dov’erano ritornate dopo gli ottavi in Slovacchia, mentre Serbia e Turchia non si sono mai spostate da Ankara. «La squadra sta bene, abbiamo ripreso con una seduta defatigante, una manifestazione di questo livello è più risparmiare energie che per provare tecnicamente qualcosa».

Con la Russia, nei quarti, Mazzanti aveva provato i movimenti a muro, poi decisivi. «Stavolta sarà importante mantenere la nostra identità, con le russe avevamo pensato troppo a loro, senza gestire i giusti tempi di attacco. Sarà fondamentale far valere il nostro gioco, senza farci condizionare dal valore della Serbia, molto elevato».

Un anno fa finì in lacrime per tante, anche per Cristina Chirichella. «Ci prenderanno tantissime emozioni – riflette la capitana -, a partire da quella di giocarsi una semifinale continentale. Sarà importante mantenere la calma, sappiamo di essere avversarie ostiche, con la nostra pallavolo. E’ necessario prendere il ritmo, evitando alti e bassi peraltro normali, a questi livelli».

Chirichella ha 25 anni, sono più giovani solo il libero De Gennaro (32) e Lucia Bosetti (30). «Rispetto alla finale di Yokohama siamo cresciute in consapevolezza. La Serbia ha giocatrici che si conoscono da una vita, fondamentali di altissimo livello, dal muro, con ragazze altissime, all’attacco: sarà una bella battaglia. E da capitana devo spingere le compagne a scacciare i pensieri negativi».

La differenza anagrafica è sintetizzata anche soltanto dalle due palleggiatrici, Ofelia Malinov ha 23 anni, Maja Ognjenovic 35. Come Blagojevic, è passata per la nostra serie A, mentre Veljkovic ci gioca, a Novara. «Per superare le azzurre – sottolinea la regista serba – dobbiamo battere bene, perchè quando la loro ricezione è perfetta è difficilissimo contrattaccare. Fra Egonu e Boskovic sarà un match di altissimo livello».

Dalle 19,30 la seconda semifinale, fra la Turchia, che vanta appena 3 podi, nella storia, e la Polonia, campione nel 2003 e nel 2005. Sulla panchina ottomana c’è il modenese Giovanni Guidetti. «Siamo stati fortunati – ammette -, dal tabellone, perchè Italia e Serbia sono superiori. Le polacche peraltro attaccano bene, grazie alla regia di Wolosz, del Conegliano. In 12mila faranno il tifo per noi, sarà un vantaggio».

Guidetti inquadra così la gara dell’Italia. «E’ impronosticabile, perchè le due nazionali sono molto simili, sarei sorpreso se non si andrà al tiebreak. Il gioco azzurro è più veloce, molto sarà nel confrontro in attacco, fra Boskovic ed Egonu, tra Mihajlovic e Sylla. Sorokaite mette a terra molti più palloni di Buse ma non ha la stessa stabilità in ricezione».

Lì sono pronte a dare manforte il secondo libero, Beatrice Parrocchiale, e Lucia Bosetti, non ancora al meglio.

Da “Ilmessaggero.it”

Il Messaggero e Il Gazzettino. Volley femminile, Italia-Russia 3-1. Anche la 17enne Fahr contribuisce alla semifinale: pronostico rispettato ma con notevole sofferenza. I pessimi avvii di ogni set, ma il doppio dei muri

(repubblica.it)

