Assocalciatori.it, l’addio a Ezio Pascutti, il mito del Bologna. Con Fuffo Bernardini giocava come in paradiso, vinse lo scudetto del ’64 senza disputare lo spareggio di Roma. Il presidente Dall’Ara rifiutò lo scambio con Gigi Riva

Ezio Pascutti esce dal campo dopo l’espulsione in Milan-Bologna del 20 dicembre 1964

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Addio a Ezio Pascutti, il mito del Bologna. E’ stato uno dei principali protagonisti dello scudetto del 1964, nella la squadra che “giocava come in paradiso”.
E’ morto ieri sera a 79 anni, in una clinica del capoluogo emiliano, dov’era ricoverato da tempo per una malattia. “Addio Campione. Il Bologna piange uno dei suoi figli più amati, di ogni tempo”, lo saluta il club rossoblù sul proprio sito ufficiale. Pascutti faceva coppia con Marino Perani, in una formazione che girava intorno a Giacomo Bulgarelli, capitanata da Mirco Pavinato e allenata da Fulvio Bernardini. Presidente? Facile Renato Dall’Ara, a cui è dedicato lo stadio.
Friulano, di Mortegliano, era cresciuto nel Pozzuolo, sempre in provincia di Udine. Lega l’intera carriera al Bologna. Arriva per 3 milioni e mezzo grazie al fiuto di Dall’Ara, su segnalazione del negoziante di maglieria Vittorio Pasti, scout per passione.
Esordisce in A a 18 anni, nel ’58 e resta sino al ’69, per un totale di 296 presenze e 130 reti. In assoluto in rossoblù sono 142, terzo marcatore di sempre dopo Schiavio e Reguzzoni. Senza mai un calcio piazzato. Sbagliò entrambi i rigori calciati, a San Siro davanti a Sarti, portiere dell’Inter, e di fronte ad Albertosi, a Bologna. Non amava le punizioni: “Perchè in quel gesto avevo un tiro troppo debole”.
Gli piacevano il movimento e l’improvvisazione, l’invenzione e le palle sporche, sulle quali si avventava prima degli altri.
Aveva un record singolare, la striscia più lunga in serie A con gol, 10 gare di seguito, superata da Batistuta nel ‘94. Iniziò il campionato del 63-’64 con 12 gol e lì diventò mito.
Immortalato da uno scatto fotografico di Maurizio Parenti, dell’agenzia di stampa Ansa, presente in tantissimi bar della città: era il dicembre del 1966 e la sua rete lanciata in tuffo vanificò la rincorsa disperata di Tarcisio Burgnich, dell’Inter, sotto la curva Andrea Costa.
“Nessuno si accorse che mi imbalzai sulla linea di porta”, raccontò scherzando il protagonista in occasione del centenario del Bologna, lasciando di stucco chi lo ascoltava. Insomma inciampò, così si dice in dialetto emiliano.
Disputò 17 partite in nazionale, con 8 reti, più due e un gol con l’Italia B, che allora era molto importante. Partecipò a due mondiali, nel ’62 e nel ’66, fu coinvolto nel ‘disastro Corea’, insieme a Bulgarelli, altra bandiera petroniana, scomparsa nel 2009. E in quei giorni Pascutti puntualizzò: “Nell’anno dello scudetto ci davano dei drogati, ma l’unico doping era il grande cuore”.
Lo ricordano in tanti, a partire da Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione affari esteri del Senato: “E’ una giornata triste per noi rossoblú: addio Ezio! Speriamo che tu possa giocare in paradiso con Haller, Nielsen e Bulgarelli ricostruendo il nostro grande attacco”.
Romano Fogli era una colonna di quel Bologna, a centrocampo. ”Pascutti e Riva – racconta – erano le migliori ali sinistre d’Italia. Gigi era più potente, ma Ezio aveva furbizia: in area gli ho visto far cose che non sono mai riuscite a nessuno. Ha fatto gol impensabili, in tutti i modi, molti di testa, anche a 20 centimetri dal terreno, rischiando di prendere dei calcioni, e infatti ne ha presi tanti”.
