Il Gazzettino, basket femminile. La Famila Schio si fa riprendere dal +15, la Virtus Bologna raggiunge gara4 della finale scudetto grazie al contropiede di Zandalasini, unico vantaggio escluso l’inizio

Sfuma a 20” dalla fine il primo matchpoint scudetto, per la Famila Wuber Schio. Al PalaDozza di Bologna vince 72-71 la Virtus, davanti al presidente federale Petrucci.
Le scledensi allugano a fine primo tempo (13-20), le bianconere stavolta non escono dalla partita e impattano grazie a Cecilia Zandalasini, 4 anni fa campionessa Nba con Minnesota, e a Francesca Pasa, figlia di Daniele, l’ex Udinese, dal 2005 allenatore di calcio in Veneto. All’intervallo Famila avanti 38-40 grazie al trio di lunghe, Gruda, Olbis Andrè e Keys. Nel secondo tempo strappo sul 43-58, con canestro anche di Giorgia Sottana, 34 anni. Il +12 all’ultimo cambio di campo pare garanzia di successo, con superiorità schiacciante a rimbalzo.

L’allenatore Dikaioulakos chiama il timeout sul 57-64, la Virtus rientra a -2 grazie a Dojkic, sbaglia due triple e allora è Sabrine Gruda, francese di 35 anni, a tenere avanti le rosse, con 6 punti: gli assist chiave sono di Sottana e anche Keys realizza. Un raddoppio di Dotto è utile, sul 67-71. Dojkic firma però il 70-71, Sottana sbaglia ma Gruda coglie due rimbalzi. E’ infine Zandalasini in contropiede a firmare l’unico sorpasso. Il canestro sputa il gancio di Gruda, si va a gara4, domani, alle 20,30. Schio paga le troppe perse, per una sera non gioisce il gm De Angelis, ma il trevigiano Massimo Zanetti, presidente della Virtus Bologna, che dal 2019 ha creato anche la squadra femminile. Comunque non dovrebbe sfuggire l’11° titolo alla squadra da un quarto di secolo in mano al presidente Marcello Cestaro, 84 anni, che vanta anche 13 coppe Italia e supercoppe. Resta vicino il triplete nazionale, mentre la bacheca europea è ferma a due coppe Ronchetti e una Eurocup.
Vanni Zagnoli

Da “Il Gazzettino”

Sportsenators.it. Lo scudetto primavera all’Empoli, Tommaso Baldanzi mvp. La carica di mister Buscè dalla tribuna

(corrieredellosport.it)

http://www.sportsenators.it/01/07/2021/lo-scudetto-primavera-allempoli-la-carica-di-mister-busce-dalla-tribuna/

Vanni Zagnoli

E’ il secondo scudetto primavera dell’Empoli, non il 5° dell’Atalanta. Meritato, con un 5-3 inatteso, senza supplementari, con i toscani comunque sempre avanti, a parte l’1-1.

E’ festa per i toscani, capaci di eliminare in semifinale ai supplementari l’Inter, bissano il successo di 22 anni fa, all’epoca c’era Ezio Gelain, in panchina. L’Atalanta aveva prevalso sulla Sampdoria, era alla terza finale di fila.

Cinque a 2 è il computo degli stranieri in campo, almeno di origine, a prevalenza Atalanta, uno di questi, Ngock, tenta subito il colpo da fuori, para il portiere toscano Kvalik.

Sono 865 gli spettatori, compresi osservatori (su tutti Michele Dal Cin, del Monza) e dirigenti (Andrea Catellani responsabile del settore giovanile del Chievo), e tifosi di entrambe le squadre, anche nel settore distinti, prospiciente, da dove alcuni toscani urlano “Odio Bergamo”. Dalla tribuna l’allenatore dell’Empoli Antonio Buscè dà indicazioni alla fase offensiva, tramite la panchina, è squalificato, sul campo ha Francesco Spanò, e i suoi tengono bene, contro i bergamaschi di Massimo Brambilla, reduci da due titoli, e anzi sono insidiosi a metà tempo, da destra. Quarto uomo è una donna, Maria Marotta, che ha debuttato in serie B, come arbitro, nell’ultimo turno, non c’è Var e l’Empoli lo vorrebbe l’espulsione di Ceresoli, anzichè l’ammonizione. Comunque, dalla punizione al limite arriva il vantaggio, tocco laterale di Baldanzi, per l’albanese Asllani, che insacca da fuori, al 28’. Il pari arriva rapidamente, da destra, con il buon inserimento di Sidibe, ivoriano. Tommaso Baldanzi è un piccolo fuoriclasse, per questi livelli, parte in azione personale, a destra, alla Dybala, e riporta avanti l’Empoli, prima dell’intervallo. Si gioca palla a terra, con buone triangolazioni, anche dell’Atalanta, più fisica. A sinistra, peraltro, i nerazzurri lasciano voragini, Ceresoli si lascia sfuggire Ekong, soprattutto è Berto a non chiuderlo e così alla pausa si va sul 3-1, contro ogni pronostico.

“Accorcia, accorcia. E calma”, urla dalla tribuna Buscè, forte del doppio vantaggio. Dimezzato alla ripresa, dal camerunese Ngock, di testa. Stavolta la distrazione difensiva atalantina è a destra, di Grassi, subentrato in avvio a Ghislandi, infortunio che leva compattezza, il 4-2 è di Ekong, doppietta. Continuano le palle gol all’insegna della fisicità dei neri, in campo, Gyabuaa Manu manca il 4-3. L’Empoli rifiata, evita di dilapidare il doppio vantaggio, come accaduto alla Francia e alla Spagna, eppure rischia anche su cross da destra. A 20’ dalla fine espulsi De Nipoti, subentrato, per gomitata, e Pezzola, che l’ha spinto dopo che era già stato cacciato. Buscè chiede calma, gli sfugge una mezza bestemmia, dalla tribuna, vale a tenere alta la concentrazione. All’espulsione diretta di Scalvini, su Baldanzi, lanciato a rete, è proprio finita. Anzi, no, perchè arriva un rigore per l’Atalanta, il tocco di mano è dubbio, Cortinovis dal dischetto segna. Di nuovo l’Empoli replica prontamente, con Tommaso Baldanzi, mvp, alla memoria di Piermario Morosini. Allo scadere persino una traversa orobica. Si finisce con le maschere utili a limitare l’odore dei fumogeni, arrivato anche in tribuna.

