Assocalciatori.it, i 70 anni di Mondonico: i top 11 della carriera: dei compagni di squadra (“Del Torino”, a fine anni 60), del Toro finalista Uefa e da allenatore. “E ho battuto la malattia 3 volte”

Emiliano Mondonico (Gian Mattia d’Alberto/LaPresse)

L’integralità del racconto pubblicato in parte (la prima) per assocalciatori.it. In più c’è il testo di famigliacristiana.it e due usciti su Avvenire.

http://www.assocalciatori.it/news/il-pallone-racconta-emiliano-mondonico

Variamo il tema, per i 70 anni di Emiliano Mondonico, ricorsi di recente. Gli facciamo compilare gli 11 della sua storia, oltre a raccontarlo in lungo, ripescando brani di chiacchierate che ci ha concesso nel tempo, più volte.
Mister, come schieriamo le sue squadre migliori?
“4-4-2, forse, ma dipende dai giocatori che ho a disposizione. Praticavo anche il 3-4-3 e il 3-5-2, è legato alla mobilità degli attaccanti, per mettere in difficoltà gli avversari. I 90’ non sono mai la parte continua di quanto hai preparato in settimana, si può cambiare a prescindere e magari le sostituizioni servono o a parare le difficoltà. Tutti devono essere in grado di svolgere le loro mansioni e andare oltre, dunque un difensore può fare il quarto centrocampista, al posto di un esterno, che è bene sappia fare anche l’interno”.
Allora, partiamo con il top 11 dei suoi giocatori, in un terzo di secolo di carriera in panchina.
“Ci sto, volentieri: Marchegiani fra i pali, è bravo anche come commentare, a Sky; Fusi libero e Fortunato davanti alla difesa: era fra i migliori nel gioco aereo, determinante sulle palle alte. Naturalmente poi c’è da piazzare Vialli”.
Stradivialli, per Gianni Brera…
“Già…”.
Aspetti, allora, rifacciamo. Il top 11 del suo Toro.
“Scelgo in particolare la stagione ’91-’92, con terzo posto e la finale di coppa Uefa persa con l’Ajax, con la doppia traversa di Amsterdam, e la presidenza Borsano. Perciò: Marchegiani; Mussi, Bruno, Annoni, Cravero, Policano; Scifo, Fusi, Vasquez; Lentini, Casagrande. Il 5-3-2 va bene, poi si può derogare, adattare”.
Molto bene. Avanti con il top 11 di ogni tempo, suo.
“Qui opto per il 4-2-3-1: Marchegiani; Mussi, Maccoppi (Como), Fusi, Bruno (Como); Stromberg (Atalanta), Fortunato; Lentini, Scifo, Caniggia (Atalanta); Vialli (Cremonese)”.
Eccellente, la nostra richiesta è stata di rappresentare non solo il Torino, ovviamente.
“Giusto”.
Peschi nella memoria, il top dei suoi compagni, da calciatore.
“Va bene; Vieri; Poletti, Puia, Cereser, Fossati; Ferrini, Agroppi, Moschino”.
Ma chi è Moschino?
“Un regista del Torino anni 60, si piazzava davanti ai due centrocampisti più insidiosi, si buttava negli spazi. Davanti, me, Mondonico, Combin e Facchin”.
Nestor Combin? Apperò…
“Sì, fui compagno del mito”.
Va beh, qui ha voluto mettere solo Toro…
“Perchè era un gran bel Toro. Allenato da Edmondo Fabbri”.
Il mondino poi al Mantova, che trasformò nel piccolo Brasile, meritando la nazionale.
GIOVEDI’ 9 MARZO. E’ stato il compleanno, raccontato a Il Giornale, a Luigi Guelpa, freelance vercellese. “Devo lottare ancora, la malattia è tornata. Le battaglie più difficili le sto combattendo per mettere al tappeto la brutta bestia che bussa alla mia porta, ma io non mi arrendo. Se tornerò ad allenare? La malattia non mi permette di essere al 100% e se non sei al massimo non puoi buttarti nella mischia. Mi consolo con quelle 5 cose terribili che mi hanno tolto dallo stomaco”.
