Il mestiere di allenatore 2.0. Niente fairplay nei cambi di panchina e stipendi al ribasso

ballardiniQuesto pezzo era pensato per un quotidiano nazionale, intanto l’ho aggiornato e pubblicato qui.

VANNI ZAGNOLI
Mors tua, vita Pea. Viene da parafrasare così, il cognome di un allenatore di serie B, Fulvio Pea, esonerato dalla Juve Stabia e ora in cerca di rilancio in Lega Pro, al Monza.

“Mors tua vita mea”, dicevano i latini e la massima rispecchia il mestiere dell’allenatore 2.0. In Italia sono 500 e a primavera si erano ritrovati a Coverciano per attribuire i premi ai migliori della scorsa stagione, da questa invece le panchine professionistiche restano poco più di cento, poichè sparisce la Seconda divisione, ex C2.

Si torna alla vecchia serie C a tre gironi, come 35 anni fa, dunque a decine finiranno fra i dilettanti, in serie D. Per esempio Giancarlo D’Astoli per una vita in Prima divisione, con esonero in B al Treviso, nello scorso biennio ha guidato la squadra del paese dove abita, il Lentigione, in Eccellenza.

Mors tua vita mea, allora, e si gufa in silenzio per trovare una squadra. “Preferisco non rilasciare interviste – ci rispondeva regolarmente Davide Ballardini -, so che mi pensa ma io la prossima volta che mi chiama mi auguro di ritornare a lavorare”.

Il “Balla” da un decennio è sempre in pista, subentrato, esonerato, richiamato e sempre salvo. Escluso nell’ultima stagione, a Bologna.
Ogni volta che c’è un cambio di panchina si immaginano gli auguri, telefonate fra chi arriva e chi va, un passaggio di consegne affatto formale, considerato che il licenziato resta comunque alle dipendenze della società. Invece in genere i due soggetti si ignorano.
Eusebio Di Francesco aveva ripreso la panchina del Sassuolo dopo il sollevamento di Malesani, al Mapei stadium si era ripresentato con il successo sul Catania, in conferenza stampa era il momento ideale per chiedergli di quel doppio passaggio con il collega. “Ci conosciamo poco, non ci siamo sentiti”.

Ciascuno ha il proprio staff, anche numeroso, ma è singolare che al momento di staffettare non venga pronunciato neppure l’in bocca al lupo.

A due terzi di stagione, Stefano Vecchi era stato licenziato da Carpi nonostante un buon campionato, da matricola per entrambi. Ha ricevuto la nostra chiamata di auguri, non l’ha fatta all’erede Bepi Pillon. “Mi telefonerà lui, eventualmente…”. Okay, sarà forse troppo pretendere che chi perde l’incarico tifi per il collega, ma almeno un messaggio formale… Niente.
Accade così che un tecnico di serie B ci riveli particolari pretendendo l’anonimato. “Due anni fa, quando sono stato esonerato, ho lasciato al subentrante il plico con i risultati dei test fisici, da un dirigente il gesto è stato considerato di arroganza estrema”.

A noi sembrava il minimo, mettere a disposizione il lavoro fatto del successore. Tre anni fa lo stesso allenatore vincendo una gara fuori casa causò l’avvicendamento del collega. “Gli mandai un messaggio di solidarietà, ero dispiaciuto perchè aveva giocato bene. Da allora siamo diventati amici: se la domenica vado nella sua regione a vedere una partita di calcio lo avviso cosicchè mi raggiunga. Ma è l’unico allenatore con cui ho un vero sodalizio”.
A questo punto viene il dubbio che le strette di mano a centrocampo fra gli allenatori prima delle partite siano solo per i fotografi. “Spesso sono finte”.
Nando Orsi era nello staff di Roberto Mancini, nel 2007 venne chiamato al Livorno, direttamente in serie A, dopo stagioni e tecnico dei portieri e da vice. Sostituì Arrigoni che pure era in zona salvezza e centrò facilmente l’obiettivo.

La stagione successiva cominciò con 2 punti in 7 partite, subentrò Camolese e rese gli amaranto più competitivi pur mancando la permanenza. Incontrammo Orsi in tribuna, a Parma, faceva il commentatore per Mediaset premium e di fronte ai numeri che lo condannavano, rispetto a Camolese, reagì con una smorfia emblematica, come a negare la superiorità del collega. Esistono allenatori che fingono di non ricordare i numeri negativi, altri che non si considerano retrocessi neanche quando vengono licenziati a classifica compromessa.
Claudio Foscarini è il fedelissimo del calcio italiano, guida il Cittadella da 9 stagioni più 2 di primavera e di recente ha festeggiato le 500 panchine da professionista. “Nessuno mi ha fatto i complimenti, fra i colleghi, nè mi hanno festeggiato in maniera particolare”. Pensavamo a un maggiore spirito corporativo. “Nel calcio non ho poi tanti amici, tantomeno fra i direttori sportivi. Per compiere il salto in serie A occorre anche creare le condizioni per essere chiamati”.
E qui si innesta un altro discorso, di amicizie, di direttori sportivi e procuratori che manovrano il mercato dei tecnici.
“Un decennio e passa fa – rivela Ezio Glerean, ex Cittadella -, l’avvocato Claudio Pasqualin mi invitò nel suo studio per offrirmi la sua procura. Rifiutai perchè non sarei più stato libero nelle scelte”. Cioè avrebbe dovuto accettare giocatori imposti dal procuratori, magari avrebbe dovuto persuadere la società per conto dell’agente.
La voce più estranea al coro è il modenese Stefano Cuoghi, una vita in Lega Pro, con puntata in B al Crotone.

“Nel calcio – riflette – è meglio non dire quel che si pensa, è pericoloso. La verità, la propria verità, magari sbagliata, può creare problemi. Conviene un atteggiamento di assenso nei confronti della società, dei dirigenti anche di altri club, dei potenti. E’ persino insidioso giudicare il lavoro dei colleghi che dal nulla arrivano in Prima divisione o in B o spiegare che una squadra difficilmente si salverà. Porta vantaggi essere accomodanti verso chi comanda”.
“Esistono tecnici pluriesonerati o inchiodati dai risultati che continuano a ottenere chance, qualcosa significherà”, conclude invece la nostra gola profonda. Che pure rivela un andazzo nuovo, per la cadetteria. “Gli stipendi medi si sono notevolmente abbassati, oltre metà dei tecnici della B non va oltre i 60mila euro a stagione”.
Otto anni fa, al Modena, Lino Mutti guadagnava la bellezza di 400mila euro, adesso è fermo e penserà all’allevamento di maiali in mano alle figlie, a Trescore (Bergamo).

Michele Serena non è riuscito a salvare il Padova, nel 2009 pur di debuttare in B accettò un biennale dal Mantova per soli 30mila euro. Avete capito perchè siamo al mors tua vita mea?

 

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