La catarsi assoluta, ascoltando Sinisa Mihajlovic. La commozione in sala stampa, ci si improvvisa esperti di medicina.

Sinisa Mihajlovic prima della malattia

Vanni Zagnoli

Qui ci si emoziona come in paradiso. A Bologna, come quella squadra che giocava come in paradiso. Sinisa Mihajlovic fa commuovere, tutti. Parla della moglie, dei figli, del fratello, della madre che è in Serbia. Dei test, del trapianto, della pazienza di oggi. Fa piangere, tanti, a prescindere. Sinisa sa, adesso, come tanti di noi, cos’è la vita vera, “Più bella cosa non c’è”. “Io sono ancora qua”, come dice Vasco Rossi.

E’ una lezione ai disoccupati, a chi è malato di depressione, a chi soffre per il mal di vivere. “Spesso nella mia vita sono andato oltre le mie possibilità”.

Sinisa era amatissimo da giocatore, lo è ancora di più da allenatore. Era al top, con il Bologna, adesso è al top della vita, forse. E’ come fosse un papa, una rockstar, la malattia azzera tutto e tutti. Le figlie, la grinta, la reazione alle sconfitte.

Sinisa è. Come tante persone che stanno male e reagisce, l’unica differenza sono i riflettori.

Senza la super rimonta della scorsa stagione, forse sarebbe stato esonerato. Chissà cosa gli capiterebbe se venisse accantonato. “Ma ho imparato l’arte della pazienza”.

Sinisa è. Il papà, il fratello, l’uomo che tutti noi vorremmo essere, in quelle situazioni. Si va a dormire e non si sa come ci si risveglierà. Si entra in ospedale e non si sa quando si uscirà.

Sinisa anche da malato è duro, con i giocatori. “Diamo il 200%, sennò sono cazzi amari”.

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