Dal sito dell’assocalciatori, “Il pallone racconta”. Albertino Bigon: “Io, Maradona, il Napoli, l’ultimo scudetto, la longevità da calciatore e il bed and breakfast. Sono felice anche senza calcio”.

Albertino Bigon è uno dei miei personaggi preferiti.

http://www.assocalciatori.it/area-news/2014/il-pallone-racconta-albertino-bigon/
Vanni Zagnoli
A 67 anni, Albertino Bigon segue il calcio dal Veneto. Fa le vacanze sull’altopiano di Asiago (Vicenza), ma da primavera all’autunno scende nel suo bed and breakfast, a Luvigliano di Torreglia, sui colli Euganei, in provincia di Padova. Lì il figlio Riccardo, 43 anni, ds del Napoli, nel 2012 sposò Bianca, mamma di Albertino, 5 anni, e Ludovica 3. E poi ogni inverno va a sciare in Svizzera, a Verbier: Les Quatres Vallèes, sopra a Martigny, dove viveva quando allenò il Sion, è un paradiso terrestre.
Mister, da calciatore ebbe una carriera ineguagliabile, mentre da tecnico toccò l’apice un quarto di secolo fa, aggiudicandosi il secondo scudetto del Napoli.
“Iniziai in panchina nell’86-’87, a Reggio Calabria. Senza togliere nulla alle capacità del presidente Lillo Foti, come imprenditore del calcio cominciò assieme a Pino Benedetto, a tre amici e al sottoscritto. La società era fallita, il titolo sportivo era in mano al sindaco, lo presero in mano in 5 e immodestamente avevo contribuito alla fondazione della Reggina calcio 1986”.
Quanto investì?
“Solo il mio sapere, di un quarto di secolo in questo mondo, soprattutto da calciatore del Milan, assieme all’unica persona rimasta all’epoca del vecchio club, ovvero Franco Iacopino, oggi dirigente del Modena. Da neopromossi in C1, con fondi limitati, arrivammo sesti, la stagione successiva venni chiamato dal Cesena e i dirigenti, da grandi signori, mi concedettero l’opportunità in serie A”.
E così al suo posto si sedette Nevio Scala.
“Consigliato da me ai dirigenti calabresi. Gli lasciai Ivan Carminati, preparatore atletico poi arrivato al Parma e in nazionale, già apprezzato personalmente a Conegliano Veneto”.
Tornò sullo stretto nello scorso decennio.
“Per gli ultimi 3 anni di serie A, come responsabile dello scouting. Viaggiavo in Europa e Sudamerica, su un terreno vergine, per la società. Il progetto saltò per aria con la retrocessione, non c’erano più margini per quel lavoro”.
Del suo Napoli che opinione ha?
“Da un anno Hamsik è sceso di rendimento, eppure incide ancora. Se è in giornata buona, lucida tutti, nel senso che fa brillare i compagni. Soprattutto, con Benitez è cambiato il modulo: prima aveva una sola punta davanti, Cavani, e un guastatore, Lavezzi dunque era libero di correre di meno perchè c’era un mediano in più, adesso deve dare più a centrocampo e i varchi sono più chiusi, con Callejon a destra, Higuain centravanti e Insigne o Mertens a sinistra”.
Walter Mazzarri invece fatica all’Inter, aveva l’abitudine di lasciare l’iniziativa agli avversari…
“Lo considerano precursore della difesa a 3, io allora sono il nonno… La impiegavo 27 anni fa, già alla Reggina, poi a Cesena e nel Napoli scudettato, con Ferrara, Baroni e Renica”.
Vinse anche la supercoppa italiana, nel ’90, da attendista, contro la Juve di Maifredi, seppellita con 5 gol.
“Mi sono scontrato negli spogliatoi, in un Napoli-Milan. Di fronte avevamo i tre olandesi rossoneri, poi Donadoni e Ancelotti: Alemao e Careca, da brasiliani, sono abituati a imporre la manovra, contro i migliori d’Europa però dovevamo aspettare e allora fra il primo e il secondo tempo discutemmo in maniera animata. Vincemmo noi 2-0…”.