E’ una bella Italia, altalenante ma paziente, soffre sempre, in ogni inizio di set, ma evita il tiebreak con la Russia. Tre a uno, pronostico rispettato ma con tanta fatica, per 25-27, 25-22, 27-25 e 25-21.
Servono oltre due ore, a Lodz, in un palasport inizialmente con poche centinaia di spettatori: il dato teorico sarà di 3500, arrivati soprattutto per seguire la Polonia con la Germania, nel quarto conclusivo. Sino agli ottavi l’Europeo aveva coinvolto anche Slovacchia e Ungheria, nel weekend sarà solo in Turchia, con semifinali e finali. Ad Ankara le azzurre affronteranno la Serbia, che ha battuto per 3-0 la Bulgaria e gioca da campionessa del mondo e d’Europa.
Le russe, invece, si erano aggiudicate gli Europei del 2013 e del 2015, partono con un +5, nel primo set. Egonu sbaglia un contrattacco, poi firmerà il sorpasso. Entra Lucia Bosetti al posto di Sorokaite, per stabilizzare la ricezione, sul 21-19 va però in crisi il bagher di Sylla. Egonu manda fuori e viene murata, all’altra pantera (del Conegliano) salta una ricezione e così il secondo set mette già l’Italia quasi con le spalle al muro. Va sotto di 3, riemerge con Egonu e Sylla, si affaccia qualche sorriso, fra i consigli sul parquet della più esperta, Monica De Gennaro, libero di 32 anni. Chirichella batte bene, Folie mura e dal 22 pari azzecca i servizi che pareggiano i conti, anche grazie al nastro. La tattica di Mazzanti è azzeccata, il muro sarà decisivo, con 18 punti in totale, contro 9.
Il ct Pankov ha un vice trevigiano, Sergio Busato, si faranno recuperare altri 5 punti, anche grazie a un servizio della regista Alessia Orro, entrata per due scambi. A metà set Egonu e Sylla si danno la mano aspettando che si rigiochi, è gesto di intesa e scaramanzia. Sul +2 entra il secondo libero, Parrocchiale, al posto di Sorokaite. Egonu continua a sbagliare palloni chiave (comunque chiuderà il terzo set con l’83%), arriva anche un ace russo. Sul 22-23 i nervi saldi sono di Sorokaite. Malinov difende, Folie ed Egonu murano, sfruttando la vulnerabilità della centrale Efimova. La grande paura è passata.
L’Italia va sotto di 5 anche nel quarto, entrano Parrocchiale e Sarah Fahr, 17 anni, che al centro resterà sino all’ultima palla, al posto di Folie: resta a sedere Danesi, miglior muro al mondiale. Per le nostre bocche da fuoco, è sempre un su e giù. Sul 14-18 c’è aria di quinto set, invece i muri di Fahr (nata in Germania e altro prodotto del Club Italia), Sorokaite ed Egonu portano al 19 pari. Lì la Russia si ferma da sola. Paga anche i 5 servizi vincenti concessi in più. In semifinale va anche il modenese Giovanni Guidetti, con il 3-0 della Turchia all’Olanda. Nel 2011, con le tedesce, pose fine alla striscia di 5 podi continentali per l’Italia, adesso sogna di batterla in finale.
Vanni Zagnoli

Da “Il Messaggero”

Assocalciatori.it. 30 anni fa la scomparsa di Gaetano Scirea. Il presidente della Lega di serie A Gaetano Miccichè: “Campione di civiltà e esempio di lealtà sportiva da tramandare alle nuove generazioni”

(assocalciatori.it)

https://www.assocalciatori.it/news/il-pallone-racconta-gaetano-scirea

L’integralità del pezzo per Assocalciatori.it

Trent’anni dalla morte di Gaetano Scirea, scomparso il 3 settembre del 1989. Lo ricordiamo recuperando l’articolo scritto per Il calciatore, il mensile dell’assocalciatori, dal figlio Riccardo, 5 anni fa.

«Quel giorno che mi ha cambiato la vita. Avevo appena 12 anni e all’inizio non capii veramente quanto sarebbe successo: mio papá era morto.

Non lo avrei più visto, lui che era partito per la Polonia, per visionare il Gornik Zabrze, che la Juventus avrebbe dovuto incontrare due settimane dopo, in coppa Uefa.

Non ci credevo. Mi sembrava uno scherzo, non poteva essere vero tutto quello che stavo vivendo: mi pareva di essere in un brutto sogno, al risveglio tutto sarebbe finito con un suo abbraccio.
I ricordi più belli sono i trascorsi in famiglia: la vita quotidiana fatta di compiti da svolgere, le partite di tennis viste insieme in televisione; era tifoso del tedesco Boris Becker.

