Assocalciatori.it. La scomparsa di Ezio Vendrame, il calciatore bohemien

(assocalciatori.it)

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Ezio Vendrame non c’è più. Gli avevamo parlato una ventina d’anni fa, forse, per il Gazzettino del nordest o altro, non ricordiamo esattamente. Lo cerchiamo nell’archivio del mac fisso, abbiamo perduto migliaia di articoli, in 30 anni di giornalismo, per furti di 5 computer e altrettanti telefoni e biciclette.

Dispiace, perché in questi casi è sempre bello rileggere una chiacchierata personale, in fondo Sky fa la stessa cosa, irradia l’intervistona di Giorgio Porrà, del 2002. Allora neanche c’era Skysport24, ma c’era già la narrazione fascinosa, con belle immagini e belle parole, il contrario della nostra.

Quante volte abbiamo proposto il suo racconto, il suo personaggio, ovvero anche solo di citarlo a personaggi eccentrici dello sport, anche sabato. Arriva la notizia in agenzia, è con le stellette, significa che è importante. E allora il pensiero va, come sempre, ai ricordi, agli intrecci, ai personalismi, ai contatti. Il rimpianto è di non averlo intervistato in video, come facciamo con centinaia di malcapitati, per ore.

Ezio Vendrame era unico. Ci fa venire in mente Paolo Sollier, per la politica, e naturalmente Zigoni, il padre del centravanti di Venezia e molte altre squadre. E poi Gigi Meroni che andava in giro con una gallina e poi Dante Bertoneri che pensava davvero di essere il suo erede e insomma tutti i bohemien dello sport mondiale.

Bohemien, è un termine che abbiamo appreso per caso, molti anni fa, leggendo, e ci è rimasto impresso. Troppo facile oggi con il traduttore o lo spiegatore di internet, sino a 15-20 anni si andava di memoria e quello faceva la differenza. La cultura sportiva. In Italia, ma anche in alcune redazioni, manca completamente.

Dunque, il nostro racconto riparte, riprende, inizia con l’Ansa, la madre di tutte le fonti giornalistiche. Il ricordo è di Alessandro Castellani, da non confondere con Massimiliano, la firma di Avvenire, responsabile di sport e spettacoli e vice dell’inserto Agorà.

“Una vita in fuorigioco. Ezio Vendrame diede questo titolo alla sua autobiografia, dopo averne fatto il motto di una carriera. Così ora che il ‘George Best’ italiano è morto, a 72 anni, il calcio italiano saluta la sua icona di anticonformismo. Vendrame è morto stamattina a Treviso, e la sua scomparsa non sarebbe legata – secondo le prime informazioni – al coronavirus; come se dopo un’esistenza a dribblare avversari e luoghi comuni avesse almeno allontanato l’ultimo rivale possibile. 

Barba incolta, capelli lunghi, negli anni ’70 Vendrame era il beniamino non solo di tanti amanti del calcio, ma anche di coloro che vivono controcorrente. Da scrittore aveva rivelato di avere talento, come quando sul campo di calcio dribblò tutti i suoi compagni di squadra o mirava al palo invece che alla porta avversaria ‘perché così è più divertente’. 

Infanzia da dimenticare, quel bimbo friulano di Casarsa della Delizia era cresciuto in un collegio per bambini poveri; Vendrame però non si compiangeva e nemmeno si prendeva sul serio, così come faceva con la vita. Un calciatore non poteva bere e fumare? Lui frequentava tabacco e alcool. Si doveva stare in ritiro? Lui fuggiva e andava in cerca di una donna. Logico quindi che lo paragonassero, anche per via della chioma fluente, a quel George Best che ricordava in qualche movenza calcistica. Altri, per quella sua eccentricità da artista lo paragonavano a uno che, come lui, ‘pennellava sul campo’ ma per il quale il calcio non era tutto: Gigi Meroni, farfalla granata caduta troppo presto.

La morte di Vendrame arriva qualche giorno dopo quella del suo aedo Gianni Mura, che dell’ex idolo del Vicenza era grande estimatore. Entrambi così assetati di vita non potevamo che comprendersi fino in fondo, e si erano scoperti quasi anime gemelle.