Da “Sportsenators.it”

Ilmessaggero.it. Calcio a 5, secondo scudetto per Pesaro, decide la vittoria alle 2 di notte. 20 trofei per Colini e Canal

(ilmessaggero.it)

https://www.ilmessaggero.it/sport/altrisport/calcio_5_secondo_scudetto_pesaro_decide_la_vittoria_alle_2_di_notte-6036103.html

di Vanni Zagnoli

E’ il secondo scudetto per l’Italservice Pesaro, resta campione, dopo il successo di due anni fa, mentre l’anno scorso il campionato venne interrotto per il covid. I marchigiani fanno doppietta, si erano aggiudicati anche la Coppa Italia. 

La finale con Catania è a senso unico, il 7-1 di domenica sera leva ai siciliani ogni possibilità di rimonta. Si era giocato da mezzanotte alle 2, per un guasto tecnico scoppiato vicino all’impianto di Pesaro, e per quello alcuni dei 500 tifosi erano andati a casa. Il ritorno si disputa a distanza di meno 24 ore, sempre al PalaPizza di Pesaro, teatro della final four, finisce 3-2 per i padroni di casa.

Catania è alla prima finale, aveva già compiuto la propria impresa in semifinale, ai supplementari su Dosson, frazione di Casier, in provincia di Treviso, in qualche erede della Luparense, che ha chiuso l’attività dopo la finale del 2018. I pesaresi, invece, avevano superato Eboli per 2-1, nella gara più complicata, già inscenata nella finale di coppa Italia.

Di fronte a 300 spettatori, segna subito Josiko, per i siciliani, il pari è pronto, di Pablo Taborda. Emerge la qualità difensiva dei biancorossi, sempre concentrati. Il tempo passa, Musumeci e compagni non riescono a riaprire la sfida, è comunque utile la mossa di inserire in fase offensiva Baisel, con la maglia del portiere, va a bersaglio su assist di Rossetti. Il pareggio è su errore difensivo di Fabinho, Cuzzolino infila con un bel sinistro.  Chiude la rete di Borruto, rubando palla sulla trequarti.

E’ il trionfo di Fulvio Colini, romano, al 20° trofeo in carriera, al 6° scudetto. Si tratta del tecnico più vincente del futsal nazionale, dalla grinta impressionante, iera sera neanche è servita tanto, date le 6 reti di gap. 

“Catania meritava di più in gara1 – spiega -, ha giocato il miglior futsal, fra le nostre avversarie”. In rosa ha Marco Biagianti, passato dalla convocazione nell’Italia di Marcello Lippi, nel 2009, al calcetto, da ottobre, sempre con i rossoazzurri. 

Capocannoniere dei playoff è l’argentino Cristian Borruto, con 10 gol, davanti a Mauro Canal, brasiliano naturalizzato italiano, entrambi giocano con Pesaro e anche per Canal fanno 20 trofei, in Italia. L’mvp della manifestazione è a Michele Miarelli, il portiere della squadra del presidente Lorenzo Pizza.

Il titolo femminile è andato a Montesilvano, 3-2 a Falconara, contro le marchigiane che si erano aggiudicate la coppa Italia. La società abruzzese era favorita anche al maschile, con il marchio Acqua e Sapone, è uscita ai quarti, contro Catania.

Da “Ilmessaggero.it”

Ilmessaggero.it. Civitanova stravince a Perugia, sabato può festeggiare il 6° scudetto. Gli esoneri non hanno cambiato i verdetti

(ilmessaggero.it)

https://www.ilmessaggero.it/sport/altrisport/civitanova_stravince_perugia_sabato_dovrebbe_vincere_6_scudetto_esoneri_non_cambiato_verdetti-5913918.html

di Vanni Zagnoli

E’ la notte dello scudetto del volley, molto probabile, per Civitanova. Passa a Perugia per 3-0, con parziali bassi, a 20, 18 e addirittura a 14, insomma la Sir Safety sembra aver mollato, dopo essere passato nelle Marche, a sorpresa, domenica.

L’effetto Carmine Fontana è già svanito, non poteva che essere così, perchè il vice da 11 stagioni non poteva essere migliore del (probabilmente) miglior allenatore al mondo, ovvero il belga Vital Heynen, campione del mondo a Torino, con la Polonia, e bronzo nel 2014, con la Germania. L’allenatore dei riccioli bianchi era arrivato per vincere tutto, dopo il triplete realizzato da Lollo Bernardi, che invece nel 2018-19 si aggiudicò solo la coppa Italia. Con l’ex azzurro, il patron Gino Sirci è finito in tribunale, per risparmiare, Heynen gli ha portato due supercoppe, poco, rispetto a quanto sperasse il patron della Sir Safety, anche come azienda. L’impressione era che Perugia avesse giocato contro di lui, per farlo licenziare, con Travica e altri c’era tensione, neanche celata, di certo ha vinto Atanasjievic, l’opposto serbo, capitano, che da un anno non giocava. Dapprima infortunato e poi lasciato in panchina da Heynen, di sicuro ci saranno stati dissapori grossi. Bata Atanasjievic va un anno in prestito in Polonia, ma poi non è detto, dipenderà anche da chi arriverà in Umbria come allenatore. Perugia è vulnerabile nel secondo centrale, Russo, e nel martello Plotnytskyi, la Lube ha due punti meno forti, in sestetto, il centrale Azzurro Anzani e l’opposto del Lussemburgo Rychlicki.

Comunque è in superstriscia. Con Fefè De Giorgi si era aggiudicata l’ultimo scudetto assegnato, due anni, due coppe Italia, la Champions league e il mondiale per club. Fefè aveva perso il quarto di finale, in casa, e per questo è stato sostituito da Chicco Blengini, che si aggiudicò il penultimo scudetto marchigiano, nel 2016-17, assieme alla coppa Italia, salvo poi optare per il solo ruolo da ct.

