Il debutto di Paolo Martocchia, collega abruzzese: dedicato a tutti i freelance.

Devo essere dell’umore giusto per leggere il pezzo di Paolo Martocchia, collega abruzzese che stimo molto, freelance di là. Perchè ci sono punti in cui mi rivedo e rischiano di demoralizzarmi.

 

di Paolo Martocchia.

C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui la categoria dei freelance ha avuto la capacità e la professionalità di offrire notizie e inchieste di spessore e di qualità a tutto il variegato mondo dell’informazione, destinando ad essa linfa vitale in un periodo in cui l’imminenza della crisi editoriale era sì agli albori ma era già divenuta percettibile dagli addetti ai lavori.
Era esattamente la metà degli anni ’90, anni in cui i giornali e le riviste avevano un trend di vendite discretamente stabile, mentre le radio e le televisioni locali iniziavano ad avvertire le prime difficoltà sul versante del marketing pubblicitario, appannaggio dei grandi brand nazionali. Il top lavorativo del freelance era la domenica, perché gli eventi sportivi che doveva “coprire” erano molteplici, come i media che lo interpellavano durante la settimana. Un freelance con un buon nome e con una rete stabilizzata di media, arrivava a fare anche trenta articoli: con i contatti giusti e con l’ausilio di colleghi preparati che gli passavano un po’ di tutto, riusciva a firmare ovunque: dai quotidiani locali a quelli regionali, passando per i flash alle agenzie, il passaggio alle radio, televisioni, i primi siti web fino ad arrivare ai nazionali. Certo, si poteva pretendere di più a livello finanziario, ma alla fine restava quell’assegno domenicale che ti dava la forza di andare avanti con malcelata fiducia. Era questo il mondo dei freelance, in grado di spaziare un po’ ovunque con la propria firma e/o sigla. E non sono stati pochi i casi in cui i veri freelance hanno dovuto necessariamente firmare con uno pseudonimo o con un’altra firma al fine di non creare malumori nelle redazioni, specie in quelle regioni dove la sua firma compariva in due giornali diversi. Erano i trucchi del mestiere, dettati dalla grande volontà di non perdere una collaborazione. Il freelance capace era in grado di conquistarsi una collaborazione con un grande giornale regionale, dove con il tempo e la fiducia acquisita gli sarebbe stato riconosciuto il rimborso del pasto e i chilometri effettuati con la propria macchina fuori regione. Trattamento ottimo, oggi fuori da ogni logica editoriale.
Durante la settimana, poi, il freelance non andava a mendicare per le vie dell’antica Roma augustea, ma studiava i format e il taglio dei giornali per poi creare dal nulla notizie e inchieste immediatamente pubblicabili. Il freelance aveva in pratica sostituito a tutti gli effetti il corrispondente, una figura storica del giornalismo di cui si sono avvalsi un po’ tutti i media. Aveva l’adrenalina il freelance, dettata anche dalla sua giovane età: era tutto appassionante, ma anche spaventosamente fragile. Quando la legge impose l’iscrizione alla gestione separata dell’Istituto di previdenza, i freelance iniziarono a porsi delle domande (“Parlano di pensione, incredibile”); ad esse fecero seguito dei dilemmi, derivanti dal fatto che molti editori avevano iniziato a diminuire il compenso sulle “prestazioni occasionali”. Domande e dilemmi trovarono sfogo nell’avvento del web, agli inizi del terzo millennio, quando la figura del freelance si vide compresso dalla “notizia in tempo reale” che quasi tutti i siti e portali iniziarono a pubblicare online. Era l’inizio della fine.
Nacque allora un altro freelance, che si dedicò anima e corpo ad alcuni settori specifici del giornalismo: in pratica si specializzò. Dunque, altro studio del prodotto editoriale e altra strada da percorrere. In questo periodo il freelance usufruì del web per cercare notizie che le redazioni non avevano: dopo averle inseguite, le lavorava, le proponeva e infine le pubblicava. Non era facile scrivere su tematiche che non aveva mai affrontato, ma con la perseveranza ed una buona dose di sfrontatezza riuscì a farsi strada. Certo, le redazioni pretendevano massima professionalità, nel senso che il pezzo che il freelance inviava doveva essere pubblicabile subito e non soggetto ad alcune sbavature. Il freelance lo sapeva, e “cucinava” il pezzo già pronto per la stampa. Poi, arrivavano le sorprese, che altro non erano che cattiverie gratuite di coloro i quali stanno seduti e non apprezzano gli sforzi di nessuno. Alcuni esempi: se firmava su un quotidiano nazionale arrivava l’accredito per un…pacchetto di sigarette; la stessa cosa dicasi per pezzi di spessore: il freelance deve ricercare una sentenza per il settore preposto: proporla, studiarla (per bene), redigerla (con dovizia, perché sono 30 righe), controllarla, inviarla. Alla fine ti arriva l’assegno da 21,29 €: una mazzata ai tuoi studi e alla tua professionalità.
Ci sarebbero ancora tanti, troppi esempi da mettere per iscritto, ma il freelance inizia ad avvertire la crisi come le aziende editoriali con le quali collabora.
Soprattutto con i locali, che “offrono compensi da fame”, secondo il dettame del libro bianco pubblicato sui freelance, per i quali, ovviamente, non si è mai parlato mai di contratto, di un reddito minino tabellare (lo hanno fatto solo ora quando non scrive più nessuno..). Iniziano i tagli, e i primi ad essere fatti fuori sono proprio loro in quanto tutelati meno di zero. Non bastano più notizie “uniche” nel loro genere: le aziende non destinano più fondi per i collaboratori, e il freelance fa ancora un passo indietro.
L’inizio della fine coincide con il primo decennio del terzo millennio: i services, le agenzie, e tutte le altre strutture che si occupano di media riescono a coprire tutti gli eventi grazie ad una fitta rete di giovani collaboratori che desiderano entrare nell’orbita del giornalismo con il precipuo intento di ottenere il tesserino (con il quale, poi, che faranno?).
Il freelance chiude bottega, definitivamente, e traccia l’ultima strada: quella dell’autonomia, prettamente locale. Dall’alto della sua professionalità, inizia a produrre un altro dei tanti free press che si trovano in giro, armandosi di blocchetti di ricevute per le pubblicità. Pare andare discretamente, ma è solo una pia illusione. La crisi che investe l’economia si ripercuote anche sul suo lavoro: scoraggiato, chiude anche questa iniziativa.
Il mercato editoriale è morto, occorre solo seppellirlo. Non ci sono più sbocchi di lavoro in nessun giornale o rivista o radio o televisione d’Italia. E se alcuni, profondamente delusi dal sistema, preferiscono dimenticare tutto autoespellendosi dall’Ordine, altri si chiedono le motivazioni del perché si sia arrivati a cotanta disgraziatissima situazione. Riflette, ne parla con i sindacati, chiude la posizione Inpgi, abbandona tutte le collaborazioni e inizia a scrivere pro domo sua: scrivere è la sua vita e lo farà anche sul pezzo di carta utile per arrotolare il pane. Ora il freelance, che è sempre informato sul suo settore, ha saputo che hanno fatto una legge per il minimo tabellare sui pezzi. Ma è troppo tardi, proprio perché non si riescono più ad avere collaborazioni. Per il freelance, si tratta della tipica contraddizione italiana. Non viene più ascoltato da nessuno: nemmeno da quegli editori a cui ha dato la vita e che nel momento in cui c’è stato l’avvento del web non sono stati in grado di proporre una legge di regolamentazione a tutela di tutti i mass media. Ora leggano le notizie sul pc.

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