Il giro d’Italia dei ristoranti

Silvia e Vanni Zagnoli

 

 

A parte il giornalismo, che occupa larga parte della nostra vita, abbiamo la passione del turismo gastronomico e così è nata l’idea di una collezione originale, con una decina di raccoglitori occupati dai bigliettini da visita dei ristoranti testati.
Chiunque può conservare quei promemoria con nome del locale, indirizzo, numero di telefono, giorno di chiusura e negli ultimi anni sito internet e posta elettronica, in Italia sono migliaia i collezionisti del genere o simili, la differenza è che noi siamo stati in ogni esercizio visitato. Almeno una volta. Anzi, una sola, poichè altrimenti come si fa ad alimentare questa raccolta da record?
E poi è una regola di sopravvivenza, non torniamo mai nello stesso posto (a meno proprio di fare un torto ad amici o a cene aziendali in cui non possiamo decidere noi dove), così diminuisce la tentazione del mangiare fuori e ingrassare. Passando la vita di fronte a una tastiera, a raccontare lo sport degli altri, è ovviamente molto facile.
La passione è iniziata per caso, nel 2002, quando Leonardo Alloro, psicologo affermato di Albinea, vedendo chi scrive (Vanni) depresso per quel posto fisso che mai sarebbe arrivato, suggerì di andare a mangiare tartufo, nel Mantovano. “Basta erbazzone reggiano, gnocco, pizza e piadina romagnola, punta sulla qualità di quanto mangi e fai attenzione alla quantità”.
E così nacque l’idea di visitare ristoranti in sequenza, a ritmo variabile, partendo da Reggio e muovendoci come a raggiera nelle province vicine e nei posti di villeggiatura.
Come fossimo un po’ i Paola e Gianni Mura della Bassa, con la differenza che loro sono famosi e noi no e comunque di gastronomia non abbiamo mai scritto perchè ci sono specialisti per le riviste di settore e perchè a livello locale non è valorizzato chi professionalmente ha ribalte nazionali.
La raccolta è in doppia copia, un megabustone contiene centinaia di biglietti da visita alla rinfusa, un’altra è ordinatissima da Silvia e diventa mostra itinerante, già ospitata da due gelaterie reggiane, la Nona Strada di Cadè, in direzione Parma, e la cremeria Capolinea, vicino al centro. Ora si è trasferita a La Ciliegia, da Mimmo Simonini, fuoriclasse dei gusti di frutta.
Un 40% dei bigliettini è di Reggio e provincia, comprende anche semplici pizzerie, il criterio dei viaggi è sempre stato nel rapporto distanza – qualità e naturalmente tempo libero.
Negli anni si era aggiunta anche una piccola collezione del buon ricordo, ovvero autentici piatti da appendere in casa con la raffigurazione delle ricette storiche, del locale o della terra in questione. Sono 15-20 per regione, per avere il piatto in omaggio è comunque indispensabile ordinare proprio quello e ha una maggiorazione sensibile che vale da rimborso spese per il ristoratore che aderisce al circuito.
Mantova è fra le capitali gastronomiche, con trattorie e pure ristoranti di classe, tortelli di zucca guarniti in mille maniere e la tradizione della torta sbrisolona.
Indimenticabile il viaggio a Canneto sull’Oglio, dal Pescatore della famiglia Santini, tre stelle Michelin di riferimento da 20 anni. Lì ci siamo presentati come giornalisti, dopo avere peraltro già intervistato la signora Nadia per un quotidiano e allora il marito Antonio ci ha offerto il vino – al massimo ne beviamo un calice dolce, rigorosamente sempre diverso – e pure i dolci. Il ricordo più bello è la copia del menu omaggiata e un’altra sorta di pergamena da appendere.
Va detto che molti ristoratori sono affabulatori seducenti, raccontano i piatti, in particolare ai giornalisti, e coinvolgono facendo sentire chiunque ospite di riguardo. A prescindere dalla spesa. In senso assoluto elevata, per noi di meno rinunciando al vino per i miei problemi di stomaco e limitando spesso l’ordinazione a 3, massimo 5 cose in due.
Spesso sul finire del pasto – generalmente per noi sono state cene – lo chef passa a salutare e per noi è sempre un momento molto lieto. E’ come quando in sala stampa, seguendo tanti avvenimenti sportivi, si affaccia il grande allenatore o il campione, i ristoratori italiani segnalati nelle guide emozionano quanto fuoriclasse della palla.
Quei memorabilia che collezioniamo con tanta passione spesso raffigurano il simbolo del locale (a Mantova l’Aquila Nigra per l’appunto lascia un’aquila nera, il Grifone Bianco idem) o del paese o un paesaggio, come il Bersagliere di Goito.
Esistono bigliettini minimali (l’osteria da Bortolino a Viadana lascia come un pezzetto della vecchia carta da pacchi) e da eruditi: l’Ambasciata di Quistello, dei fratelli Tamani, ha la dicitura in latino “Hoc erat in votis”, per la quale il dizionario è utile.
Quei cartoncini da non buttare affascinano anche solo perchè propongono un tema nella faccia anteriore e sul retro una variazione o un particolare. Avvicinandoci alla cassa chiediamo regolarmente: “Per favore, 3 bigliettini da visita”. “Gliene dò anche di più, tenga pure”. “No, al massimo 4, gli altri non mi servirebbero”.