Vendrame ha brillato soprattutto con la maglia del Vicenza guadagnandosi il passaggio al Napoli nella stagione 1974-75, dove però non andava a genio all’allenatore Vinicio, che non lo faceva giocare. Poco male per uno che poi, da ex giocatore, scrisse un altro libro intitolato ‘Se mi mandi in tribuna godo’ dove raccontava le sue esperienze fuori dagli schemi’. Amato dai tifosi per il talento tecnico e la propensione allo spettacolo che cercava di dare in ogni partita, Vendrame viene ricordato anche per questo episodio: in un Padova-Cremonese di serie C, sullo 0-0 per dare una scossa ai presenti (“ca…si stavano annoiando”, descrisse così la scena) dribblò la sua intera squadra da un lato all’altro del campo senza che nessuno riuscisse a fermarlo, fino a fintare il tiro davanti al proprio portiere. Questi si tuffò cercando di levargli il pallone, ma Vendrame lo evitò, si fermò in prossimità della linea di porta e tornò indietro. Un altro giorno invece, rivolgendosi a un gruppo di tifosi che lo osannavano, e di fronte a uno stupefatto Giussi Farina, disse una frase: “Vi ringrazio per tutto l’affetto che mi dimostrate, però mi sembrate un po’ fuori di testa: sono solo uno fortunato a tirar calci a un pallone, non un operaio che si fa un culo così per arrivare a fine mese, e nemmeno un chirurgo o un altro medico che salvano vite umane”. Questo sì, vero dribbling profetico”.

Ecco, potremmo fermarci qui e invece proseguiamo. Va detto che siamo nati nel 1971, dunque del Vendrame calciatore abbiamo visto quasi nulla.

Ma neanche l’ha visto, se non forse su internet, Luigi Panella, la firma di #0078d7;”>Repubblica.it, esperto di basket, che abbiamo conosciuto a una final eight, in Romagna.

“Capelli lunghi, tecnica individuale notevole, scarsa attitudine per gli schemi, sia in campo che fuori. Avrebbe avuto le potenzialità per una carriera superiore a quella avuta, ma se avesse giocato con Juventus o Milan o Inter, Ezio Vendrame, morto oggi a 72 anni, probabilmente non sarebbe ricordato come genio, sregolatezza, irrequietezza del calcio italiano. 

Due sono gli accostamenti che ne sono stati fatti: il più gettonato, al limite dello scontato pur essendo Vendrame un giocatore non di quel livello, è quello con George Best, il fuoriclasse nordirlandese tutto talento, bellezza, donne e alcolici. L’altro (più che altro per la capigliatura e la postura in campo) con l’argentino Mario Kempes. A lui in realtà piacevano tre calciatori su tutti. Della sua tarda adolescenza Gigi Meroni. Della sua epoca calcistica Gianfranco Zigoni, uno capace di andare in panchina con la pelliccia ed il cappello da cow boy in un Verona-Fiorentina perché Valcareggi non lo aveva fatto giocare. Più avanti Diego Armando Maradona. Tutta gente insomma che con le regole aveva poco da spartire.

Calciatore, poeta, scrittore, uomo insofferente alla forma. Un suo libro ‘Se mi mandi in tribuna godo’ è una frustata agli aspetti spesso ipocriti del mondo, del calcio e non solo. Un titolo che è tutto un programma, e che prende origine da una trasferta del Napoli a Cagliari. Mandato in tribuna dal tecnico dei partenopei Vinicio, che nel rivaleggiare con la Juventus nella corsa allo scudetto del 1975 non aveva tempo e forse voglia di inserirlo negli schemi, Vendrame ne approfittò per amoreggiare (le donne sono state una delle sue grandi passioni) nel bagno dello stadio con una ragazza conosciuta da poco…

Già, perché per raccontare Vedrame più che le squadre in cui ha giocato (soprattutto Lanerossi Vicenza e Padova, con l’intermezzo fatto di 3 presenze a Napoli), è meglio citare frasi e aneddoti, sparsi qua e la come timbri durante interviste e partite. Quando era nel Padova, durante un incontro di fine stagione con la Cremonese, uno di quelli in cui il punto stava bene a tutti e si palleggiava stancamente senza fingere un accenno di agonismo, pensò bene di vivacizzare la situazione. Palla presa al limite dell’area avversaria, campo percorso al contrario puntando il proprio portiere, poi risparmiato solo all’ultimo istante quando il battito lento di qualche tifoso era già andato fuori giri.