I due erano grandi amici, anche come famiglie. “Al Bologna abbiamo passato anni stupendi, eravamo un gruppo splendido. Quando ho saputo della sua morte ho pianto per due ore”.
Su facebook il ricordo di Roberto Beccantini, firma della Gazzetta dello Sport, ex Stampa, bolognese. “Ha accompagnato la mia cronaca di ragazzo, decorandola di emozioni, di sapori. Aveva 79 anni. «Così si gioca solo in paradiso». Lo coniò Fulvio Bernardini, era uno slogan: ancora un po’ e sarà un indirizzo. Il Bologna più bello, il Bologna dell’ultimo scudetto. Negri; Furlanis, Pavinato; Tumburus, Janich, Fogli; Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. Ezio è l’ultimo che il destino ha convocato, dopo Giacomino Bulgarelli (2009), Helmut Haller (2012), Carlo Furlanis (2013), Harald Nielsen e Paride Tumburus (2015). 
Bologna, sempre Bologna, fortissimamente Bologna. Friulano di culla, undici di domicilio, punta di mestiere, cannoniere d’istinto. E che carattere: una selva di moccoli, una foresta di spigoli. Aveva una chierica che gli forniva un’aura da prevosto (ma non ditelo a Dubinsky, il sovietico che, in Nazionale, prese per la gola), era una cicatrice ambulante, e per infortunio non giocò la partita della vita, lo spareggio del 7 giugno 1964 con l’Inter, a Roma, due a zero, prima Fogli e poi Nielsen. 
Però segnava. Però era sempre lì, in perfetto orario sul cross calibrato o il terzino sbilanciato. C’è una foto che conservo nel cuore della memoria. Un pomeriggio al Comunale, 4 dicembre 1966: Bologna-Inter 3-2. Ero in curva, prigioniero del transitor e delle sue scariche. Brutto notizie: Roma uno Juventus zero, autogol di Bercellino. 
Non era facile immaginare «là» ed essere «qua». Fu proprio il gol di Pascutti ad «allontanarmi» dalla radiolina. Di testa, in tuffo, con Tarcisio Burgnich allungato al suo fianco, come su un tappeto volante – un tappeto di chiodi – come se l’episodio non credesse ai suoi occhi, come se l’attimo cercasse un padrone. 
Ecco: Ezio era così: zero dribbling ma 130 gol”.
Non giocò lo spareggio di Roma, finendo nel polverone del doping fasullo. Venne sostituito con il numero 11 da Capra, distante anni luce dalla sua classe. E il forlivese Marino Bartoletti, ex direttore di Raisport, va oltre.
“Non ha mai avuto troppa fortuna Ezio Pascutti: lui – friulano – più bolognese di tanti bolognesi. E pensare che ha fatto più gol di Mazzola, di Rivera, di Bettega… Fosse nato 30 anni più tardi avrebbe guadagnato prima i miliardi e poi anche i milioni (e invece è morto quasi povero, perché un conto è segnare in un campo da calcio e un conto è segnare nella vita). Eppure pochi hanno avuto la sua istintiva e sfacciata confidenza col gol (chiedere da Burgnich in giù, passando per i più cattivi mastini delle aree di rigore, quando si era sicuri che la moviola non vigilava). E in Nazionale, di fortuna, ne ebbe ancora meno, anche per colpa di episodi che gridano ancora vendetta per il loro senso di profonda ingiustizia. Poi arrivò pure il giovane Gigi Riva e la maglia azzurra non la vide più. Persino nel giorno dello scudetto, dell’ultimo storico scudetto del Bologna, lui non c’era. E pensare che quel triangolino tricolore lo meritava certamente più di tanti suoi compagni. Ora ha raggiunto Paride e Carlo e Harald e Helmut e soprattutto Giacomino: credo che abbiano tante cose da dirsi. E sarebbe terribilmente bello poterli ascoltare…”.