Due sono per la nostra doppia raccolta, un altro per i libriccini del dottor Alloro ordinati dalla moglie Pace (“Niente pizzerie, però”) e il quarto era pensato per un parente o un amico che inizialmente condividevano la nostra passione.
In zona siamo troppo precipitosi nelle degustazioni, appena apre un locale nuovo – o almeno si ripropone cambiando nome –, corriamo subito a provarlo ma poi restiamo delusi perchè i bigliettini sono ancora in stampa o ci lasciano pubblicità grandi non catalogabili. In terra virgiliana c’è proprio attenzione al tartufo, al punto che un ristorante porta questo nome, a Revere.
La provincia di Brescia va in doppia cifra con gli stellati Michelin e tanti si distinguono anche per l’amenità del luogo: l’Esplanade di Desenzano del Garda sul bigliettino ritrae proprio il lago. Del Gambero di Calvisano ricorderemo sempre 3 magnifici carrelli di formaggi, stesso flash per Miramonti l’Altro di Concesio. Visitammo i Gualtiero Marchesi, ad Albereta un lunedì di Pasqua, ricordiamo le scalinate e la disposizione dei tavoli. Villa Fiordaliso ha locali splendidi, la Rucola di Sirmione è un locale intimo, il Capriccio di Manerba seducente come Il volto, sul lago d’Iseo. Della locanda Leon d’Oro di Pralboino memorizziamo il dialogo con il proprietario, proseguito a lungo in mezzo alla strada, vicino alla piazza.
Alcuni nomi intrigano, come la trattoria Artigliere, e rappresentano così la prima forma di pubblicità. Come l’osteria di Porta Cicca a Milano.
Al luogo di Aimo e Nadia, il signor Aimo racconta come ha vinto una grave malattia, di Cracco Peck rammentiamo una doppia visita: al ristorante e poi allo spaccio limitrofo, vicino alla sede de Il Giornale, con un gelato al cremino da urlo e Paolo Villaggio in chimono a fare la spesa. E poi il noto Sadler, Armani Nobu con il pesce crudo, al “Treno di mezzanotte” l’ambiente ricorda proprio un vagone. Splendidi anche il Teatro alla Scala (il marchesino, appunto del maestro Gualtiero) e Trussardi alla Scala, il Joia, la vecchia gloria Savini con il risotto allo zafferano.
Al Serendib (cucina dello Sri Lanka) incontrammo il barbuto artista di Elio e le storie tese che imita benissimo Ivano Fossati. Ecco, quando ci capita di imbatterci in personaggi noti, non sempre abbiamo il coraggio di avvicinarci e presentarci, perchè magari non ha piacere di essere interrotto. La tavola è sacra per molti. E poi non dimenticherò mai quella volta che all’autogrill, nel Bolognese, mi avvicinai all’attore Claudio Amendola, chiedendogli l’indirizzo mail, come giornalista freelance e rispose: “No, guardi, non interessa”.
In Liguria hanno fantasia e qualità, a Santa Margherita Ligure c’è il piccolo ristorante Ardiciocca, poi O’ Magazin, a Portofino colpisce Da O’Batti.
In Veneto troviamo l’esoso Quadri, in piazza San Marco, a Venezia, ma la stessa famiglia Alajmo ha pure Le Calandre, a Rubano (Padova), tre stelle con Massimiliano insignito a 27 anni. Al Vodo di Cadore c’è il suggestivo al Capriolo. “Ogni tanto si ferma l’allenatore dell’Udinese Francesco Guidolin – racconta il titolare -, magari durante una tappa in bicicletta, mangia sempre poco, nè parla tanto”. A Marano Vicentino El Coq con un 26enne chef neostellato. In Romagna, la Frasca da Castrocaro Terme (Forlì) si è spostata a Milano Marittima, naturale la proposta della piadina e della mora, inteso come salume.
Il pane, appunto. Indimenticabili le 7 specialità differenti messe in tavola da Paolo Teverini. Ho l’abitudine di saziarmi già con le entrate e soprattutto con i panini, spesso dai sapori particolarissimi, e sempre voglioso di abbinarli all’olio, che chiedo espressamente assieme a un piatto vuoto. Poi di ordinare un primo e un dolce, talvolta bissati. Al punto che il dottor Alloro mi irride: “Imita tua moglie, che prende pesce o talvolta carne. I primi e gli ultimi alzano il livello degli zuccheri, sei predisposto al diabete…”.
Fra le ultime tappe del nostro pellegrinaggio per ristoranti c’è stata l’enoteca Pinchiorri, a Firenze, con la signora francese Annie Feolde. Lì andammo alla vigilia di San Valentino, l’anno scorso, per fotografare il menu. Memorabile una bottiglia d’acqua americana dal costo di 150 euro, per i cristalli Swarovski.
Di una vacanza a Rodi, isola ellenica, ricordiamo la feta, lo yogurt greco e piatti tecnici molto abbondanti magari a base di verdure. Di Capo Verde la capoeira e le acconciature: “Metà testa con perline” aveva un prezzo “Tutta testa con perline” non veniva proprio il doppio ma quasi.
A Miami Augello’s, con un barese capace di coinvolgere come direttore artistico Umberto Smaila ex Vicolo Miracoli e una colazione minimalista, per 15 euro a mattina. Ma di questo vi racconteremo magari in una puntata futura. Magari anche con il racconto del resto della penisola in bigliettini. Perchè collezionarli è come girare l’Italia in miniatura di Viserba, in Romagna. C’è il meglio in poco spazio e i ricordi emozionano.

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