Sempre al Padova, durante una partita, lasciò il campo come se niente fosse per andare a salutare un suo grande amico, il poeta e cantautore Piero Ciampi, che aveva scorto in tribuna. E ancora, dopo aver accettato la promessa di una somma di denaro per infastidire l’Udinese, a cui servivano punti promozione, stizzito dai fischi dei friulani giunti in Veneto, giocò una delle sue più grandi partite portando la sua squadra alla vittoria. Nel rifugiarsi nella poesia, si ritirò in una frazione vicino al suo paese, Casarsa della Delizia, dove è sepolto Pier Paolo Pasolini ed il pubblico italiano dovette attendere il 2005 per ritrovarlo. 

Paolo Bonolis, che conduceva il Festival di Sanremo, lo chiamò in un ruolo che in campo gli era sconosciuto, quello del battitore libero. Il palco come il campo, e Vendrame non si tirò indietro, con una entrata a gamba tesa su Gigi D’Alessio che alzò un vespaio di polemiche.

Al calcio rimase legato allenando gli unici ai quali pensava di poter insegnare qualcosa, i giovani. Risultati niente male. “Ma sarebbe bello allenare una squadra di orfani”, ebbe a dire. Non gli piacevano i genitori che si intromettevano, e probabilmente lui non piaceva ai genitori, specialmente a quelli perbenisti. Specialmente quando, tra le altre cose, teorizzava l’accantonamento dei giochi elettronici per sostituirli, in attesa di qualcosa di meglio, con il sesso fai da te…”.

Chi segue #0078d7;”>www.assocalciatori.it, conosce la tecnica con cui raccontiamo ogni volta chi non c’è più o anche chi c’è ancora, ovvero la rivisitazione di un articolo, di un’intervista, che gli avevamo fatto noi o altri, temporibus illis. Il giornalismo, la narrazione sono uguali a se stessi, ieri e oggi, cambia magari la firma, la qualità, la prosopopea. E allora insistiamo con i fuoriclasse del settore, ovvero i leggiadri di Repubblica.

Aligi Pontani guida il Venerdì, al posto del compianto Attilio Giordano, e proprio #0078d7;”>Repubblica.it ripesca la sua intervista del 1994, dunque 26 anni fa. Naturalmente splendida.

“Giocava in attacco. Bel dribbling, ricordano le cronache dell’epoca. Bella visione di gioco, anche. E soprattutto ottima fantasia. Persino un tantino troppo estroverso, il ragazzo: una volta, chissà perché, dribblò tutti, compagni e avversari, retrocedendo minaccioso verso la propria porta. Poi si fermò e si fece una risata, di fronte al San Paolo attonito. Un’ altra, chissà perché, salutò la folla scegliendo una posizione da foca: arrivò fino alla linea dell’ out e salì sopra la palla, con tutti e due i piedi, inchinandosi davanti alla tribuna. Ezio Vendrame era un calciatore come tanti, nulla di davvero eccezionale, nulla di troppo modesto: un ragazzo promettente dell’Udinese, la trafila nelle serie minori, Siena, Turris, Rovereto, poi la serie A, Vicenza e Napoli, tanto movimento e pochi gol. Ma era diverso, diversissimo da tutti gli altri per come stava in campo. E non si parla di tecnica, ma della sua voglia matta di rivendicare sempre e comunque la propria autonomia dal sistema, la propria libertà, la voglia di non rinunciare mai a nulla di se stesso.