Ma la cosa a cui tenevo di più era quando mi veniva a vedere giocare a calcio: erano occasioni veramente rare, io ero sempre molto concentrato, consapevole che il suo giudizio a fine partita per me sarebbe stato molto importante. Lui, invece, sapendo quanto lo considerassi, non si è mai sbilanciato in giudizi negativi.
Da giocatore ricordo quando mi portava agli allenamenti della Juventus al campo Combi, per me erano giorni bellissimi. Quando Trapattoni fischiava la fine della seduta, papà mi chiamava e lì cominciava il vero divertimento, perchè giocavo a pallone con lui…
I ricordi della sua carriera sono custoditi a Morsasco, vicino ad Acqui Terme. E’ provincia di Alessandria, nella casa dei nonni materni, ne vado molto fiero. La domenica sera papá si rilassava lá, quell’ambiente gli restituiva tranquillità. Anche oggi, a distanza di anni, mi piace trascorrere giornate nella taverna: ci sono fotografie, articoli di giornale e le maglie che scambiava con gli altri giocatori.
Ora sono sposato, ho due bellissimi bimbi e lavoro per la Juve, come responsabile dell’ufficio match analysis. Siamo in 4 e collaboriamo con lo staff dell’allenatore nello studio del calcio, dal punto di vista tecnico, tattico, fisico e statistico. Studiamo le partite della Juve e delle squadre avversarie.
Non so cosa avrei fatto se papà fosse sopravvissuto, magari il calciatore. Mi fermai in serie C, alla Pro Patria a 19 anni, dopo una sola stagione. Facevo l’esterno sinistro di centrocampo, alla Juventus avevo fatto il settore giovanile sino alla Berretti. Lasciai la società di Busto Arsizio per studiare, mi sono laureato in scienze politiche.

Certamente papà sarebbe diventato un allenatore, incominciò affiancando Dino Zoff, l’amico di sempre, ma non credo sarebbe rimasto a vita come vice, anche se era alla Juve. Lo richiese la Reggina di Lillo Foti, lui preferì iniziare da secondo. Sono convinto che sarebbe diventato un grande tecnico, con il suo carisma.

Lui per me è e sarà un modello che seguirò sempre. Mi ha insegnato tanto e continua a farlo, con il suo esempio».

Di Gai parla “Il minuto di silenzio”, libro di Gigi Garanzini sui grandi campioni scomparsi. Ne racconta la carriera esemplare. Sulla morte in Polonia, in incidente d’auto, c’è una riga. Ma in pochi sanno che “sette giorni dopo, stroncato dal dolore, toccò a papà Stefano”.

E questa è tragedia nella tragedia.

Stefano Tacconi adesso fa il produttore di vini, ad Alba, provincia di Cuneo. «Barbaresco, Nebiolo, Bare, Arneis», ci risponde l’ex portiere della Juve, 62 anni. Con Gaetano arrivò sul tetto del mondo, con la coppa intercontinentale vinta ai rigori, sull’Argentinos juniors e Gai infortunato prima dei supplementari, sostituito da Stefano Pioli…

«Abbiamo tutti ricordi stupendi di lui, oltre che un calciatore straordinario era caratterailmente eccezionale. Potevi andare a pranzo con lui, a cena, nei ritiri, imparavi sempre qualcosa».

Era il secondo di Dino Zoff, quando scomparve, quasi 30 anni…

«Condividemmo 5 anni abbondanti, morì in Polonia, a visionare l’avversaria di coppa, in macchina. Non esistono più giocatori del genere, tantomeno liberi, il ruolo è stato eliminato da un tatticismo particolare. Era silenzioso, oggi qualsiasi giocatore sente il bisogno di affermare la propria personalità sui social o nelle dichiarazioni. Nell’èra di internet, non sarebbe stato capace di entrare su facebook».

