Come non si deve più scrivere. Il pezzo documentato, dettagliato, i riferimenti. Tutto proibito. Meglio far discutere, spararla grossa, fare demagogia, provocare, irridere, usare quel tono da lezioncine di tutto.

Come non si deve più scrivere. Il pezzo documentato, dettagliato, i riferimenti. Tutto proibito. Meglio far discutere, spararla grossa, fare demagogia, provocare, irridere, usare quel tono da lezioncine di tutto.

Quegli opinionisti tuttologi, che strappano il sorriso. Quella lingua sempre più imbarbarita. Quella ricerca della polemica, del tono alto, della sparata, della stupidata. Il giornale deve far ridere a tutti i costi. L’avversario politico va distrutto.

O pro o contro. Schierarsi per forza.

Premesso che io sono ignorante, non ho cultura da pagine culturale, non sono laureato, non ho studiato molto i classici. Ma non ritrovo più in questo giornalismo, che poi è specchio del paese.

Leggo tanta spazzatura, in giro.

Oggi un pezzo si deve leggere nel minor tempo possibile, deve lasciare il sorriso, deve strappare la battuta a tutti i costi. Ormai il media, che sia tv o giornale deve a tutti i costi catturare l’attenzione con qualcosa di particolare.

Tutti sanno tutto di tutto e allora serve interpretare la realtà per coinvolgere i lettori.

Il lettore che piace a me sta scomparendo. Cioè scrivere l’articolo in cui si fa la storia del personaggio, se ne ricostruisce tutto è da evitare.

Meglio concentrarsi su poche cose.

Meglio un concetto e basta, no, mi dicono? Giriamo attorno a quello.

Tutti sanno tutto.

Il “pastoncino” fa schifo.

Sicuramente sbaglio io, ma se gioca la giornata di serie B io nei giornali non sportivi vorrei leggere una sintesi il più possibile completa. Classifica, risultati, marcatori, autori degli assist, espulsi. Pali, traverse. Certo, anche chi ha meritato da vincere.

Io in un giornale cercherei l’approfondimento. Perchè, ovviamente, non tutti guardano la diretta Sky o Mediaset o ascoltano la radio.

Ormai le grafiche dei quotidiani e gli spazi sono tali che, escluso rari casi, non c’è spazio per le storie, per il colore, per le curiosità, per i precedenti, per i numeri. Per niente.

Prima di tutto c’è la valorizzazione della redazione, per risparmiare. Poi delle agenzie, idem. Dei comunicati, delle esigenze della società sportiva di riferimento.

Poi dei collaboratori o delle firme in esclusiva o delle persone gradite.

Poi si creano le etichette.

Poi l’idea da sola non va bene. Dev’essere ben scritta. Per ben scritta si intende un esercizio di retorica o una provocazione.

Sicuramente sbaglio io, ma quando intervisto un personaggio, ho piacere di valorizzarlo. Sino a poco tempo fa non facevo sconti a nessuno, adesso a qualcuno lo faccio.

Ma c’è una cosa che non capirò mai, lo sparare contro il personaggio in sua assenza.

Onestamente io preferisco mettere in difficoltà con le domande, se possibile, in tv, radio o su un giornale e sentirne la replica.

Invece assisto da sempre a questo giochino. Davanti al personaggio, domande comode, per ingraziarselo. Dietro, alle spalle, sul proprio media, quando il personaggio non c’è, critiche pretestuose, per portare attenzione talvolta su di sè, sul proprio media.

Mi sono sentito accusare da un quotidiano di fare interviste troppo inginocchiate, di preoccuparmi troppo del gradimento del personaggio.

Semplice, se esagero, il personaggio non si farà mai più intervistare.

Poi ci sono i colleghi, redattori, che diventano biografi dei personaggi. E per far questo, ovviamente, ne parlano solo bene, promuovono l’immagine del personaggio gratis, per ingraziarselo.

Ecco, io ho l’abitudine di inviare i miei pezzi anche critici, ai personaggi. E’ capitato che alcuni sportivi mi chiedessero di evitare l’invio, per non essere disturbarti o perchè non amano la critica.

E poi c’è un altro giochino che non amo. Il personaggio, la squadra di riferimento non si attaccano, invece si attaccano i colleghi, si provoca, si fa il teatrino. Si punzecchia in particolare il collega serio come sono io, si alza la voce. Si fa valere la testata importante che si rappresenta, il ruolo di redattore, di opinionista, di firma.

Ecco, la firma.

La mia sarà tutta invidia, per carità, però non mi fa impazzire la scrittura delle firme. Quel moralismo, quel giochino di parole, quel senno di poi, quel salire e scendere dal carro.

C’è il nuovo acquisto, il nuovo allenatore, quasi tutti ne parlano preventivamente bene. Guai criticare a priori, si rischia l’impopolarità

La popolarità, l’essere paladini a tutti i costi. Quell’andare sempre sui temi che interessano alla gente. Come se la gente sia tutta stupida.

Non ho controllato gli ultimi dati di diffusione dei quotidiani, ho dato un’occhiata ai mi piace. Sono un bell’indicatore. Repubblica sui 2 milioni, Corriere 1 milione e 600, Gazzetta dello Sport appena dietro.

Purtroppo non ho tempo per leggere tutti i giornali – guardo in genere dove collaboro e sono abbonato, è già tanto -, ma quei dati non mentono. Gli italiani hanno ancora voglia di leggere e tanto. Perchè Repubblica è un giornale ponderoso, lo stesso Corriere spazio ne ha, la Gazzetta idem.

Non è vero che non si legge più, che non si ha più voglia.

