Libero, la doppia intervista a Andrew Howe e alla mamma Renè Felton, la versione integrale, preparata per la vigilia dell’Europeo

felton-howeQuesta è la prima stesura dell’intervista ad Andrew Howe e alla mamma Renè Felton uscita il 12 agosto su Libero. Naturalmente c’erano stati tagli, prima dell’inserimento in pagina. Avevo dimenticato di inserirla qui.

Vanni Zagnoli
E’ la settimana più importante della stagione, per l’atletica mondiale. A Zurigo iniziano gli Europei con 82 azzurri, manca l’unica medaglia mondiale di Mosca 2013, la maratoneta Valeria Straneo, argento. Resta a guardare anche il personaggio più noto dell’ultimo decennio, Andrew Howe. Mediaticamente, per questo sport valeva quanto Mario Balotelli, rispetto al quale peraltro è molto più simpatico e meno bisbetico. Doveva essere il Carl Lewis italiano, competitivo nella velocità (staffetta compresa) e nel lungo, nel tempo si è perso per gli infortuni e così da 7 anni il suo palmares ai massimi livelli è fermo a due medaglie nel 2006 (oro europeo a Goteborg e bronzo mondiale indoor) e all’argento di Osaka (Giappone ’07). Per Libero, accetta di raccontarsi assieme alla madre Renè Felton, 54 anni.
Andrew, intanto come sta?
Andrew: “Ho una leggera sciatica, che mi impedisce di essere competitivo questa settimana, perciò ho rinunciato ai 200”.
Renè: “Credo sia saggio non forzare, per evitare ricadute, come in passato. Comunque mio figlio si sta allenando, ogni tanto stacco per una giornata”.
E’ dal 2010 che cerca di ritrovare una condizione accettabile…
A.: “Da un anno, le sensazioni sono molto buone, gli allenamenti parlano chiaro”.
R.: “Si spera sempre che ritrovi lo smalto antico”.
Quanto rammarico c’è, per il tempo perduto?
A.: “Fa parte del gioco, è chiaro. Di fatto ho perso 6 anni, cercando di andare appresso a queste problematiche fisiche. Peraltro, sono contento per come ho recuperato, il percorso è positivo”.
R.: “E pure concordato con la federazione”.
Nel 2016 avrà 31 anni, ha speranze di una medaglia olimpica, a Rio de Janeiro?
A.: “Lavoro per essere presente, prima di tutto, nel lungo o nella velocità”.
R.: “A Pechino 2008 venne eliminato in qualificazione, nel lungo, mentre a Londra fu assente per infortunio”.
Era tornato in azzurro un anno fa, a Valence, in Francia, per i “Decanation”, dopo avere saltato i mondiali di Mosca.
A.: “L’impatto era stato buono, con le dieci nazioni più forti al mondo, nelle specialità del decathlon. La mia ultima volta con la nazionale era stata proprio agli Europei di Barcellona 2010, quinto”.
R.: “I test stagionali sono stati discreti, c’era la speranza di vederlo protagonista in Svizzera. A questo punto speriamo lo sia fra un anno, ai mondiali di Pechino”.
Perchè quel lungo stop?
A.: “Mi ero rotto il tendine d’Achille della gamba sinistra, 3 anni fa, in allenamento a Rieti”.
R.: “Si temeva fosse la fine della carriera, considerati anche i gravi problemi ai bicipiti femorali, accusati 4-5 volte. E’ un traguardo che sia ancora in attività e veicoli qualcosa di importante per il futuro”.
Il suo personale è di 8,47, sarebbe ancora una misura di livello?
A.: “Sì, perchè un anno fa il bronzo mondiale fu a 8,30 e il titolo a 8,56”.
R.: “Peraltro resta lontano, da quei balzi”.
Era depresso, per l’inattività?
A.: “Avevo attraversato momenti molto particolari, comunque mi allenavo sempre, almeno il resto del corpo, per tenere il cervello impegnato e non soffrire per la mancata partecipazione alle gare”.
R.: “Fa sempre di tutto per non pensare alle occasioni sfumate”.