Di Gaetano hanno parlato in tanti, in questi giorni di commemorazione. Anche un grande avversario dei derby torinesi, Claudio Sala.

«Eravamo amici, fuori dal campo – racconta l’ex ala destra granata -. Due capitani silenziosi rispettati: Scirea era l’unico a non essere fischiato dai tifosi del Toro quando usciva dal campo nei derby. Mancano persone come lui in questo calcio, in cui si sbraita. Ricordo che in Argentina, nel 1978, una volta finito il Mondiale avevamo tantissima roba da portare in Italia. Scirea si fece aiutare da Pulici, che era un maestro nel fare le valigie. É stato l’unico della Juve a chiedergli una mano. Un capitano silenzioso, gli bastava un gesto per farsi capire”.

Per Bruno Conti, “era un leader silenzioso. In nazionale mi aiutò tantissimo”.

Il presidente della Figc Gabriele Gravina: «Scirea rappresenta per me e per tutti coloro che l’hanno conosciuto una grande distinzione rispetto a tanti ragazzi che sono mitizzati. Nelle motivazioni del premio fairplay che vinse, si esalta il rapporto e il rispetto per i compagni, che è scontato, per gli avversari, il che è meno scontato, ma anche per gli arbitri. Ha manifestato con segni tangibili, e non solo parole, una cultura sportiva votata a un mondo di valori”.

Il presidente della Lega di serie A si chiama come lui, Gaetano, Miccichè. «Lo ammiravo per le sue straordinarie qualità e per la correttezza che lo contraddistingueva in campo e fuori. Ricordo le emozioni che insieme ai suoi compagni ha regalato all’Italia con la conquista del Mondiale in Spagna, pur giocando da difensore non ha mai ricevuto un cartellino rosso in tutta la sua carriera. E’ stato un campione di civiltà e un esempio di lealtà sportiva che dobbiamo tramandare alle nuove generazioni. Invito i giovani a cercare i suoi video, per ammirare i suoi interventi puliti in chiusura, la sua capacità di uscire a testa alta in impostazione e a sentire le sue interviste, poche rare parole, ma mai fuori posto e che tanto servirebbero oggi. Mando un affettuoso abbraccio a Mariella e Riccardo».

La coppa del mondo del 1982, vinta dall’Italia in Spagna, è in esposizione da mercoledì 4 allo Juventus museum, nell’ambito della mostra dedicata a Gaetano. Ci sono oggetti e fotografie, video e testimonianze. Si chiama semplicemente Gaetano Scirea, è annunciata da una doppia immagine del giocatore, in maglia bianconera e azzurra. Il compositore e sceneggiatore Giuseppe Fulcheri ha composto il brano “Mi chiamo Gaetano”, inciso da Incipit Record/Egea, disponibile sulle piattaforme streaming e in digital download. E’ stato presentato ad Acqui, nella prima edizione di uno dei tanti memorial dedicati a Scirea, ricordato nella serata con Gravina, Mariella e Riccardo Scirea, con gli ex Roberto Bettega, Beppe Furino, Domenico Marocchino, Gigi De Agostini e Claudio Sala. La metà dei proventi della vendita del brano musicale sarà destinata alla fondazione piemontese per la ricerca sul cancro, onlus per sostenere l’istituto di ricerca e cura in ambito oncologico. «Sono juventino dalla nascita e ancora di più dal periodo della Juventus di Scirea e Platini, i miei idoli – spiega l’autore Fulcheri -, una notte dello scorso inverno ho sognato Gaetano Scirea. Mi sono svegliato all’improvviso, sereno ed emozionato, mi sono alzato dal letto e sono andato al pianoforte, in pochi minuti è nato ‘Mi chiamo Gaetano’”.

Adolfo Fantaccini ricorda Scirea con Sergio Brio, per l’agenzia di agenzia di stampa Ansa. 

«Boniperti nel suo libro lo ha detto chiaramente che coppia eravamo – racconta l’ex stopper, commentatore per radio Rai -: io avevo aggressività, lui possedeva una classe innata. E, quando giocavo al suo fianco, diventavo un campione». 