Quel secondo tricolore del Napoli arrivò anche grazie alla monetina sulla testa proprio di Alemao, a Bergamo.
“Era il regolamento dell’epoca, non fu colpa nostra”.
Il caso fece giurisdizione, al punto che il Parma perse a tavolino con la Reggina, perchè Cascione era stato sfiorato da una monetina.
“Una situazione analoga che viene ricordata in quelle piazze”.
A proposito, Riccardo alla Reggina ebbe Alessandro Lucarelli, capitano del Parma a 37 anni.
“Non è valido solo per quanto dà in campo, è un uomo spogliatoio, a Reggio Calabria era un cardine. Anche in gialloblù è un grande coagulante. E Luca Gotti, l’assistente di Roberto Donadoni, è stato allenatore anche di mio figlio Davide, oggi 42enne: aveva guidato Riccardo a Bassano, attorno al 2000, in serie D. Il patron era già Renzo Rosso, l’imprenditore del marchio Diesel”.
Dal 2011, invece, la chiamano “Alberghino”, poichè con la moglie Valeria si dedica al bed and breakfast, ovvero letto e colazione, attività turistica rivolta a un pubblico giovanile.
“Abano Terme è qua vicina. Abbiamo riconvertito la casa colonica acquistata nel ’70, quando giocavo nel Milan. Qui avevamo cresciuto i figli: anche Ramani, 36enne indiana, adottata da piccolissima”.
Una scelta di vita eccentrica, per un tecnico che di fatto si ritirò a 52 anni.
“Ci teniamo occupati e arriva pure un ritorno economico. Abbiamo 600 mq con 7 camere da letto, io mi occupo dell’esterno, di apparati elettrici e idraulici. In Veneto il b&b è una moda, l’affluenza è discreta, soprattutto in estate. Chi cerca questa soluzione abitativa è gioviale, sappiamo come accoglierlo e ci fa divertire”.
Gli ospiti sanno che con il Milan vinse lo scudetto della stella, nel ’79?
“Alcuni napoletani mi hanno riconosciuto subito. Turisti normali ci arrivano chiacchierando, magari controllando su internet. Qua sono giunti anche svizzeri, memori dello scudetto e coppa con il Sion, nel ‘97”.
E Riccardo com’è diventato ds di una delle grandi della serie A?
“Da calciatore non aveva sfondato, studiava da avvocato, servivano due anni di praticantato perchè diventasse agente Fifa. Doveva aprire uno studio legale, intanto arrivò l’offerta del presidente della Reggina Lillo Foti. A Reggio Calabria ero capo degli osservatori, Riccardo nella società amaranto lavorò anche con mister Mazzarri”.
Insieme avevano portato il Napoli agli ottavi di Champions League, eliminati dalla finalista Chelsea.
“Ero stato a Londra al ritorno, non andrò più a seguire le partite importanti. Non è scaramanzia, soffro troppo”.
Ma del suo biennio napoletano chi ricorda più volentieri?
“Massimo Mauro era uno dei calciatori più intelligenti, da anni commenta su Sky. Con Alemao ci siamo frequentati anche in Brasile”.
E’ fra gli 8 campioni d’Italia che poi fecero gli allenatori, l’ex regista brasiliano per un breve periodo: Ferrara, Renica, Baroni, Corradini, Neri, Maradona e Zola sono tuttora tecnici.
“Sono convinto di avere inciso nella loro scelta. Anche da calciatore i compagni mi consideravano l’allenatore in campo”.
Altri vecchi allievi che rammenta volentieri?
“I giovani talenti valorizzati al debutto in A, a Cesena: Sebastiano Rossi, portiere pazzo ma dei record, al Milan; l’ala destra Alessandro Bianchi, campione d’Italia con l’Inter, e la punta Ruggero Rizzitelli, arrivato in nazionale”.
Lei invece debuttò solo in under 21.