Sabato, dalle 18, sarà la sera del (probabile) 6° scudetto dell’ex Macerata, accanto a 7 coppe Italia, a 4 supercoppe, al mondiale per club, a 2 Champions e a 4 fra Cev e Challenge cup. Il totale salirà a 24 trofei in 31 stagioni di attività, con partenza da Treia, il paese delle famose cucine.

Poi Blengini riprenderà la nazionale, quasi due anni dopo la qualificazione all’Olimpiade, al primo colpo, e il mancato podio europeo. E dopo Tokyo, o magari anche dopo i successivi Europei, sarà nominato ct proprio Fefè De Giorgi, già tecnico della Polonia. 

Ah, nel frattempo, il 1° maggio ci sarà la superfinal di Champions, a Verona, con i polacchi dello Zaksa favoriti su Trento, e poi la Nations league, a Rimini, eventi organizzati dalla federazione. Intanto Modena si riprende Bruno e Ngapeth, fra gli artefici dell’ultimo scudetto. Si aspetta di conoscere l’ultima qualificata in Europa, nella prossima Champions ci saranno le finaliste Perugia e Civitanova, poi Trento, mentre Monza, quarta, sarà in Cev. Il playoff per la quinta posizione è in corso. Gli ascolti su Raisport sono buoni e anche in radio. Certo è stato più palpitante lo scudetto al femminile, nonostante il doppio 3-1 di Conegliano su Novara, ma con tre parziali tiratissimi. 

Da “Ilmessaggero.it”

Ilmessaggero.it. Conegliano vince il 4° scudetto, in due gare: 1-3, a Novara. Egonu mvp, Caterina Bosetti piange

(ilmessaggero.it)

https://www.ilmessaggero.it/sport/altrisport/conegliano_vince_4_scudetto_gare_1_3_novara_egonu_mvp_caterina_bosetti_piange-5911647.html

di Vanni Zagnoli

E’ uno scudetto annunciato, breve, flash, due a zero e via, con una serie infinita, di successi, 64. Resta il pianto di Caterina Bosetti, una delle sorelle, una delle protagoniste della famiglia simbolo del volley italiano.

Perde Igor Novara e lei spiega che “tante non avranno una seconda opportunità”.

Si brinda, in campo, con lo spumante, sicuramente Maschio, uno dei proprietari del Conegliano, al quarto titolo. E poi un mondiale per club, 7 fra coppa Italia e supercoppa italiana, aspettando la prima Champions, che dovrebbe arrivare il 1° maggio.

E’ dura, comunque, contro le turche di Giovanni Guidetti, modenese esuberante, con il Vakifbank di Istanbul.

E’ una sera entusiasmante, a Novara, con la regia di Mastergroup, con un paio di loro uomini che, come noi, vanno a mangiare da mcdonald’s, a fianco al palaIgor. Non abbiamo visto le 16 suore notate due anni fa, verso Pasqua, per la semifinale dello scorso scudetto, mentre un anno fa il titolo non venne aggiudicato. La suora presidentessa, Giovanna Saporiti, sa perdere. 

Mvp è naturalmente Paola Egonu, 47 punti in gara1, 35 stasera. Le pantere sono state graffianti, sabato notte, in quel set infinito, 40-38, come il primo di stasera, 3-2 sabato e 1-3 stasera: 29-31, 26-24, 18-25 e 22-25. Molto più difficile del previsto, Stefano Lavarini è un piccolo fenomeno, in panchina, alle olimpiadi guiderà la Corea del sud.

Ci sarà un pizzico di festa, immaginiamo, nel trevigiano, stanotte, nonostante il coprifuoco, deve per forza esserci, anche se l’Imoco trionfa con impressionante regolarità.

La premiazione è convidisa fra Lega, Pirola, vicepresidente, presidente di Monza, e federazione, con il nuovo presidente Manfredi, e sfilano le campionesse, Asia Wolosz, polacca, alzatrice, e poi l’olandese De Krujif, la bolzanina Raphaela Folie, centrale, acciaccata, e Miriam Sylla, in banda, con l’americana Hill. Ha spazio Fahr, 20enne cresciuta in Toscana. Gioisce il presidente Garbellotto, gioioscono marito e moglie, sempre una bella fiaba, l’allenatore Daniele Santarelli e il libero Monica De Gennaro. 

Ritroveremo le azzurre della squadra trevigiana alle olimpiadi, l’Italia è forse seconda solo alla Serbia. Va per la prima medaglia olimpica della storia, non arrivasse sarebbe una enorme delusione, dopo 5 assalti a vuoto. Davide Mazzanti sa come evitare ulteriori beffe, dalle serbe. Il movimento chiedo solo questo. Unitamente all’oro maschile. Che però sembra lontanissimo. Domani sera, intanto, a Perugia ci sarà gara3 al maschile, si gioca al meglio delle 5 e siamo uno a uno. Entrambe hanno cambiato gli allenatori, Heynen con il vice Fontana, sconosciuto, e De Giorgi con Blengini. Che poi si daranno il cambio in nazionale, ma dopo Tokyo. Intanto, è super volley. Mancano giusto i tifosi, si fa il pieno di audience, relativa, con Raisport, una buona regia e il commento misurato. Sorriderà, davanti alla tv, Giovanni Carnevali, il manager assoluto del Sassuolo e di lega volley femminile, appunto, con Mastergroup.

Da “Ilmessaggero.it”

Il Gazzettino. Bologna-Inter 0-1, Conte avvicina lo scudetto, bastano altri 19 punti. Sembra Allegri, nel contenimento, e insegue i suoi primati. L’errore di Ravaglia sul gol di Lukaku, l’assist di Bastoni

(corrieredellosport.it)

https://www.ilgazzettino.it/pay/sport_pay/bologna_piu_8_sul_milan_e_mercoledi_il_recupero_con_il_sassuolo_l_atalanta-5877249.html