Soprattutto il Torino festeggia i 70 anni di Emiliano Mondonico, uno degli allenatori più amati nella storia del granata, ricordato dai tifosi per il celebre episodio della sedia alzata nella finale Uefa, persa ad Amsterdam, 25 anni fa, con tre pali colpiti. Il Torino lo celebra sul sito: “Mondonico ha giocato per due stagioni, dal 1968 al ’70, per 32 partite, con 11 gol. Ma è da allenatore che ha raccolto le maggiori fortune sotto la Mole: dal ’90 al ’94 (successo in Mitropa cup, coppa Italia e arrivando in finale di Uefa) e dal ’98 al 2000, promozione in A e retrocessione”.

SU FAMIGLIACRISTIANA.IT. Una nostra intervista al Mondo fu per la malattia di Tito Vilanova, alcune settimane prima della morte, 5 anni fa.
E’ di nuovo ammalato l’allenatore del Barcellona, il club più titolato del secolo, con 3 Champions League nelle ultime 6. Stamane Tito Vilanova, 43 anni, viene operato d’urgenza, era finito sotto i ferri nel settembre 2011, per l’asportazione di un tumore alla parotide, il controllo di martedì ha evidenziato la ricaduta. La squadra è affidata al vice Jordio Roura, 45 anni, ex centrocampista blaugrana per appena 11 partite di campionato. Dopo le cure, Vilanova si era rimesso bene, tornò come vice di Pep Guardiola e dall’estate l’aveva avvicendato sulla panchina più ambita.
Emiliano Mondonico, lei è guarito perfettamente, dopo due interventi chirurgici…
“Chi passa attraverso questo percorso – racconta l’allenatore cremonese -,, deve convivere con il rischio di recidiva, ogni 3-6 mesi serve un controllo, per una decina d’anni, e uno qualsiasi può dirti che non va bene. Peraltro aiuta il conoscere già quanto succede”.
Guidava l’Albinoleffe, quando nel gennaio 2011 le fu diagnosticato il tumore all’addome.
“Che alleni il Barça o nella Bergamasca non importa, il calcio ha la facoltà di portare i pensieri lontano dalla situazione, è l’unica materia che permette di dimenticare la malattia, almeno per quell’attimo”.
La prima volta tornò in panchina dopo una ventina di giorni, salvò la squadra orobica ai playout, contro il Piacenza, e si fermò a giugno, per un nuovo intervento.
“In entrambe le occasioni fu il mio vice, a prendere in mano la squadra. Ricordo quando il presidente Gianfranco Andreoletti venne da me: “Tengo Daniele Fortunato, aspettando il suo rientro”. Mi infuse speranza”.
Un mese dopo l’asportazione della massa addominale di 5 chili, seppe che era in atto un altro tumore.
“Dietro al rene, in una posizione balorda, serviva un nuovo intervento importante. Ero molto provato dal primo, aspettai la fine del campionato per farmi rioperare”.
Il Barcellona ha 9 punti di vantaggio sull’Atletico Madrid e 13 sul Real. Vilanova è così fondamentale da meritare di essere atteso?
“In campionato ha fatto meglio dell’ultimo Guardiola. La società ha grande fiducia nella guarigione, gli farà riprendere il lavoro come prima.
Nella nostra professione non puoi non essere bravo, magari i risultati non dipendono sempre dalle qualità, sono da accettare. “L’esonero preserva dall’infarto”: anni fa era una frase ricorrente, al corso di Coverciano, forse una giustificazione”.
Il tumore dello spagnolo è piccolo e circoscritto alla zona del precedente intervento. Fra 4 giorni dovrebbe tornare a casa, per Natale, però è atteso da 6 settimane di chemioterpaia. Non converrebbe richiamare comunque Guardiola o affidarsi all’ex romanista Luis Enrique?
“Attenderlo è una prova di grande sensibilità, significa che hanno la certezza del ritorno. Io non ho fatto la chemio, per le parti molli basta l’asportazione”.