Era il finalizzatore del capolavoro costruito da Fulvio «Fuffo» Bernardini, il Professore romano che costruì un miracolo calcistico, quello scudetto battendo nello spareggio l’Inter di Helenio Herrera, tenendo dietro anche le torinese.
Aveva quella forza innata e dissennata, rientrava da sinistra al centro e i difensori per fermarlo dovevano aggrapparsi alla sua maglia.
Lo chiamavano il cattivo, in trasferta lo fischiavano a più non posso e lui per proteggersi dalle provocazioni si metteva i tappi nelle orecchie. Quel nomignolo era anche immeritato, frutto di un solo episodio. Nell’ottobre del ’63, con la nazionale, in Urss venne falciato da Dubinskij, si rialzò e lo prese per il collo, fece finta di colpirlo con un pugno, mai scagliato. Il russo fece scena e l’arbitro espulse Pascutti e l’Italia perse 2-0 e l’attaccante felsineo divenne il capro espiatorio di quella sconfitta allo stadio Lenin e si portò dietro l’etichetta di cattivo. Quella volta l’Italia perse la qualificazione a Euro 64.
Era pieno di cicatrici, in azzurro andò male in Cile, ancora peggio in Inghilterra nel ’66, dove peraltro giocò solo la prima partita, a Sunderland contro la Russia, 0-1. Il top azzurro lo toccò al Prater di Vienna, doppietta e vittoria dopo 27 anni e per la prima in panchina di Edmondino Fabbri fu un trionfo.
Anche il presidente del Bologna Joey Saputo ricorda Pascutti. “Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscerlo bene – racconta -, l’ho incontrato di persona solo una volta, il giorno della mia prima conferenza stampa al Dall’Ara. Ma so molto di lui grazie ai racconti di tanti bolognesi. Ezio è stato una vera bandiera del nostro club, per 14 stagioni. Era riuscito a instaurare un rapporto speciale con la sua gente, con i tifosi, nel tempo diventati i suoi amici”.
Saputo è a Montreal. “Anche in Canada mi rendo conto in queste ore dell’affetto che Bologna nutre per Ezio e del dolore che la sua scomparsa ha provocato in tutta Italia. Vorrei stringermi a Emanuela, ad Alessandra e a tutti i tifosi nel ricordo di un grande campione”.
La sua stagione migliore fu il ’58-’59, con 17 gol in 31 partite, è stato il 39° marcatore d’ogni tempo, in serie A. Ha segnato più di Bettega, di Rivera e Mazzola.
Il Bologna rifiutò di scambiarlo con Gigi Riva, voluto dall’Inter. Helenio Herrera però non voleva il mancino che avrebbe portato il Cagliari allo scudetto, ma Pascutti. Che avrebbe voluto il destro di Pivatelli, “ma la testa andava bene la mia”.
Burgnich era il suo avversario più fiero, collaborò con lui quando Tarcisio sedette sulla panca rossoblù, portando il Bologna alla prima retrocessione. Ezio era legatissimo a Gipo Viani che lo fece esordire, adorava Giacomino Bulgarelli dentro e fuori il campo. “Ma anche Haller, perchè sapeva sempre dove andavi e ti serviva alla perfezione”.
Era molto affezionato a un gol alla Sampdoria. “Rubai palla al terzino sulla trequarti e mi presentai davanti al portiere, lui uscì e gli feci passare la palla sotto la pancia”.
Chiuse presto, a 32 anni. Da allenatore non ebbe la stessa fortuna, guidò la serie D, fra Emilia Romagna e Marche, Vis Pesaro e Baracca Lugo, Sassuolo e Russi. Di nuovo il Sassuolo, giusto 30 anni fa.
Il sindaco di Bologna Virginio Merola proclama il lutto cittadino per martedì, giorno dei funerali, si terranno alle 15 in cattedrale, a Bologna, anzichè a Borgo Panigale.
Vanni Zagnoli

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