Quella Juve era considerata difensivista, eppure Trapattoni schierava assieme Platini, Boniek e Paolo Rossi. Era una specie di filastrocca, con le maglie dall’1 all’11: Zoff; Gentile, Cabrini; Furino, Brio, Scirea…

«Abbiamo giocato per 10 anni assieme, ci bastava un colpo d’occhio per capirci – spiega Brio -. Di solito si parla bene di chi muore, ma lui era una persona davvero speciale. Con lui in campo ci si sentiva più sicuri e migliori. Era una persona per bene, di quelli che parlano poco e, quando lo fanno, lo ascoltano tutti: nello spogliatoio accadeva proprio questo. Era un uomo concreto e autentico». 

Anche Brio è stato viceallenatore della Juve, proprio di Trapattoni, dal ’91 al ’94, e poi a Cagliari, nel ’95. 

«Gaetano è il prototipo del calciatore che un allenatore vorrebbe sempre avere nella propria squadra. Giocava per la maglia con lealtà e classe, senza mai creare un problema. Lo ripeto: era facile giocare al suo fianco, con lui si migliorava: nella fase di non possesso si metteva dietro la difesa, in possesso diventava un centrocampista aggiunto. E’ stato ammonito una sola volta e per una trattenuta di maglia». 

Brio si commuove, al ricordo. «Fra noi esisteva un’intesa perfetta. Solo una volta, a Praga, contro lo Sparta fummo protagonisti di una collisione su un pallone alto: la prendi tu, la prendo io, ci scontrammo. Subìi una frattura, rimasi fermo tre mesi. In un’altra occasione, pareggiavamo con una squadra di bassa classifica e non riuscivamo a far gol. I nostri avversari avevano un centravanti al quale davano il pallone, lui lo difendeva, facendo salire la propria squadra. A un certo punto, Gaetano mi dice: ‘Mi sono stufato, facciamo una cosa, tu ti metti davanti a lui e io controllo da dietro, così non la prende più’. Io ero scettico, perché non avevamo mai marcato in quel modo, ma lui mi rassicurò, dicendomi: ‘mi prendo io la responsabilità, qualsiasi cosa accada’. Da quel momento il nostro avversario il pallone non lo vide più». 

Brio custodisce anche qualche flash dello Scirea assistente di Zoff. 

«Erano molto amici con Dino, assieme alle mogli tutti i venerdì andavano a cenare, sempre nello stesso posto, in pieno centro a Torino. Quando smise di giocare e collaborò con Zoff, ero uno dei veterani della squadra; andavamo in ritiro in Svizzera e ricordo le lunghe passeggiate con lui dopo cena, mentre ci scambiavamo opinioni. Di Gaetano mi mancano anche quelle passeggiate, è indimenticabile e solo chi lo ha conosciuto ha potuto veramente apprezzarlo».

Una bella frase era di Enzo Bearzot, scomparso nel 2010. «La prima volta che Gaetano Scirea stette con me a un raduno della nazionale under 23 – raccontava il ct campione del mondo -, pensai ‘questo è un angelo piovuto dal cielo’. Non mi ero sbagliato: solo che lo hanno rivoluto indietro troppo presto…». 

Scirea è stato il miglior libero del calcio mondiale, dietro soltanto a Beckenbauer. Se dopo una delle tante vittorie con la Juve gli capitava di rientrare a casa alla prime luci dell’alba, incontrando i primi operai che per la strada si affrettavano verso le fabbriche della Fiat, si copriva il volto con il bavero della giacca per il pudore: a suo padre, anche lui operaio, non sarebbe piaciuto vedere il figlio in giro a quell’ora. 