Altri tecnici calcistici hanno storie analoghe?
“Qualche sera fa, in una trasmissione tv, a Verona, Osvaldo Bagnoli ha rivelato di non essere stato bene, ma aveva già lasciato le panchine. La malattia è capitata anche agli ex torinisti Paolo Pulici e Angelo Cereser, a carriera terminata. Sul momento preferirono tenere riservate le notizie”.
Ecco, magari se il cancro si rivela durante la stagione un allenatore fatica a tenerlo nascosto…
“Esiste la privacy, si riuscirebbe. Ma perchè avrei dovuto evitare di renderlo pubblico? Chissà quante persone vivono situazioni simili, mi sono sempre ritenuto una persona uguale alle altre”.
L’ultimo esame quando è avvenuto?
“La scorsa settimana, tutto ok, per i prossimi 4 mesi sono tranquillo. Il bello è che ci si controlla da soli, non serve più evitare di mangiare questo o l’altro, la vita diventa regolare per forza, spariscono gli eccessi, comunque la malattia porta ad avere riguardo. Spesso il modus vivendi incide, certe forme tumorali dipendono molto dalla condotta”.
Lei dove ha ecceduto?
“Forse nel calcio, ma è la mia vita, sono contento così”.
Stupisce che la malattia di Vilanova si fosse manifestata a soli 42 anni.
“La gioventù è determinante nello sviluppo delle cellule cancerogene. Più è bassa l’età, più la malattia degenera alla svelta, la vecchiaia permette di avere più tempo per controllarne l’esplosione”.
A primavera al francese Eric Abidal fu diagonisticato un tumore al fegato, operato due volte. A 33 anni il difensore mancino può tornare in campo, sempre nel Barça.
“Gli hanno trapiantato il fegato, la sua guarigione dà speranza a tantissime persone, con il ritorno da protagonista. Ricordo la vigilia della mia prima operazione, l’oncologo mi parlò della di una ballerina della Scala di Milano ritornata a danzare e di una guida alpina che riprese le passeggiate in montagna, c’è una percentuale molto significativa di gente tornata nella normalità. Certo, non ti raccontano le cose negative, bisogna però essere propositivi e positivi”.
Come in una partita di calcio, votata all’attacco?
“Sul campo serve abilità in entrambe le fasi, anche in difesa, nella vita molto dipende dalla voglia di uscirne. Sul momento sei nelle mani del chirurgo, il giorno dipende da te: serve darsi da fare per accelerare la ripresa e non tutte le giornate sono uguali. Pensare che più di uno sia riuscito a farcela, tantopiù gente conosciuta, con il tuo stesso problema, rappresenta un grosso beneficio, aiuta a uscirne”.
Di recente è stato a Roma, dal presidente Giorgio Napolitano, per una relazione dei ricercatori sul cancro.
“C’è speranza di debellare le patologie accompagnandole. Attraverso il dna si fa in modo che le cellule cancerogene guariscano, non serve più l’attacco, nella maggioranza dei casi basta seguirle: non ucciderle ma farle rinsavire. Restano mortali i tumori al cervello, al polmone e al pancreas”.
A gennaio lei subentrò per 6 partite a Tesser, al Novara. Vinse a Milano con l’Inter ma tre partite più tardi venne esonerato. Intanto allena la squadra di persone dipendenti da alcool o stupefacenti.
“Al mio paese, Rivolta d’Adda. Sono partito quasi dieci anni fa, il dottor Giorgio Cerizza, psichiatra, riteneva inutile togliere l’eroina dando semplicemente il metadone: voleva che reagissero, anche a livello corporeo. L’esercizio fisico unito all’appartenza al gruppo è un aiuto valido, ci vediamo una volta la settimana”.
Ormai è in pensione?
“Guai esporre bandiera bianca e alzare le mani. Punto sempre alle 1100 panchine da professionista”.
AVVENIRE, settembre 2012. Un’altra nostra chiacchierata telefonica fu 4 anni e mezzo fa, per il quotidiano cattolico. Ne proponiamo l’integralità, per evidenziare l’opinionismo mai banale.