Neanche quando, capelli neri e lunghi, barba sempre un po’ disordinata, si metteva quei mutandoni bianchi e rincorreva una palla, “solo perché era l’unica cosa che sapessi fare, cioè il mio lavoro”. Erano gli anni Settanta, i primi, e personaggi così non ce n’ erano molti nel calcio: capelloni magari sì, estroversi pure, ma spregiudicati e spontanei anticonformisti no, non molti davvero. “Del calcio non mi fregava nulla neanche allora: le pressioni, l’ansia del risultato, le restrizioni alla vita privata, tutta roba che mi faceva schifo. Allora in campo mi inventavo qualcos’ altro: era il mio modo per ripagare tutta quella gente che, chissà perché, mi veniva a guardare giocare”.

Ma forse era anche il suo trucco per esorcizzare qualcosa: una sorta di tensione interiore, una profonda sofferenza nell’ affrontare le domande della vita. Certo, il dubbio viene solo adesso, dopo vent’anni trascorsi senza lasciare troppe tracce. Viene adesso, quando Vendrame ha scelto di provare invece a lasciarla, una traccia, che col suo mondo di ragazzo, campi di calcio e trasferte, ritiri e trasferimenti, campionati e allenamenti, non ha punti di contatto. In questi anni ha scritto delle poesie, delle canzoni, degli aforismi. E adesso ha deciso di pubblicare il tutto, ‘Senza alcun anticorpo’ uscirà grazie all’ editore Campanotto, al quale aveva portato il manoscritto così, senza preavviso e senza lettere di presentazione. Il negozio di articoli sportivi, aperto e subito chiuso nel suo paese, Casarsa della Delizia, provincia di Pordenone, non bastava a riempire tutto, come non bastava l’ attività di allenatore delle giovanili del San Vito.

Un ex calciatore che fa il poeta: forse non poteva finire diversamente, Vendrame abita in via Pasolini, che di Casarsa è stato il cittadino più illustre. Non è rimasto nell’ ambiente, non gli interessava, meglio pensare ad altro, ai tormenti dell’ esistenza ad esempio, così presenti nelle sue poesie: “Eterni conflitti interni: prendetevi una vacanza”, implora in una, “Sono ottanta chili di tristezza e non so che fare” confessa in un’altra, “Se morissero tutte le persone che con la mente ho ucciso ci sarebbe una carneficina e in quella carneficina ci sarei pure io”, chiude in una terza. Non saranno memorabili, questi frammenti interiori che riempiono le pagine del volume, ma sono il sintomo di qualcosa di insolito per chi ha fatto il calciatore. Fuori dagli schemi e dagli stereotipi, fuori dal ritratto cui ormai siamo assuefatti del ragazzo ricco di talento e povero di idee, pieno di soldi e vuoto di sentimenti.

La vita di Vendrame è invece riempita da altre cose: amori maledetti, sofferti, passionali. Erotismo crudo a volte crudele. Paura della morte e della vecchiaia. Una tendenza a mettersi in discussione insopprimibile, anche se dolorosa, feroce: “Io, discepolo mio, arrogante, presuntuoso, vanitoso, asociale, masochista, egoista: libero”. Perché lo ha fatto? Perché non si è accontentato di tenere per sé tutto questo? “Perché sento di vivere in un mondo in cui faccio fatica a stare, e forse scrivere è anche un modo per sentirmi meno isolato”, dice. Parole, pensieri, poesie di un quarantacinquenne che ha vissuto, e non certo soltanto di calcio: l’unico grande protagonista della sua storia tenuto al di fuori, emarginato, espulso dal libro, come una parentesi insignificante dentro un racconto di cose più serie”.

Su Il Corriere della Sera, è raccontato da Gianantonio Stella, peccato che sia a pagamento, dopo 20 articoli al mese, e noi non abbiamo voglia di pagare. Stessa cosa per La Stampa, con il calabrese Antonio Barillà. Anzi, avremmo la possibilità di copiare e incollare gratis, ma il pezzo diventerebbe troppo lungo e allora stavolta ci limitiamo a citare i ricordi di tutti.