Più 8 sul Milan e mercoledì il recupero con il Sassuolo, l’Atalanta è già a 10 punti, la Juve a 12 e pure con una partita in meno. Insomma la squadra di Antonio Conte con il successo di Bologna compie un altro passo verso lo scudetto e ha tutta l’intenzione di chiudere in anticipo, proverà a vincerle tutte, per avvicinare quota 100. L’allenatore non riuscirà a superare il suo record alla Juve, dei 102 punti, al massimo arriverà a 98, però cercherà di avvicinare quella quota, per lasciare un segno. 5-4-1 per l’Inter, in fase di non possesso, molto avveduta, concede poco e nel finale spende tre ammonizioni, per evitare rischi. Nerazzurri fisici, attenti sempre nel contenimento. Lukaku arriva al tiro presto, centrale.
“Skov Olsen si è svegliato – diceva alla vigilia Mihajlovic, sempre pirotecnico -, come diceva Sordi nel marchese del grillo”. Con la Danimarca ha realizzato una doppietta contro l’Austria, a 21 anni e 3 mesi è il più giovane a riuscirci in nazionale, con la maglia del Bologna, ha levato il primato di precocità al mito Bulgarelli e avvia una buona azione per Soriano, il centrocampista più prolifico del campionato, dopo Veretout.
L’Inter non ha fretta, Conte chiede di costruire dal basso, incisività quando si parte. Barella va a fare l’ala destra, accanto ad Hamiki, Eriksen resta più interno e calcia fuori una punizione. Il Bologna ha Ravaglia, il terzo portiere, che ne prese 5 dalla Roma, la capolista lo impegna poco per mezz’ora, cade su un’azione da sinistra. Bastoni scambia con Young, supera Skov Olsen e crossa come fosse un’ala, il colpo di testa di Lukaku è forte, la deviazione del portiere laterale e il centravanti infila di piede, è alla 20^ rete, può superare i 25 realizzati all’Everton, il suo record in campionato.
L’Inter stava incrementando il ritmo, il Bologna accompagnava di meno l’azione. Esce per infortunio muscolare Tomiyasu, Mihajlovic si lamenta perchè è stato impiegato nel 14-0 del Giappone sulla Mongolia, entra De Silvestri. Anche Ranocchia arriva alla conclusione, di testa, poi Lautaro avvicina il raddoppio, la sensazione è che difficilmente l’Inter si farà rimontare. Eppure concede due chances nel recupero, Schouten con il destro da fuori non sorprende Handanovic e Soriano tocca fuori da distanza ravvicinata. Nella ripresa Soriano serve Sansone, la conclusione è alta. Le giocate sono individuali ma pregevoli, Eriksen serve Lautaro Martinez, l’argentino mira e coglie il palo. Anche Ranocchia è insidioso, di testa, a 33 anni gioca raramente ma è dignitoso. Soffre un pizzico la velocità di Barrow, che comunque chiude fuori. I rossoblù vivono un buon momento, Sansone chiude fuori, lasciato libero da Brozovic. Gagliardini entra per Eriksen, a dare più forza al centrocampo. L’Inter resta accorta e riprende campo, Lukaku calcia, deviato. Entra Svanberg e tira malissimo, era l’occasione migliore della ripresa, per pareggiare. Conte impiega Alexis Sanchez e Darmian, che danno sprint per il finale. Soumaoro chiude Hakimi, stranamente in ombra. Brozovic perde due palle pericolose, negli ultimi, gli emiliani non ne approfittano, nonostante la verve degli esterni. L’abbraccio fra Conte e il team manager Oriali dà l’idea dell’importanza della serata. La differenza l’ha fatta Lukaku, come spesso. Fosse lui il centravanti del Bologna, magari sarebbe finita 1-0. Sono 9 successi in sequenza, dopo una precedente serie di 8, l’uscita ai gironi di Champions, la mancata finale di coppa Italia vengono compensati da un probabile scudetto che manca dal 2010, dal triplete con Mourinho. Ci sono affinità, con quell’Inter, la compattezza e le individualità. I campioni di 11 anni fa erano superiori, il gioco ora dovrebbe migliorare. L’Inter di Conte sembra la Juve di Allegri, per la capacità di limitare le occasioni altrui.  
Vanni Zagnoli

Bologna-Inter 0-1
Bologna (4-2-3-1): Ravaglia 5,5; Tomiyasu 6 (34’ pt De Silvestri 6), Danilo 6, Soumaoro 6,5, Dijks 6 (35’ st Juwara 6); Schouten 6,5, Dominguez 5,5 (24’ st Svanberg 6); Skov Olsen 6 (35’ st Orsolini 6), Soriano 6, Sansone 5,5 (24’ st Vignato 5,5); Barrow 6. All. Mihajlovic 6.
Inter (3-5-2): Handanovic 6; Skriniar 6, Ranocchia 6,5, Bastoni 7; Hakimi 5,5, Barella 6,5 (47’ st Vecino ng), Brozovic 6, Eriksen 6,5 (16’ st Gagliardini 6), Young 6 (26’ st Darmian 6,5); Lukaku 6,5, Lautaro 6,5 (26’ st Sanchez 6,5). All. Conte 7.
Arbitro: Giacomelli di Trieste 6,5.
Rete: 32’ pt Lukaku.
Note: ammoniti Soumaoro, Ranocchia, De Silvestri, Vignato, Juwara, Brozovic, Bastoni, Gagliardini. Recupero: pt 3’, st 4’. Angoli 4-4

Da “Il Gazzettino”

Ilmessaggero.it. Bologna vince il 14° scudetto, 13 sono della Fortitudo: 5-6 a San Marino. Bassani mvp

(ilmessaggero.it)

https://www.ilmessaggero.it/sport/altrisport/bologna_vince_14_scudetto_13_fortitudo_5_6_san_marino_bassani_mvp-5495363.html

di Vanni Zagnoli

Chissà quando tornerà a vincere uno scudetto, la Fortitudo, nel basket, dopo i due con la proprietà di Giorgio Seragnoli, arrivati in questo millennio con Recalcati e poi con Repesa. La sfida Milano-Bologna Virtus promette di caratterizzare la pallacanestro chissà per quanto, almeno finchè saranno in vita i patron, Giorgio Armani e Massimo Zanetti, ovvero mister moda e mister caffè.