Emiliano Mondonico non alzerebbe più la sedia, per protestare con l’arbitro di Ajax-Torino. Vent’anni fa, ad Amsterdam, si giocò l’unica finale europea della storia granata. “Cravero in area si buttò, ingannando pure me”.
Il Mondo sta seduto negli studi televisivi, non più in panchina, un anno dopo la doppia operazione.
“Faccio i controlli ogni 3-4 mesi – racconta -, ne ho appena effettuato uno, del male non risulta più nulla. Vado alla Domenica Sportiva e seguo la Nazionale per la Rai, aspettando una squadra. Come sempre alleno chi combatte la dipendenze da alcool e droga, a Rivolta d’Adda: al mio paese sto tranquillo, non mi può capitare l’esonero di Novara…”.
A quante panchine è arrivato, da professionista?
“Vicino alle 1100, comunque inseguo quel traguardo. Ho 65 anni, ma non vado in pensione, guai esporre bandiera bianca e alzare le mani. Rientrare non dipende da me, l’unica soluzione sarebbe avere tanti soldi da comprarmi una squadra e allora farne l’allenatore, il presidente e magari persino il giocatore part-time”.
Il Torino ospita l’Inter, in classifica è avanti di un punto…
“I nerazzurri vengono dall’1-3 con la Roma. Sorprendono questi gol subiti in casa, anche in Europa League in partite apparentemente facili. La gara è molto più indicativa per loro che per il Toro. Se vincono, i granata si assicurano grande consenso sul proprio futuro, lì però comincerebbero gli interrogativi sul nuovo progetto interista, avviato con entusiasmo e sicurezza. Il calcio è fatto anche di cambiamenti d’umore, il Toro ha tutto da guadagnare. Peraltro non è giusto i risultati determinino i commenti”.
C’era lei nell’ultima vittoria torinista sull’Inter, 2-0 18 anni fa, gol di Poggi e Cois. Ha mai allenato all’Olimpico?
“Ci sono venuto da avversario, vi giocai quando si chiamava Comunale, mentre da ragazzo mi allenavo al Filadelfia. Nei 6 anni da tecnico del Toro, giocavamo al Delle Alpi”.
A 36 anni Stramaccioni è all’Inter, a quell’età Mondonico portava in A la Cremonese, dopo 54 stagioni.
“Nel calcio nessuno ti regala niente. Se hai un certo ruolo, te lo sei meritato, non esistono favoritismi. Mai sono arrivato a Inter, Milan o Juve, significa che altri erano più bravi, congetture differenti sarebbero alibi. Stramaccioni ha mostrato il proprio valore in campo giovanile e nell’ultimo mese e mezzo della scorsa stagione”.
Giampietro Ventura invece è solo un anno più giovane di lei, nella prima di campionato, a Siena, si bloccò per lombalgia.
“Alla nostra età il colpo della strega è dietro l’angolo, lasciamo ai giovani determinati movimenti. Apprezzo peraltro il suo modo di allenare, è da Toro: la promozione è sempre difficile, anche da favorito, l’ha centrata restando quasi sempre in testa”.
Obgonna ha giocato titolare in Nazionale, stasera sfida a distanza Ranocchia, difensore altrettanto giovane.
“Era dai miei tempi che un granata non era fra gli undici in una gara ufficiale, Roberto Mussi giocò con Sacchi la finale del mondiale ’94, persa ai rigori. Per noi fu una grande soddisfazione, dopo un terzo posto in campionato, la coppa Italia e un quarto di coppa delle Coppe. In Bulgaria Ogbonna ha fatto l’esterno nella difesa a tre, era in difficoltà, non so se per l’emozione. E’ uno dei punti di forza del Torino, trattenerlo è stata una delle scelte più positive del presidente Cairo. Serve coraggio, per resistere a certe cifre, tantopiù oggi”.

AVVENIRE, 13 AGOSTO 2010, CON I DISOCCUPATI.
