Cinque suicidi in meno di un anno, nel mio quartiere, alla periferia di Reggio

Mah, da quando faccio il giornalista sento discutere molto della materia più delicata che esista, i suicidi. Si danno, non si danno? In genere si dà solo se ha un rilievo tale da non passare inosservato.

Ebbene, con quello della scorsa settimana, in via fratelli Rosselli, dove abito dal ’98, abbiamo raggiunto il quinto suicidio in meno di un anno, in pochi chilometri quadrati.

E’ un dato sconvolgente, a cui va aggiunto un’altra persona che si sarebbe tolta la vita vicino al supermercato nei pressi dell’acquedotto.

Notizie che non vanno sui giornali. Notizie che ho proposto a livello nazionale, dove collaboro, ma invano. Notizie che ho segnalato in questi giorni anche ai media locali, dove collaboro o meno. Notizie che vanno trattate senza superficialità.

Notizie che girano di bocca in bocca, nel quartiere. Lo frequento poco, esco poco, ma chi è contatto con le persone viene a sapere di queste tragedie. E si stupisce di non leggerle. C’è il rischio di emulazione, c’è il rischio di depressione, c’è il rischio di vivere tutti peggio.

Siamo fra la Canalina e Coviolo, alle porte della città.

C’è un qualcosa di incredibile che sta succedendo qui. In fondo anch’io preferisco non saperlo, non pensarci. Meglio che mi concentri sul mondiale di calcio, su temi leggeri che mi piacciono tanto. Meglio mi dedichi ad altro.

Cinque suicidi in meno di un anno in un quartiere, alcuni dei quali lungo la stessa strada, non infinita, su cui incide anche il Migliolungo, dove abito.

 

Notizie frammentarie, neanche indago, visto che non devo scrivere su testate autorevoli, questo è un semplice blog, appena inaugurato.

Che dire. Neanche voglio sapere chi fossero, le età, ho letto la storia dello sfratto.

E in fondo non voglio sapere, non voglio ascoltare le richieste di aiuto, perchè altrimenti mi lascio avvincere dalla tristezza.

Parlavo con un grande ex arbitro, in intervista mi diceva che l’arbitro è tale anche nella vita. Ecco, io sono giornalista sempre, di fronte alla notizia non posso non darla.

Mettiamola così. Le mie fonti – la gente del quartiere – mi auguro siano male informate. Ma sono persone perbene, attente, intimamente sgomente come sono io.

Questa era la città più vivibile d’Italia, 19 anni fa, scrissi anch’io, all’epoca, persino su Tuttosport, con 10 squadre in serie A. E adesso?

C’è tristezza ovunque. Giro di notte, mi guardo allo specchio e dico, ma di che cosa mi lamento? La precarietà mi distrugge, ha distrutto.

La città non può restare insensibile, la città lo sa. Reggio Emilia non è più speciale? Non è il mio orgoglio, vivere qui? Certo, avrei preferito Milano, ma anche Reggio era da bere. Io non ho mai bevuto, ma ci sono famiglie nel dramma. Vicino a casa mia. Meglio che non lo sappia. Meglio che non si sappia?

Meglio che neanche commenti con mia moglie Silvia, meglio tornare a temi meno problematici, meglio lasciar perdere.

Posso dire una cosa? Mi auguro che non sia vero, che la gente del mio quartiere abbia sbagliato, non abbia capito, mi abbia preso in giro, non lo so. Meglio prendere una denuncia per procurato allarme, per dare notizie non verificate, piuttosto che averne la conferma.

Questo è il mio auspicio. Spero in tanti abbiamo capito male, che le voci di bocca in bocca siano storpiate.

All’inizio sembrava fossero tutti lungo via fratelli Rosselli, non è così, ma cambia drammaticamente poco. Una persona è precipitata dal balcone, non si è saputo nulla, la gente qui attorno pensa che sia suicidio. Mica fanno o facciamo i poliziotti.

Da uomo mi auguro che l’unico suicidio sia quello accertato la scorsa settimana. Lo auspico, da da depresso, da ansioso, da inquieto, da ipersensibile, da irrequieto. Vorrei sbagliarmi, con tutto il cuore.

Ma poi succede che la gente mi incrocia per la strada, in bicicletta, al bar, a piedi, e mi chiede: “Com’è possibile che tu faccia il giornalista e tu non sappia o non scriva queste cose. Ma i giornalisti non lo sanno? E’ possibile che nelle redazioni non si sappia?”.

Mah, io credo che le forze dell’ordine cerchino di evitare il più possibile di incupire l’esistenza delle persone. C’è il discorso dell’emulazione, c’è il discorso di un quartiere, di una città, di una regione, di una nazione che prova a ripartire.

Mi auguro di essere  costretto a cancellare questo post, con tutto il cuore.

E poi magari ci sono effettivamente dubbi, sulle dinamiche. Forse non essendoci certezza dovremmo tutti astenerci dal prendere posizione.

Io ho semplicemente ascoltato e dato voce a due persone amiche, che da tempo mi sottolineano il dramma che vive il nostro quartiere.

Speriamo tutti di essere smentiti.

 

2 commenti su “Cinque suicidi in meno di un anno, nel mio quartiere, alla periferia di Reggio”

  1. Ma che ne sai tu dei motivi per cui le persone si suicidano? Anche mia madre è morta suicida giovanissima e non è finito sul giornale. E per fortuna! Le cattiverie che abbiamo subito da quei pochi che sapevano ci sono bastate. Perché alla gente non dispiace se una persona si suicida, per tutti è un pettegolezzo e una cosa di cui sparlare. Io ero solo una ragazzina, tu non hai idea di cosa ci hanno fatto, delle cose atroci che mi hanno detto a scuola. Per i parenti è meglio che non finisca sul giornale, tu non puoi capire quanto sono cattive le persone. Almeno qui dove vivo io, nel civile NORDEST!!!

    1. Non conosco la tua storia, ovviamente. Non si parla di nomi e cognomi, di chi è morto, ma appunto del dato, della storia in sè, del segnale che qualcosa non va. Non solo a Reggio, ovvio.

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