Intanto l’altra Bologna fa incetta di trofei nel baseball. Ieri sera ha superato San Marino nella finale per il tricolore, alla 7^ gara. Sei a cinque fuori casa, a Serravalle, uno dei castelli (quartieri, di fatto) della repubblica del Titano. E’ il terzo alloro in sequenza per la F scudata, è parte della polisportiva, al punto che il comunicato stampa è veicolato dallo stesso ufficio della pallacanestro. Il manager Lele Frignani dunque gioisce, il batti e corri in Emilia Romagna è molto sentito, peccato che il campionato quest’anno sia stato davvero esclusiva della regione più ricca, forse, d’Italia, anche di sport. C’erano UnipolSai Bologna, appunto, Collecchio (Parma) e Godo (Ravenna), Parma Clima, T&A San Marino e solo una sesta squadra, gli Angels Macerata, dunque Marche. Insomma, il massimo campionato delle mazze è limitato ai 390 chilometri che separano la città ducale dalla città universitaria delle Marche.

Nell’albo d’oro del baseball, resta avanti Nettuno, con 17 scudetti (più 9 finali), davanti a Rimini (13, più 11 finali) e alla Fortitudo Bologna (più 6 finali). Anzi, per titoli, la Dotta è a -3 dalla cittadina laziale, Parma è quarta con 10 titoli più una finale. Poi Milano (sparita) con 8, San Marino, Grosseto. Chiudono Roma e Lazio con due campionati vinti a testa e la Fiorentina con uno.

La Fortitudo passa nonostante l’infortunio a sorpresa che al secondo inning per Murilo Gouvea-Brolo, il pitcher italo-brasiliano che era stato l’eroe di gara-quattro, con 103 lanci e nessun punto concesso ai titanici. 

Frignani è al quarto campionato vinto in un lustro, arriva nonostante la panchina per capitan Vaglio. Gioscono il presidente Pierluigi Bissa e Christian Mura, che ha puntato su giovani italiani, più gli olandesi Ray-Patrick Didder (il migliore), Eugene Helder (esploso in finale con un fuoricampo) e il massiccio Randolph Oduber.

Mvp della partita di spareggio è il lanciatore Alex Bassani, dentro per il ko di Gouvea-Brolo, resta sul monte per oltre 4 riprese, concedendo poco. La difesa petroniana va in difficoltà solo sull’errore di Helder, Bassani risponde di talento e tiene lontano San Marino. Sul 6-4, nell’ultimo inning, arriva il fuoricampo, di Federico Celli, ma da un punto.

Sul 6-5, con un eliminato e ancora due da realizzare, Frignani lancia Pippo Crepaldi, che lascia una base ball ad Avagnina, poi Angulo si fa eliminare al volo. Mattia Reginato aveva autografato un fuoricampo in gara-cinque e un altro in gara-sei, ieri è finito al piatto, strikeout.

Ai festeggiamenti partecipa anche Federico Frassinella, lo speaker che di mestiere è giornalista, all’ufficio stampa del Bologna calcio. Girerà la notizia a Joey Saputo, canadese di Sicilia. Dall’altra parte del mondo il baseball è epica, mica come da noi.

Da “Il Messaggero.it”

Assocalciatori.it e Il calciatore. Gigi Simoni, la scomparsa del tecnico gentiluomo: le promozioni, lo scudetto scippato dalla Juve, l’esonero immeritato all’Inter. Il rapporto speciale con Ronaldo, l’angloitaliano vinto con la Cremonese

(assocalciatori.it)

https://www.assocalciatori.it/news/il-pallone-racconta-gigi-simoni

Ha ragione Massimo Moratti: “Gigi Simoni meritava quello scudetto”. Peccato che l’anno dopo l’abbia esonerato, proprio l’indomani del ritiro della panchina d’oro.

Simoni se n’è andato per sempre venerdì, un anno fa era stato colpito da ictus, non si era piu’ ripreso, aveva sempre accanto la moglie, Monica Fontani. 

Si fatica a trovare qualcuno che parli male di Simoni, era un grande professionista e molto ammirato, proprio per lo stile. L’abbiamo incontrato anche noi, nei decenni sui vari campi, aveva un feeling particolare con Roberto Baruffaldi, l’ex segretario di redazione di Tuttosport, che per parecchi anni gli aveva telefonato ogni giorno, giusto per un saluto.

Intanto lo ricordiamo con l’articolo dell’Ansa, di Alessandro Castellani.

Passerà alla storia come il ‘tecnico gentiluomo’, definizione che gli calzava a pennello, perché garbo e aplomb erano davvero il suo tratto distintivo. A 81 anni è morto Gigi Simoni, malato da tempo, e il calcio perde uno dei suoi protagonisti migliori. Un grande tecnico e un grande uomo, come ora ricordano tutti. Il volto gentile del pallone se ne va nel giorno del decennale del triplete di quell’Inter che lui aveva contribuito a forgiare. E proprio per i nerazzurri una volta perse la pazienza: a Simoni non era mai andato giù lo scudetto che, a suo dire, l’Inter che guidava avrebbe meritato nel 1998, ma che non ottenne anche per via dell’esito del confronto diretto con la Juventus, nel match passato alla storia per il fallo di Mark Iuliano su Ronaldo Fenomeno. Se sanzionato con quel rigore secondo lui evidente, a dire di Simoni la stagione avrebbe potuto avere un esito diverso. Quel giorno il tecnico interista perse la sua solita pacatezza dicendone di tutti i colori all’arbitro Ceccarini: cosa che gli costò l’espulsione e quel cartellino rosso fece notizia, perché per Simoni era praticamente un inedito. “Con la Var quel titolo lo avremmo vinto noi”, dichiarò tanti anni dopo, alla vigilia dell’ingresso del ‘video assistente’ dell’arbitro nel calcio, novità a cui era favorevole. Simoni si rifece di quell’amarezza vincendo, un mese dopo, la coppa Uefa ’98 nella finale del Parco dei Principi di Parigi in cui i nerazzurri, trascinati da un Ronaldo strepitoso, travolsero per 3-0 la Lazio. Anche per quello Simoni venne insignito della Panchina d’oro. Ma la gloria del calcio è mutevole, così nel corso della stagione ’98-’99 venne esonerato e al suo posto arrivò Mircea Lucescu. Sono state tante le panchine su cui l’allenatore-gentiluomo si è seduto, lasciando sempre un buon ricordo di sé e facendosi tanti amici: da Piacenza a Napoli – con cui vinse anche una Coppa Italia, ma da calciatore – passando per Genoa. Con i rossoblù liguri, dopo esserne stato una mezzala, cominciò la carriera di tecnico e complessivamente ci lavorò per otto anni, incassando un iniziale grande amore ma anche le contestazioni dei tifosi per una retrocessione e gli acquisti sbagliati, da lui voluti, di Berni e Silipo. Ecco poi Brescia, Pisa (portò i toscani due volte in A e sotto la Torre era amatissimo), Empoli, Lazio, dove il presidente Giorgio Chinaglia gli affidò la squadra ma non centrò la promozione, Ancona e Cremonese, squadra che è stata un altro suo grande amore e che portò in serie A nel 1993 aggiudicandosi anche un altro riconoscimento personale, il ‘Guerin d’oro’. Dei grigiorossi Simoni è stato eletto ‘allenatore del secolo’, dello stesso club è stato anche presidente e direttore tecnico. L’ultima esperienza in panchina nove anni fa a Gubbio, dove aveva un ruolo dirigenziale ma poi subentrò in panchina al posto dell’esonerato Fabio Pecchia. Simoni, che non aveva in particolare simpatia la Juve ma che da calciatore aveva militato una stagione (’67-’68) nei bianconeri (11 presenze e nessun gol) se ne va con un record ancora oggi imbattuto: è l’allenatore ad aver ottenuto più promozioni dalla B alla A, ben sette. L’ottava la ottenne dalla C/2 alla C/1 con la Carrarese, nel 1992. A giugno dello scorso anno il ricovero per un malore dal quale non si è mai ripreso, e negli ultimi giorni il suo stato di salute si era ulteriormente aggravato. Dalla famiglia l’annuncio della scomparsa: “Accanto al mister gentiluomo, raro esempio di stile e sobrietà, c’erano la moglie Monica e il figlio Leonardo”. Se ne va il volto garbato del calcio, ma anche un tecnico vincente.