E poi quella cronaca da bandire a tutti i costi. Sarà perchè io non so fare altro, ma voglio dire, soprattutto nei quotidiani con poco spazio, io prima di tutto metterei i tabellini, con i voti, delle partite di serie A, poi il commento. Va bene, evitiamo il racconto di troppe azioni, però citiamo le azioni principali, il computo delle più pericolose.

I minuti dei gol, delle espulsioni, chi ha procurato l’espulsione, chi ha procurato il rigore.

Se la partita finisce 1-6 e lo spazio sono 10 righe, anzitutto mettiamo chi ha segnato, il minuto e magari chi ha fatto l’assist.

No, c’è questa esigenza assoluta di sorprendere, di interpretare.

Poi, per fortuna, quando vedo le scelte, i personaggi fatti da Repubblica, Corriere, ma pure da La Stampa mi rinfranco. Saranno giornali diversi da dove collaboro – ho collaborato anche lì, ma da anni sono fermo, mantengo solo un contatto con La Stampa -, ma restano i giornali di riferimento. E allora dispiace che idee e tagli che loro realizzano e io propongo dove collaboro non vengano realizzati dove collaboro, tantomeno da me.

E questa cosa di sorprendere a tutti i costi, di divertire, la gradevolezza della scrittura, della lettura. Ma anche se il personaggio è noto bisognerà pure sintetizzarne la carriera, la storia, i numeri significativi. No, vietato.

Una cosa divertente che noto sono i neretti nei pezzi, gli a capi, i capoversi. E la trasformazione di numeri in parole, perchè il numero è arido, non va bene.

Per me è il contrario. In un pezzo di sport vado a vedere i numeri. Il Napoli è a 10 risultati utili di fila, la Sampdoria ha vinto una delle ultime 7 partite. Ecco, se il pezzo è breve, non metto “solo” una delle ultime 7, perchè è sottinteso che sono poche.

Ultima cosa per me fuori luogo, nelle grafiche dei quotidiani più ristretti. Il rafforzativo. Per me basta un aggettivo, il secondo dev’essere diverso, dire qualcos’altro, non ripetere la stessa cosa. Mai scriverei che la partita è gradevole e interessante o che il centravanti è grande e grosso. Invece è lì che si cerca la musicalità. E la ripetizione, io la evito accuramente e magari esagero, li firme insistono sulle stesse cose.

E la mania di dire, per i numeri, per i dati, c’è la tabella, nel pezzo non riscrivere la tabella, non allargarla. Ma perchè? Ma dove sta scritto.

Ma perchè un lettore di sport, anche su un quotidiano politico, non deve impegnarsi a seguire un ragionamento suffragato da numeri, episodi, precedenti. Magari citando tutte le squadre o tutti i personaggi utili.

Io metterei sempre risultati con i marcatori, con i minuti, Le classifiche con i punti, se possibile anche con le partite vinte, pareggiate e perse.

Diciamo che a me piace tanto il giornale sportivo, che ho la mentalità da giornale sportivo.

Il punto è che il lettore sul quotidiano sportivo ha 3-4 pagine sulla serie B, per esempio, sul quotidiano generalista dovrebbe trovare tutti i dati significativi e poi un pizzico di commento.

Ultima considerazione, io vado sempre contro l’abc del giornalismo. PIù il personaggio è famoso, più si fa leggere. Meno il personaggio è noto, più è da evitare.

E non c’è niente da fare. Anche se ha una storia incredibile, niente, la si evita perchè è sconosciuto. Si arriva a dare più spazio al calcio internazionale, a storie grottesche lontane piuttosto che a belle storie di Lega Pro, per esempio.

Allora succede che oggi molti giovani sono laureati, però non hanno voglia di leggere, non amano i pezzi lunghi, che su internet a tutti i costi un pezzo dev’essere corto. O sennò ci sono i pezzi molto lunghi di certi periodici, la via di mezzo è sparita.

Per me sono tutte balle. Il criterio è molto semplice e a catena. Conta il parere dell’editore, del direttore generale, del direttore, dei vice, dei capiredattori, dei capiservizio, a scendere.

Dissentire o perseguire il proprio stile è proibito.

Addirittura c’è un collega della Gazzetta dello Sport che mi rimprovera di fare domande troppo lunghe e filosofiche, in conferenza stampa.

Ecco, in coferenza stampa mi stacco completamente dalla partita ma non va bene lo stesso. Lì devo restare sulla partita.

Sapete che vi dico, io continuo a ragionare con la mia testa. Pubblico sempre di meno ma non mi interessa. Lascio che facciano carriera i presuntuosi, gli arroganti, i tuttologi, gli sbruffoni, i contestatori di professione, i superificiali, i provocatori di professione. Mi tengo le storie, i personaggi.

Invece vedo una comicità dilagante, ovunque. Conduttori che fanno i comici, più comici di certi comici.

Mi tengo le analisi dei grandi, il giornalismo vero. Marino Bartoletti, Rino Tommasi, ma tantissimi ne cito.

Mi tengo Novellino, Mancini lo lascio volentieri a voi. Anche Stramaccioni. Mi tengo Ventura, aspetto che torni Guidolin. Inzaghi ve lo lascio. Posso prendere Montella perchè è davvero molto bravo, lì non ci piove. Qualche eccezione c’è.

MI tengo PIrlo, non Totti, non il Del Piero della nazionale. Il campione va valutato per quanto fa in campo e anche fuori. Ma non perchè fa il coglionista davanti alla telecamera. Per quello bastano i migliori giornalisti. O giornaliste. I fenomeni mediatici.

Le scrittrici. Ne ho presente una in particolare, popolarissima.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.