Compie 40 anni Alberto Bertolini, ex caporedattore de Il Giornale di Reggio, la sua storia di osservatore per un club inglese

bertolini albertoAlberto Bertolini abita direi nel mio quartiere, è un collega che ho sempre ammirato, anche solo per il look e il fairplay. E’ un grandissimo appassionato di calcio e, per Reggio, si è inventato una seconda professione.

Da 7per24, intervista di Andrea Vaccari, caro collega conosciuto alla Gazzetta di Reggio

http://www.7per24.it/2014/06/12/lavoro-con-gli-inglesi-ma-tifo-per-gli-azzurri-parla-il-giornalista-osservatore-alberto-bertolini/

Sabato sera assisterà a Italia-Inghilterra con occhi piuttosto interessati, Alberto Bertolini. Quarant’anni non ancora compiuti, da qualche anno fa parte del squadra degli osservatori del Southampton, squadra inglese di Premier League che ha concluso l’ultimo campionato in ottava posizione.

La sua è una storia tanto bella quanto anomala, dove calcio e lavoro sono arrivati a intrecciarsi come nel più classico dei sogni della maggior parte dei ragazzini. A Reggio Alberto ha lavorato per tanti anni come giornalista – e si occupava, manco a dirlo, di sport – e ha sempre avuto una fortissima passione per il calcio anglosassone. Calcio inteso soltanto non come pura “pedata” ma come movimento: non è un mistero che il tifo e l’atmosfera che accompagna il football di oltre Manica siano molto più stimolanti che in Italia, dove i problemi legati a stadi, ordine pubblico e altri aspetti “critici” hanno fatto scadere di molto la qualità dello spettacolo.

Alberto Bertolini Come nasce il suo amore per il calcio inglese?

“La mia ammirazione verso la Premier – racconta Alberto – ha radici profonde, all’inizio degli anni Novanta quando, anzichè andare in giro con i miei amici in motorino, preferivo seguire le partite inglesi su Tele Capodistria al pomeriggio. Mi sono sempre tenuto informato, ho visto anche partite dal vero e qualche anno fa ho deciso di “buttarmi”. Ho contattato via mail alcuni club inglesi per mettermi a disposizione come collegamento con l’Italia. Non ho certo scritto al Manchester United, la mia squadra del cuore, ma a diversi altri club tra cui il Southampton, una cosiddetta nobile decaduta. Mi hanno risposto dopo un paio d’ore e mi hanno consigliato di inviare la mia candidatura a una mail specifica. Poi mi hanno contattato e, dopo aver superato diverse prove, mi hanno inserito nell’organico. Con il passare del tempo l’impegno è cresciuto, e ogni anno frequento alcuni corsi di aggiornamento. Oggi collaboro con il Southampton in qualità di osservatore per l’Italia”.

Che effetto le fa essere riuscito a coronare un sogno?

“E’ un mestiere gratificante, per chi come me ama il calcio. Nel giro di pochi anni la squadra è passata dalla serie C alla serie A e ho avuto la possibilità di vedere tante partite all’estero, anche di Champions League. Rispetto all’Italia è un altro mondo: in Inghilterra il football è strutturato in modo aziendale e c’è grande condivisione. Le idee vengono prese in considerazione, e si viene coinvolti, gli atteggiamenti snob non esistono.

Un grande esperto di calcio inglese non può evitare di esprimersi sulla partita che si giocherà sabato sera a Manaus.

“Il match d’esordio fa sempre storia a sè. A maggior ragione se si tratta di un grande “classico” come Italia-Inghilterra. Dalle premesse, il rischio è che sull’esito della gara influisca molto di più il clima della tecnica: sono previsti 36 gradi e il 91% di umidità, dati che possono limitare di molto le prestazioni dei singoli, un po’ come avveniva a Usa ’94. Sono due formazioni blasonate, ma che non credo possano rientrare tra le favorite per la vittoria finale. Mi piace la politica del ct Hodgson, che ha dato fiducia a molti giovani interessanti, ma storicamente la nazionale inglese ha sempre faticato nelle grandi competizioni e i giocatori arrivano da una stagione logorante. Anche l’Italia offre spunti interessanti, ma temo che il centrocampo ricco di qualità preparato da Prandelli possa concedere qualcosa sul piano del dinamismo. Il pronostico è molto aperto, faranno la differenza la tenuta atletica e l’attenzione difensiva”.

Che idea hanno di noi gli inglesi?

“Ci rispettano e ci temono. Hodgson conosce molto bene il nostro calcio e si informa molto. Sa quali sono le insidie alle quali la sua squadra va incontro ed è consapevole che, se ci sottovalutano, perdono. Più in generale, gli inglesi amano i campioni al di là dei campanilismi, molto più presenti nel calcio di casa nostra. Ad esempio, vanno matti per Pirlo, mentre invece non stimano troppo Balotelli, riconosciuto come ottimo giocatore ma con troppi alti e bassi fuori dal campo. Dovremo fare attenzione, perchè sono scaltri ed esperti”.

Le manca la professione di giornalista?

“Mi manca per come lo svolgevo fino a qualche anno fa. Mi sono anche tolto delle soddisfazioni e non voglio certo sputare nel piatto in cui ho mangiato. Ma non c’è paragone: oggi ho l’occasione di incontrare persone e culture diverse e di vivere il calcio da dentro. Un conto è raccontarlo, un conto è contribuire a costruirlo”.

Cosa può consigliare ai giovani?

“Non abbiate paura, fatevi avanti. Ci sono realtà lontanissime da noi che potrebbero fare al caso vostro. Servono coraggio, intraprendenza e voglia di fare”.

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