Intanto de Il Gazzettino, in particolare dalla redazione del Friuli. 

Su Il Giornale, Claudio De Carli, per il quale facciamo un’eccezione, dal momento che il copia e incolla è agevole e gratuito, per tutti. La titolazione è a cura del desk, ovvero di Benny Casadei Lucchi e/o di Davide Pisoni, di Marcello Di Dio e/o Matteo Basile. La firma è di Claudio De Carli, scrittore: Vendrame, quello che… “segnare interrompe l’emozione del calcio”. Intelligente, istrionico, talentuoso, scrittore e poeta. Il Best italiano? Molto, molto di più.

«Se mi mandi in panchina godo», detto da uno che parlava con l’anima, linguaggio incomprensibile. Bisognava conoscerlo Ezio, abitava in un piccolo appartamento, lui diceva quattro per quattro, andava a occhio non l’ha mai misurato, neppure se gli chiedevi quanti gol avesse segnato in carriera, non lo sapeva, mai contati: «Caz ma è il momento più banale della partita, segni e interrompi tutte le emozioni, poi è solo una menata, abbracci, gioco fermo, palla al centro, devi riprendere e ricomincia tutto daccapo.

A me piaceva quando colpivo il palo, a parte che è molto più difficile, ma nessuno dopo mi veniva ad abbracciare, non hanno mai capito niente»!

La sua carriera? No, la sua vita iniziata in un orfanatrofio: «Se mi dite che è partita male non sono d’accordo, se mi ha fatto diventare quello che sono rispondo che allora ho avuto un culo della, per capire le cose devi lasciarti trascinare, o le capisci col cuore o sei uno che cammina senza gambe, i miei errori sono stati dei capolavori. Quanti? Li conoscete, li chiamate errori, per me non lo sono, devo star qui a ricordarli»?

Fine campionato, arriva la Cremonese all’Appiani, con un punto si salva, lui è il capitano del Padova che non ha problemi di classifica. «Si sono parlati i dirigenti delle due squadre, c’è un accordo, non facciamoci del male. Ce lo riferiscono. Vabbè, cosa ci puoi fare, ubbidiamo. Inizia la partita, peggio di una amichevole, la gente comincia a capire, poi a fischiare. Non mi va questa faccenda», dice Ezio, «è gente che ha pagato il biglietto per vederci giocare a calcio, non è giusto, ci vuole rispetto, quello è il mio pubblico, cerca emozioni, gliele devo dare. Prendo il pallone a centrocampo e punto la nostra porta, dritto fino al portiere, mi guarda e non riesce neppure ad aprire la bocca, fingo di calciare, si tuffa, lo dribblo e mi fermo sulla riga di porta palla sotto la suola, poi torno indietro e ricomincio come se niente fosse. La gente in tribuna ha capito la mia follia, applaude».

Da infarto? Sì, da infarto. «In tribuna viene a un tifoso del Padova che ci resta secco, morto sul colpo: cazz mi è spiaciuto, tanto, ma poi ho pensato che se uno è malato e viene a vedermi giocare allora vuol dire che ha intenzione di suicidarsi»!

Talento e dribbling, uno diverso con l’erre moscia, ala e versione paesana di George Best, due vite parallele che si sfiorano senza mai toccarsi, a Vicenza ha lasciato cuori infranti, più donne che uomini. A Padova ha toccato vertici clamorosi, ferma la palla, la prende in mano e va sotto la tribuna a salutare il poeta Piero Ciampi: «Non sapevo che fosse lì, un grande maestro e grande amico, volevo che tutto lo stadio gli attribuisse un immenso applauso».

È pazzo? Dipende, a ragionare senza cuore ci si può sbagliare. A Udine viene insultato per tutta la partita, volevano salire in serie A, gara tesissima, lui calmo, angolo, va alla bandierina e ci si soffia il naso. Se avessero potuto sarebbero scesi in campo per strangolarlo. Prende la palla, indica un angolo della porta e fa segno che la mette lì. Oh la mette proprio lì, 1-0. «Ho avuto c» fa, non ha mai più segnato un gol da calcio d’angolo, ne prima ne dopo.