Abbiamo lasciato tutto, per una volta, anche le prese di distanza dell’agenzia di stampa di riferimento, per l’Italia, ma insomma quel contatto che Mark Iuliano considerava fallo di sfondamento, di Ronaldo, al Var sarebbe sempre stato rigore e probabilmente lo scudetto sarebbe andato ai nerazzurri.

E’ scomparso proprio nel giorno del decennale del triplete interista, l’ictus l’aveva colto a casa sua, a San Piero a Grado, in provincia di Pisa, e negli ultimi giorni il suo stato di salute si era ulteriormente aggravato fino al decesso, avvenuto all’ospedale Cisanello di Pisa. Il Comune toscano allestirà la camera ardente alla chiesa della Spina e a giugno verrà ricordato allo stadio Arena Garibaldi, che potrebbe essergli intitolato.

Lasciato il mondo del calcio, aveva scelto di vivere a San Piero a Grado con la famiglia.

Moratti non aveva mai interrotto i rapporti con il suo ex allenatore, racconta: “L’ho visto lo scorso anno, quando è stato male. E lo avevo visto anche qualche mese prima, quando era passato da Milano. Ci sentivamo spesso, ci volevamo bene. Purtroppo a noi interisti la sorte riserva sempre il dolce e l’amaro insieme. Questa volta il lato amaro è stato molto duro. È una notizia davvero dolorosa”.

Ronaldo lo ricorda così. “Simoni per me non è stato solo un allenatore. Se oggi penso a lui, penso a un uomo saggio e buono, che non ti ordinava di fare le cose, ma ti spiegava perché quelle cose erano importanti. Penso a un maestro, come in quella foto che facemmo a Natale: lui direttore, noi l’orchestra. Lo ricordo così, con quel sorriso, la sua voce sempre calma, i suoi consigli preziosi. Potevamo e dovevamo vincere di più, ma abbiamo vinto insieme, la cosa che ci raccomandava sempre: grazie mister, mi hai insegnato più di quanto immagini”.

Il capitano di quella Inter è Beppe Bergomi: “Per lui – spiega – eravamo tutti uguali, tranne Ronaldo. Gigi era una grande persona, un grande uomo, per me è stato importantissimo, mi ha dato l’opportunità di giocare il 4° mondiale, quando arrivò mi disse che per lui eravamo tutti uguali, quelli di 18 anni come quelli di 35, sarebbe stato il campo a decidere. Appena ha saputo la notizia ho chiamato tutti i miei ex compagni, da Ze Elias a Zamorano, anche i sudamericani erano colpiti, quello era un grande gruppo che è rimasto nella mente dei tifosi dell’Inter”.

Simoni aveva allenato al Genoa (dal 1975 al 1978) e lì tornerà in altre due occasioni, passando per Brescia e Pisa, Empoli e Cosenza, Carrarese e Cremonese, Napoli e Inter, Piacenza e Torino, Cska Sofia e Ancona, nuovamente Napoli e Siena, Lucchese e Gubbio, per finire con la Cremonese nella stagione 2013-2014.

Proprio all’ombra del Torrazzo si aggiudicò il torneo angloitaliano, lì resta un mito, in senso assoluto, fu artefice del periodo d’oro assieme al presidente Domenico Luzzara. Conobbe anche 3 retrocessioni, due con il Genoa e una proprio con i grigiorossi.

Azzeccato il punto di vista dell’allenatore del grifone Davide Nicola: ”Un giorno mi dicesti: La signorilità nel calcio è l’unica cosa che conta. Grazie, mister”.

Su Repubblica, Enrico Currò ritorna sulla notte piu’ alta, ovvero la coppa Uefa a Parigi. “Sartor gli aveva regalato un cane, Taribo West quasi lo schiacciava nel festeggiare i gol, Bergomi (convertito libero) giocò a 35 anni il Mondiale di Francia. L’esonero arrivò nonostante le vittorie col Real Madrid in Champions e con la Salernitana in campionato. Simoni, cui era appena stata consegnata la Panchina d’oro, pagò il curriculum.