Quando raggiungeva l’amico Tardelli a Tirrenia, per le vacanze, da personaggi affermati, di sera dopo una cena in giardino si mettevano a giocare a nascondino con le mogli. Nell’azione del secondo gol degli azzurri nella finale mondiale contro la Germania, quello di Tardelli, Scirea è il più avanzato e tocca la palla due volte, una di tacco. D’altra parte era elegante, sul campo si muoveva a testa alta, usciva palla al piede dalla difesa e intuiva il gioco prima degli altri. La Juventus lo aveva preso dall’Atalanta e in bianconero vinse 7 scudetti, 2 coppe Italia, la coppa Campioni dell’Heysel, la Coppa Intercontinentale, la Coppa Uefa, la Coppa delle Coppe e la Supercoppa europea. In bianconero giocò 563 partite ufficiali, segnando 24 gol. 

Piansero a milioni, quando arrivò la terribile notizia della sua morte, in un incidente stradale in Polonia, sulla superstrada Varsavia-Katowice. Era domenica sera, Sandro Ciotti lesse la notizia dell’Ansa in diretta su Rai2 e Tardelli, che era ospite in studio, si sentì male e lasciò la trasmissione, durante una pubblicità. 

In un Fiorentina-Juve, i calciatori delle due squadre cominciarono a spintonarsi dopo un brutto scontro a centrocampo, Scirea raggiunse il gruppo dei litiganti e con sguardo fulminante disse: «Vergognatevi, in tribuna ci sono le nostre mogli, i nostri figli e i tifosi che ci stanno guardando»: la rissa cessò all’istante. «Era un leader, con indosso il saio», diceva di lui Trapattoni.

Splendido il racconto di Maurizio Crosetti, per Repubblica, passeggiando per Torino con Riccardo Scirea. 

“Ora che il bambino è già più vecchio del padre quando il padre gli disse addio, il ricordo è un dolore diverso. Ci si può camminare insieme. Riccardo Scirea aveva dodici anni quando il padre morì, e domani saranno trent’anni. Oggi Riccardo è un uomo di 42, analizza al computer i dati delle gare della Juventus, insomma fa a tavolino quello che Gaetano faceva, in parte, sul campo. Gli somiglia in modo impressionante, e questo è bellissimo: il segno del tempo che non ci lascia mai del tutto. L’orma di un papà su cui appoggiare i nostri passi, e andare.

Camminiamo con Riccardo nella sua, nella loro Torino. Quartiere della Crocetta, quello dei nobili, dei ricchi veri e dei medici specialisti. La casa è al numero 43 di via Cassini. C’è un silenzio da acquario, ma visto dalla parte dei pesci”. 

«Papà – sono parole di Riccardo – mi prendeva per mano e salivamo lungo la strada diritta, verso la chiesa dove un giorno gli avrebbero fatto il funerale. Ogni tre passi un saluto, la gente lo conosceva come uno del borgo, non solo come Gaetano Scirea. Qui sotto, al bar Caboto, mi portava a mangiare la brioche. Era bello avere questo papà tutto per me. Quello era il nostro fruttivendolo, allora i campioni facevano la spesa in bottega, ma ci pensate? E lì, dove oggi c’è un piccolo negozio di vestiti vendevano dischi. Papà mi regalò il primo di Jovanotti, Gimme five, io avrei voluto il cd, lui prese il vinile, mi disse: poi resterà. La casa era grande ma nel ’90 la vendemmo, troppi ricordi. Però ne comprammo un’altra del cuore, quella che era stata di Zoff».

In corso Turati, niente è cambiato di quel palazzo. Nulla sembra cambiare mai, nel mondo che ci porta via lentamente tutto. «I vetri fumé dell’atrio sono proprio gli stessi. Dino e Anna vivevano al nono piano, da lassù si vedevano le montagne e Superga, c’era una luce grandissima in quella casa. La sera ci trovavamo tutti insieme: papà, Dino, le loro mogli e noi bambini: io e Marco. Dino mi chiamava Gigi Riva perché a pallone ero mancino. Allora, Gigi Riva, hai fatto gol? mi diceva e voleva sapere. I grandi giocavano a carte, io e Marco facevamo una palletta con lo scotch e ci scatenavamo pazzamente in corridoio, questo io lo facevo anche a casa con mio padre ma spaccavamo tutto, volavano i vasi e la mamma si arrabbiava. Quella sera mia madre era da Anna, come sempre, io invece al mare con i nonni. Lo disse Sandro Ciotti alla Domenica Sportiva e io lo seppi così, dalla televisione. Con mamma decidemmo di comprare questa casa quando Dino e Anna andarono a Roma, fu quasi come perdere due papà e un’altra mamma in una manciata di mesi. Scendevo tre o quattro volte a Roma, da Dino che mi portava all’allenamento della Lazio. Ricordo Paul Gascoigne che scherzava con me».