“Fui in panchina a Wembley, nel ’73, quando il povero Giorgio Chinaglia da destra servì Capello, artefice della prima sconfitta dell’Inghilterra contro gli azzurri. All’epoca io facevo il centravanti arretrato, le punte in nazionale erano più prolifiche: Riva, Boninsegna, Anastasi, lo stesso Long John, pure Savoldi. Successivamente i giovani Paolo Rossi e Graziani”.
In quel suo anno e mezzo con Diego, quante volte la mandò a quel paese?
“A me? Mai. In campo era molto rispettoso, anche in allenamento. Lo esclusi solo a Mosca, nel ritorno degli ottavi di finale perso ai rigori contro lo Spartak, senza subire gol, entrò solo nella ripresa. Da tecnico oggi mi pare avesse trovato un minimo di equilibrio”.
Nel ’91 fu positivo a un controllo antidoping e venne addirittura arrestato, per cocaina. Possibile che lei non si fosse accorto di nulla, in spogliatoio?
“Onestamente no. Ma neanche quando ero capitano del Milan e la squadra retrocedette per il calcioscommesse: all’epoca il presidente dell’Aic Sergio Campana mi convocò per capire, ma io caddi dalle nuvole. Rammento invece le sfide di coppa con certe squadre dell’Europa dell’Est, gli avversari erano talmenti fatti che sbagliavano porta e venivano a cambiarsi da noi…”.
Nel ’97, a 38 anni, la morte per Aids di Giuliano Giuliani, il portiere del suo scudetto.
“Una tragedia terribile. Lo volli con me anche all’Udinese, nel ’92-’93, per quanto penalizzato da problemi a un ginocchio”.
All’epoca salvò i bianconeri friulani, allo spareggio con il Brescia.
“Meritavo di restare, il patron Giampaolo Pozzo non mi riconfermò, il benservito instillò i primi dubbi nella mia mente”.
Da allora non ha più allenato in serie A.
“Non avevo digerito l’esonero, avrei dovuto reagire in maniera diversa. Optai per l’estero: in Svizzera la prima esperienza fu esaltante, non altrettanto nel 2007”.
La Grecia fu la delusione più grande, esonerato a 7 giornate dalla fine dall’Olimpiakos, nel 2000.
“Impegnammo a fondo persino la Juve, in coppa Uefa. In campionato eravamo primi, con tutti i record, di punti e gol segnati”.
Eppure fu licenziato.
“Giocatori e dirigenti erano abituati alla greca, oggi assistiamo alla deriva di un paese bellissimo, dove ho persino acquistato una casa, a Mykonos”.
Certo non con i soldi di quella stagione.
“Firmai un biennale da un milione di dollari, è il sogno di tutti. Ebbi poche mensilità, c’era pure un contratto collaterale mai onorato, perciò feci causa civile. Non potendo più andare davanti alla Uefa, mi ero intestardito nel portare in tribunale il club del Pireo. Al processo produssero testimonianze inventate, sostenevano che arrivassi in ritardo agli allenamenti, ero da solo e non avevo prove per confutare quei falsi, fu lì che ebbi la nausea dal calcio e sino al 2007 restai senza”.
L’ultimo esperienza è stata in Slovenia, 5 anni fa.
“Fu alquanto fugace”.
Non ha voglia di rientrare?
“Farei qualcosa a Napoli, la piazza a cui sono indubbiamente più legato, mi piacerebbe dare una mano al settore giovanile. Peraltro oggi si gioca troppo, tantopiù in tv, tutte quelle dirette saturano. Non si avverte più l’attesa appassionante delle gare chiave”.
Nevio Scala ha vinto sette trofei, da allenatore, contro i suoi 4, eppure il calcio italiano l’ha pure dimenticato.
“Anche Osvaldo Bagnoli e Ottavio Bianchi si sono autoesiliati in anticipo. Trapattoni, come Mazzarri, vive solo di pallone, noi invece sappiamo tirar sera anche senza”.

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