Altre cose? Tante, ma questo non è calcio come lo intendiamo, è un percorso di vita come quel giorno che si ritrova con due soldi in tasca e magari li può spendere. E prenditi un bel cappotto, gli fanno i compagni di squadra, una testa così, alla fine lo convincono, entra e ne compra uno di cammello, faceva un freddo cane, se lo tiene su.

Esce dal negozio e un ragazzino gli chiede l’elemosina: aveva su solo una magliettina, fa, «mi sono vergognato, ho tolto il cappotto e gliel’ho dato». Com’è finita? «Ho passato uno degli inverni più rigidi che ricordo senza mai sentire freddo».

Pochi gol? Vero, sentiva la partita, Luis Vinicio ha fatto di tutto per portarlo a Napoli e quando c’è riuscito si è pentito, tre presenze: è uno da allenamento, spiegò alla stampa il tecnico brasiliano. Ezio era uguale, in campo, nella vita, con gli amici, rispettava ma non condivideva. Campionato, ferma il pallone, ci sale sopra, e si mette la mano sulla fronte come per vedere lontano.

È pazzo! «Mannò» fa, «ho fatto come gli indiani che salivano sulle colline per scrutare l’orizzonte se arrivavano i nordisti. L’uomo è debole e corre dietro a tutto, dicevano che andavo in giro con una gallina al guinzaglio, mai fatto, mi avranno chiesto cento volte se era vero, alla fine non ne potevo più e un giorno ho detto sì, è vero, non volevo deluderne un altro».

Alla fine è tornato a giocare a Casarsa della Delizia, nella squadra in cui ha iniziato e quando ha smesso ha fatto perdere le tracce: «Se devo parlare con degli imbecilli, preferisco morire in solitudine». Si è messo a scrivere, romanzi, poesie: «Una vorrei recitarla» fa, «ne ho lette tante ma questa è la più bella di tutte, anche perché l’ho scritta io, però cercate di capirla, non date peso alle parole, dunque: Amo la tua ma non perché è la, ma perché è la tua». Ezio Vendrame.

Fosse stato per lui sarebbe morto giovane, giovanissimo, che per essere un mito non si può aspettare d’invecchiare, “che più si invecchia più ci si rincoglionisce e io tutto a posto non lo sono mai stato”. Fosse stato per lui non sarebbe morto mai, ché “vivere è una meraviglia, da qualsiasi punto la guardi, anche se è un macello”. E lui un macello lo era davvero, ma solo a volte, quando “i pensieri si aggrovigliano troppo e non ti riesce di snodarli”. Perché la sua testa funzionava “a modo mio, ma mica sono il solo”. A modo suo aveva danzato sul pallone, e danzando era passato per i campi da calcio, aveva raggiunto i piccoli stadi di provincia, poi quelli prestigiosi delle grandi città. Ma un attimo appena. Giusto il tempo di fare intravedere a tutti cosa poteva combinare sul campo da gioco. Gli ci volle poco a capire che quel che davvero voleva non glielo avrebbero mai permesso. Era tornato a danzare altrove, ovunque ci fosse una fascia libera e un campo aperto da percorrere, ovunque la tecnica, il gioco e il pallone fossero stati liberi dalla tattica, “che è un po’ come la legge, serve soltanto a chi non se ne sa dare una decente”.

L’ultima eccezione la facciamo per #0078d7;”>ilfoglio.it, a cura di Piero Vietti. La firma è Giovanni Battistuzzi.

“Fosse stato per lui, per Ezio Vendrame, sarebbe stato tutto diverso. Il calcio, la vita, le cose. Anche oggi, soprattutto oggi, che è morto davvero a 72 anni.

Fosse stato per lui, per Ezio Vendrame, tante cose sarebbero state diverse. Ma forse non la sua carriera, “che è stata assurda, ma non mi pento di niente”.