Che spiegazione vi siete dati, a tutti questi guai, inconsueti per un ragazzo di colore, teoricamente con fibre muscolari più forti di un bianco?
A.: “Probabilmente è proprio una mia fragilità a livello fisico, non riuscivo a reggere allenamenti intensi”.
R.: “Tantomeno sui 200. E allora il doppio impegno risultava insostenibile, per le sue gambe. Peraltro assieme a me c’è sempre stato l’allenatore Claudio Mazzaufo, inoltre l’aeronautica ci è sempre rimasta vicina, in qualsiasi periodo, con un apporto eccezionale”.
Se Fabrizio Donato a 36 anni è stato bronzo olimpico a Londra, Howe può ancora essere primattore?
A.: “Per la verità, il mondo non aspetta nessuno. E avrò giovani leve da cui guardarmi. Mi reputo ancora giovane, ho la maturità per risalire. Il 2020? Forse sarebbe un po’ troppo, al momento è lontanissimo”.
R.: “Intanto, questa settimana seguiamo gli Europei. Ci puntavamo, non resta che guardare ai prossimi, Olanda 2016”.
La sua ultima competizione di rilievo fu nel maggio di due anni fa: due nulli, a Doha, in Diamond league. A 27 anni, aveva ipotizzato di smettere?
A.: “Ci ho pensato un paio di volte, proprio nel 2012, anche durante l’Olimpiade. Poi ha prevalso l’agonista che c’è in me”.
R.: “Non molla. Velocità e salto sono la sua vita”.
Con quali nazionali è amico?
A.: “Pochi ma buoni: la pesista Chiara Rosa, gli staffettisti Collio, Cerutti e Riparelli, i triplisti Donato e Greco. Daniele Greco ha gran voglia di riscatto, dopo l’infortunio nel riscaldamento delle qualificazioni, ai mondiali di un anno fa: sono gli imprevisti del nostro sport, per chi tira sempre al massimo, al limite dello sforzo sopportabile per i muscoli”.
R.: “Mi auguro che Greco arrivi in Svizzera ancora più preparato e che conquisti la medaglia meritata dal suo talento, perchè già a Mosca era alla sua portata. Tifiamo per gli azzurri, in questa rassegna. Hanno un buon ct, Massimo Magnani: è una persona molto corretta, l’uomo giusto perchè in futuro l’atletica torni a fare grandi cose”.
L’ultimo italiano campione del mondo è stato Giuseppe Gibilisco, a Parigi, nel 2003.
A.: “A 35 anni, è ancora in gara. Questo testimonia la difficoltà dell’Italia ai massimi livelli”.
R.: “Il nostro sport peraltro è in leggera risalita, dopo i balbettii delle gestioni precedenti. Anche solo entrare in una finale olimpica o iridata è difficile, subiamo la pressione e la concorrenza, con 272 paesi presenti all’ultimo mondiale. Tanti oriundi sono diventati italiani per il piacere di esserlo, prima che per inseguire una medaglia per il nostro paese”.
Andrew che origini ha?
A.: “Sono figlio proprio di Andrew Howe, calciatore statunitense di origini tedesche, con nonni scozzesi e la nonna paterna irlandese, mentre l’altro nonno era mezzo austriaco e tedesco”.
R.: “Io ero una discreta ostacolista afroamericana, con una trisavola del Camerun e il bisnonno indio, della tribù dei piedi neri”.
Perchè Balotelli l’ha soppiantata, come simbolo degli italiani di colore?
A.: “E’ un calciatore e la sua visibilità va ben oltre il protagonismo dell’atletica. Gioca anche due volte la settimana, mentre noi al massimo abbiamo 8 gare di rilievo l’anno”.
R.: “Mio figlio conobbe Mario nel 2009: 5 anni fa andò ad Appiano Gentile, a farsi curare dal dottor Franco Combi, allora medico dell’Inter”.
Il privato, invece, come va?
A.: “Sono fidanzato con Giuseppina Palluzzi, 27 anni, pure di Rieti. Era una velocista, da 100 piani, ora fa il praticantato da avvocato”.
R.: “Mi pare una bella coppia, almeno l’Andrew uomo è felice”.

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