Con Anna, Dino, Marco, papà e mamma, il ragazzino Riccardo andava al ristorante tutti i giovedì sera. Dalla collina si scende allo stadio Comunale in dieci minuti, si corre come l’acqua verso il Po. «Sono stati i miei giorni della gioia – conclude Riccardo, a Repubblica -. Papà mi portava all’allenamento, ero proprio piccolo e tutti mi coccolavano, i giocatori mi tenevano sulle ginocchia. Mi mettevo una tuta e correvo sul campo con loro. A pensarci oggi è semplicemente pazzesco, neanche il figlio di Ronaldo potrebbe farlo. Saltavo la scuola e venivo qui, poi si attraversava via Filadelfia in mezzo ai tifosi e si andava al campo Combi, l’ultimo laggiù, adesso c’è una piscina. Erano tutti gentilissimi con me, il Trap, il magazziniere Romeo che era un uomo minuscolo, il professor Gaudino, il massaggiatore Remino. La domenica io e mamma venivamo a vedere giocare papà, ci mettevamo nel nostro solito posto e io aspettavo che lui entrasse in campo, guardasse verso la tribuna e salutasse. Alzava il braccio e lo muoveva lentamente come per dire ciao, sono qui, va tutto bene. Io lo so che non poteva vedermi, ma so anche che quel saluto era solo per noi». 

Infine l’incipit della lettera aperta di Marco Tardelli su La Stampa. «Caro Gaetano,
Ho deciso di scriverti iniziando con una frase di Eleanor Roosevelt, perché la ritengo appropriata per raccontare noi due: ‘Molte persone entreranno ed usciranno dalla tua vita, ma soltanto i veri amici lasceranno impronte nel tuo cuore’. E Tu, impronte indelebili ne hai lasciate, nel mio cuore e in quello di milioni di sportivi che Ti ricordano con amore, nostalgia e rispetto. Un rispetto che si notava negli stadi, quando entravamo prima della partita a testare il campo e l’atmosfera. Per noi fischi, per Te applausi. Dovunque si andasse, strade, ristoranti o altro, ricevevi solo elogi e carezze che Tu ricambiavi sempre con un sorriso e la disponibilità totale nei loro confronti.
Impronte profonde per come Ti comportavi sul campo con gli avversari. Mai un fallo cattivo e, se capitava, pronto a tendere la mano. Mai una reazione rabbiosa, ma sempre quel mezzo sorriso e pacca sulle spalle che chiudeva ogni velleità di possibile discussione. Era un nuovo modo di giocare il tuo, elegante, a testa alta in uscita, diventavi il primo attaccante, determinato fino alla vittoria con caparbietà infantile ma senza mai l’ombra della cattiveria. 

Volevi vincere sì, ma non a tutti i costi. Che strano ricordarlo ora, in un mondo in cui rabbia, aggressività, violenza verbale e furbizia vanno per la maggiore. Pare quasi che senza queste “non virtù” non si possa riuscire. Che chi non mostra i denti sia un fesso incapace di arrivare in alto. Eppure tu sei stato il campione dell’educazione, della lealtà e dell’umiltà”. 

Tutte testimonianze su un campione veramente unico, nella storia del calcio italiano. Che oggi avrebbe 66 anni e magari avrebbe lasciato tracce indelebili anche in panchina.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”