Era stato Sandro Mazzola, allora direttore sportivo, a portarlo alla Pinetina contro la diffidenza dell’ambiente: «Non aveva allenato grandi squadre e lottai per prenderlo. Il secondo anno persi la battaglia». Ma il defenestrato era fiero dell’esperienza interista. Ammiratore di Lautaro, era pronto a rivedere ogni partita del passato, tranne quella del ’98 con la Juve. Così come era sceso in C2, per poi risalire fino alla Uefa, dopo l’Inter si era di nuovo inerpicato su sentieri di provincia scoprendosi infine ottimo dirigente e presidente della Cremonese.

Viveva a Pisa con la seconda moglie: fra i drammi della vita, la morte di un figlio in un incidente stradale. Da calciatore fu ottimo trequartista alle soglie della Nazionale. Lo battezzò alla panchina il Genoa nel 1975: esibì presto l’intuito del grande scopritore, lanciando Bruno Conti catapulta di Pruzzo e libero Onofri, futuro simbolo genoano. Il suo ufficio, con i telefonini al di là da venire, era una trattoria della Foce, che De André cita in “Creuza de mä” come culla del dialetto genovese. Bolognese di Crevalcore, la Toscana era ormai la sua terra.

Chiudiamo noi. Ha avuto un solo maestro, Edmondo Fabbri, che lo volle nel Mantova, il “Piccolo Brasile”. Il suo calcio in provincia ha saputo emozionare altrettanto. All’Inter gli mancò giusto un pizzico di spettacolo, per convincere Moratti. Che peraltro ha presto riconosciuto l’errore di averlo esonerato.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

Assocalciatori.it. Ricky Albertosi, gli 80 anni dell’ex portiere: “Lo scudetto a Cagliari e quello della stella a Milano, le sigarette e i whiskyni, le donne e i cavalli. Le scommesse e la squalifica: pagai perchè ero il più vecchio. Chiusi a 45 anni, anche da allenatore, nella Elpidiense”

https://www.assocalciatori.it/news/il-pallone-racconta-ricky-albertosi

Sabato scorso Enrico Albertosi ha fatto 80 anni. Come Enrico non lo conosce nessuno, per tutti è Ricky, il portiere mito che in maglia giallissima conquistò lo scudetto della stella del Milan, in una carriera e una vita molto densa.
Come spesso, anziché telefonare al protagonista, andiamo a cercare qualcosa fra il tanto uscito nell’occasione, sul numero uno toscano, di Pontremoli.

Su sportmediaset.it, la firma è di Andrea Saronni. 
«La carriera infinita, che è rimasta tra le pagine chiare e le pagine scure di oltre 20 anni di calcio italico, la Corea e il 4-3 ai tedeschi, l’incredibile scudetto di Cagliari e quello quasi incredibile della stella milanista, il calcioscommesse, e poi Riva, Rivera, e il dualismo con l’altro nato portiere poco dopo di lui, e con il quale ha condiviso amicizia, rivalità, litigi, elogi: Dino Zoff.
Ricky è romanzesco, sì, e vista l’occasione ci sta che ci sia proprio un romanzo a raccontare la sua saga, lo ha realizzato un gruppo di giornalisti e scrittori legati insieme da Massimiliano Castellani e da una filosofia di resistenza a un certo calcio che oggi, sulla schiena dell’inconfondibile maglione giallo di Albertosi, bestemmierebbe un 34 o un 99 non pensando che lì sopra ci può andare solo un numero, ed è l’uno. “Ricky Albertosi, romanzo popolare di un portiere”, si intitola il volume. Dentro ci sono, tra gli altri, Furio Zara, Darwin Pastorin, Cosimo Argentina. C’è Beppe Viola, coetaneo di Albertosi, avrebbe fatto gli 80 anni qualche giorno prima del suo amico, con cui durante la settimana condivideva la passione dispari e pericolosa dei cavalli (e delle puntate ad essi legate) e di cui alla domenica a San Siro descriveva le prodezze di uno che – parole di Viola – “aveva lasciato un attimo i nipotini al parco”. Erano gli anni del Milan, fine dei ’70, e Ricky strabiliava per longevità atletica, guizzava come un gatto da un palo dall’altro tirando fuori il Diavolo dalla retrocessione, vincendo il campionato. Bisogna tenere presente che ai tempi, il quarantenne medio non è il Peter Pan ancora palestrato, supergiovane e aperitivista di oggi… In campo un highlander dal capello lungo, il baffo assassino, le gambe affusolate sormontate da calzoncini sotto i quali, insomma, non c’era niente. Lo disse in un’intervista – scherzando – e si aggiunse immediatamente un’altra tacca sulla stecca del suo personaggio che a mani nude, senza guanti, viveva una vita fatta di vizi e virtù. Vizi, non mancava niente: poker, whiskini, le scommesse che lo tradiranno, le donne, va beh, le donne, provate voi a essere Albertosi e dire di no. E le virtù: uno diretto, vero, capace di assecondare le passioni e il talento col lavoro. Non sarebbe arrivato a miracol mostrare alla soglia dei 40, non avrebbe avuto la stima di uno come Enzo Bearzot, che lo voleva portare come riserva di Zoff ad Argentina ’78. Sarebbe stato il quinto mondiale, come è poi riuscito Buffon; a opporsi fu proprio Dino il Perfetto, l’uomo di ghiaccio che tuttavia temeva di sciogliersi per la fonte di calore che si sarebbe trovato a fianco.
Albertosi si trova nel 2004, più morto che vivo, colpito da un ictus in un ippodromo, guarda te il karma. Ma lo sanno tutti che i gatti hanno sette vite, e per fortuna, nonostante le vite vissute in multitasking, Ricky ne aveva ancora a disposizione. E può festeggiare a Forte dei Marmi con la sua famiglia bella e numerosa, l’amata moglie Betty, i figli e i nipotini che oggi sono realtà e non più ironia del Beppe Viola su quel “nonno” che ancora si ostinava a essere il migliore, e che lo è stato veramente. Poi, per carità, Zoff, Buffon, Zenga, che è stato il suo vero erede in campo e fuori. Ma Albertosi è l’origine della specie, tutto quello che nel bene e nel male deve essere un portiere, che fa certo parte di una squadra, ma non può, non deve confondersi nella massa».