Non dei dribbling, anche se in fondo detestava chi del calcio guardava solo quelli. Non delle occasioni perse, come quando a Napoli ci mise poco a litigare con l’allenatore che lo aveva voluto più di ogni altro, Luis Vinicio. Il brasiliano gli disse che doveva giocare in un certo modo, lui gli rispose che a giocare a calcio era l’unica cosa che sapeva fare e che l’aveva fatto sempre in un modo, il suo. Poteva essere l’occasione per far vedere il suo talento, si trasformò in un’attesa tra panchina e tribuna. Ma tant’è, “si vede che doveva andare così”.

Troppo calda e troppo entusiasta Napoli per uno come lui, che veniva dal nord, da Casarsa della Delizia, e da lì, dal Friuli, aveva iniziato a girare l’Italia. Ma “a girare troppo uno inizia a traballare”. A farlo traballare non fu la fame di fama o di arrivare. Ma l’ansia di trovarsi a fare ciò che amava, il calciatore, in un calcio che si stava trasformando, stava perdendo la sua dimensione di gioco, stava diventando qualcosa di troppo complesso per uno “che voleva dare soltanto quattro calci a un pallone”.

Che calci però.

Sono passati decenni e decenni da quei calci, eppure non c’è tifoso delle squadre di cui ha indossato la maglia che se lo sia dimenticato. Se lo ricordano soprattutto a Vicenza, dove con il biancorosso del Lanerossi ha dato il meglio di sé, dove era diventato il “George Best italiano”, “ma solo per i capelli lunghi e la barba”, o meglio il “Kempes italiano”, almeno per Boniperti, che di quell’ala che poteva giocare anche da mezz’ala o da mezza punta si era follemente innamorato tanto da volerlo portare alla Juventus. A Gianfranco Zigoni, Dio Zigo, il paragone invece non era mai piaciuto: “Ezio era molto più forte di Kempes”.

In bianconero non ci arrivò mai però. Dissero che il ragazzo era valido, ma troppo esuberante e per niente capace di entrare negli schemi di gioco. C’avevano visto giusto. Ezio Vendrame non poteva entrare in nessuno schema, se non il suo. Quello che definiva il gol come “la morte del calcio”, l’assist “come superba noncuranza di se stessi”, il pallone come “qualcosa da prendere a calci, ma in modo ruvidamente amoroso”.

Il suo schema se lo portò poi a Padova, a Verona (sponda Audace), a Pordenone e di nuovo a Casarsa, dove chiuse alla Juniors e dove riscoprì quell’altro uomo di Casarsa, Pier Paolo Pasolini. Se lo portò in panchina, ma solo con le giovanili, perché “se il calcio vuole avere un futuro, deve rivolgersi ai giovani, sperare di far loro arrivare qualcosa che non sia solo tattica e preparazione fisica”. Non durò molto in panchina. E non per i risultati, per colpa dei genitori, “che molte volte vivono in uno stato di frustrazione per essere stati dei calciatori falliti, e vorrebbero riscattarsi con le doti dei figli”.

Fuori dal campo si mise a scrivere. Racconti, poesie, soprattutto ricordi. “Se mi mandi in tribuna, godo”, uscì nel 2002, era una specie di biografia, “un copia incolla di ricordi, ma che funzionava”. Divenne un libro indispensabile per una piccola generazione di ragazzi che si affacciava al calcio, o meglio al pallone, al gioco del pallone. Perché Ezio Vendrame era così: “Giocavo al pallone, mica facevo il calciatore”.

Era da un po’ che stava male. “Vorrei non pensarci, ma viene difficile non pensarci”, diceva qualche tempo fa. “Me ne sto a casa, penso, rifletto, ogni tanto mi torna voglia di scrivere, non sempre lo faccio. Esco poco ormai, fuori sono aumentate a dismisura le persone insopportabili”.

Ezio, è stato un peccato non averla chiamata, noi diamo del lei a tutti, nelle interviste. È stato un peccato non averle rubato 4 ore, come facciamo con tanti, anche insignificanti. Gente senza idee o anche presuntuosa, e in fondo lo siamo un po’ tutti. Lei lo sapeva. Vendrame, ci mancherà, le sia lieve la terra.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

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