Una puntata precedente fu sempre sul quotidiano dei vescovi, per un tema molto particolare. C’era il Mondo allenatore dei disoccupati.
Anche qui, l’integralità, dal momento fra l’altro che il racconto tocca molti calciatori.
Non basta chiamarsi Bettega per avere una squadra. Alessandro ha 23 anni, è figlio di Roberto, la bandiera juventina di nuovo uscita dalla dirigenza bianconera sei mesi dopo il richiamo di Blanc. Bettega junior è un centrocampista, ieri sera ha giocato in amichevole a Rivolta d’Adda con i disoccupati, contro l’Albinoleffe. Emiliano Mondonico abita nel paese cremonese e tra una fetta del suo salame e l’altra ha contribuito a organizzare la partita.
“Il calcio non è solo Cassano e Balotelli – racconta l’allenatore riconfermato dal club bergamasco che compie 12 anni -. Non parliamo unicamente di loro, la crisi si è fatta sentire e tanto anche nel nostro sport: 22 club non si sono iscritti, consideriamo 20 giocatori per rosa, fanno 440 rimasti senza contratto. Altrettante famiglie sono in difficoltà”.
Certo alle spalle hanno guadagni consistenti o comunque possono rifarsi in futuro. Lo stesso Bettega ha pagato la non iscrizione al campionato del Pescina Valle del Giovenco, la matricola abruzzese retrocessa immediatamente in Seconda Divisione nonostante in squadra avesse Birindelli e Cesar, scudettati con Juve e Inter. Il figlio di Penna Bianca aveva debuttato nel Monza, un anno e mezzo fa passò dal Pizzighettone al Ravenna, sempre ben lontano dallo star system.
L’Equipe Lombardia è organizzata come un club vero, ha persino un presidente onorario, Cristiano Pavone, già in serie A nell’Atalanta e con il Bologna. Nella rosa dei 30 i più noti sono due attaccanti di 36 anni, Roberto Colacone, in doppia cifra in serie B con l’Ancona (in difficoltà nella ripartenza in D), ed Enrico Fantini, scuola Juve, nelle ultime stagioni ingaggiato a campionato iniziato; l’ex azzurrino Michele Ferri, esterno difensivo di 29 anni, in A con Cagliari, Palermo e Sampdoria. Persino un paio di giocatori che erano in Eccellenza, nell’ultima annata, più tre stranieri.
“Gente che si paga personalmente la preparazione – conclude Mondonico -, alcuni hanno abbandonato il ritiro di recente perchè hanno già trovato collocazione”.
E’ anche una questione di domanda e offerta. Chi lascia un club fallito o comunque escluso dal campionato di competenza è svincolato d’ufficio, la società che lo prende non paga il cartellino, il giocatore si aspetta un ritocco all’ultimo ingaggio, dalla serie B in giù però adesso il gioco dei direttori sportivi è al ribasso.
Ps. Emiliano Mondonico non usa il computer, dunque non ha la mail e solo la figlia Clara gli potrà mostrare questo racconto. Vivono a Rivolta d’Adda, lei lavora in banca. Le avevamo chiesto di scrivere lei l’articolo celebrativo del compleanno del papà. “Non ho tempo”. Purtroppo, perchè sarebbe stato qualcosa di unico. Ci ha chiesto di non parlare della malattia, l’hanno fatto in tanti. Per fortuna sta bene, perchè il tutto è superato. E l’abbiamo visto volentieri alla Domenica Sportiva, due settimane fa.
In un mondo in cui grandi e piccoli allenatori e personaggi e personaggi non rispondono, non ascoltano i whatsapp, non rispondono alla posta elettronica, Emiliano è unico. Mai ha fatto differenze di testate, si è raccontato con noi anche per L’Unità e il Gazzettino del nordest, senza mai mettere il timer al minutaggio, all’interesse, al tutto. Senza dirottarci a segretari e addetti stampa. Ma il Mondo è così, si farebbe intervistare anche dai tifosi. Unico. Auguri, da tutto il mondo…
Vanni Zagnoli

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