Su La Nuova Sardegna, Enrico Gaviano ricorda in particolare lo scudetto con il Cagliari. 
«I fotogrammi sono legati nel bene ai suoi voli sui tiri sotto la traversa, quei balzi spettacolari in cui si girava quasi su se stesso per accarezzare la sfera e ricacciarla alta e fuori dalla porta, in negativo a quella faccia sbigottita quando prendeva un gol inatteso.
Tipo l’autogol di Niccolai nella sfida del marzo 1970 in casa della Juve, o la rete del 3-3 di Muller nella semifinale mondiale di Messico 70′ contro la Germania. Lì sul palo c’era Rivera, ma il “Golden boy” non mosse un muscolo facendosi passare il pallone nello stretto pertugio fra il suo corpo e il legno. “Gli dissi _ racconterà anni dopo Albertosi _, adesso vai dall’altra parte e rimedia”. E l’Abatino del calcio italiano andò di là e segnò davvero, consegnando alla storia la vittoria più esaltante della nazionale azzurra. 
Non gioca in A da 40 campionati, ma resta sempre uno dei migliori numeri uno al mondo. E in Italia è nel gotha insieme a Zoff e Buffon. Il suo ricordo è rimasto fortissimo, in Sardegna ha giocato dal 1968 al 1974.
Che fosse un predestinato lo si era capito subito, quando esordì a 19 anni nel gennaio 1959 in serie A in un Roma-Fiorentina, campo neutro a Livorno, mantenendo la porta gigliata immacolata (finì 0-0). Era stato chiamato a sotituire Sarti, bloccato da una improvvisa indisposizione e lui rispose alla grande. Quella porta divenne presto sua vista la partenza di Sarti all’Inter mondiale di Moratti. Dieci campionati consecutivi con la Fiorentina, e la maglia azzurra conquistata. 
Nel 1968 la svolta. Finisce al Cagliari insieme a Mario Brugnera, perché la Fiorentina vuole a tutti i costi Francesco Rizzo. In rossoblù sostituisce Adriano Reginato, che nelle precedenti stagioni aveva fatto grandi cose. Diventa l’idolo dei tifosi, secondo solo all’inarrivabile Gigi Riva. Indossa maglioni rosso acceso o blu notte, spezzando un po’ la moda del portiere in nero. Il capolavoro nella stagione dello scudetto nella stagione successiva. Arriva il triangolino tricolore, grazie ai gol di Riva, a una squadra tosta, ai vari Nenè, Domenghini, Gori, Cera. Ma anche a lui. Subisce appena 11 reti (fra cui due autogol, uno di Niccolai e uno di Domenghini). La difesa blindata è uno dei segreti del successo. Para tutto e più di tutto e così diventa uno dei protagonisti assoluti di quella stagione indimenticabile.
Vive gli anni d’oro rossoblù sino al campionato 1973-74. Poi tutto finisce. E va al Milan, dove cambia look. Si fa crescere i baffi, e vince un altro scudetto in rossonero. Nel Milan gioca sino al 1980. Poi due stagioni all’Elpidiense prima di appendere le scarpette al chiodo a 45 anni. Una carriera fantastica».
Ecco, chiuse in serie C2 nelle Marche, a Porto Sant’Elpidio, provincia di Fermo, in pochi lo ricordano.

Per l’Ansa, Adolfo Fantaccini è proprio la firma che si dedica ai compleanni tondi, agli anniversari.
«La presenza scenica è quella di sempre, i capelli e i baffi brizzolati lo specchio di una vita stravissuta e straviziata, forse anche un po’ troppo spericolata. 
“Sono pieno di acciacchi – scherza lui – ma non mollo. Ci mancherebbe”. Se fosse un film, il vecchio Ricky, sarebbe stato ‘La dolce vita’ di Fellini. Ma lui, in fondo, voleva solo parare. Ci riuscì e, al netto dello scandalo scommesse che nel 1980 fece sprofondare nel fango il Dio pallone, probabilmente è diventato il più grande. 
Ha effettuato parate impossibili, come quando nel 1978 a Vicenza – fra i fiocchi di neve – respinse tre tiri di seguito, volando da un palo all’altro per salvare l’1-1. 
Tutto comincia nel 1958: “Arrivo alla Fiorentina dallo Spezia e faccio subito il secondo a Sarti. Devo penare 5 anni prima di diventare titolare e questo nonostante fossi nel giro della Nazionale, al punto da andare al Mondiale in Cile come terzo di Lorenzo Buffon e Mattrel. Una volta, Giuliano (Sarti) mi incrocia e dice: ‘Tu andrai pure in Nazionale, ma nella Fiorentina il titolare sono io’. Una volta esistevano davvero le gerarchie. La gavetta mi è servita, ho imparato tanto da lui, anche solo guardandolo”. Nel 1966 Albertosi è tra gli azzurri umiliati dalla Corea del Nord al Mondiale inglese; nel 1968, anno della conquista dell’Europeo a Roma (salta semifinale e finali per la frattura di un dito) viene ceduto al Cagliari proprio alla vigilia del secondo scudetto dei viola. Una beffa. “Sul momento penso a una punizione – ricorda Albertosi -: mi aveva chiamato Italo Allodi, dicendomi che ero dell’Inter. Quando il presidente della Fiorentina mi dice che ero stato ceduto, rispondo: ‘Lo so’. Ma non era come pensavo: finisco al Cagliari. La prima reazione è di rifiuto, ma non si poteva. Parto a malincuore, ma è una scelta fortunata”.
La stagione si conclude con il Mondiale messicano. “I cagliaritani eravamo in sei. Davanti a noi solo il ‘dream team’ brasiliano capeggiato da Pelè, ma Italia-Germania è nella storia. Quel 4-3 fa impazzire l’Italia e noi nemmeno ci rendiamo conto di cosa avevamo fatto. In Messico arrivavano notizie frammentarie di festeggiamenti in piazza”. 
In Nazionale, Albertosi viene scavalcato dal rivale Zoff, nell’estate 1974 finisce al Milan. “Comincia un’altra storia – ammette – culminata con lo scudetto 1979: quello della stella. Come a Cagliari con Scopigno, nel Milan trovo un allenatore intelligente e sensibile: Nils Liedholm. Mi chiedeva sempre: ‘Vieni al cinema con la squadra o vai all’ippodromo’?. E io: ‘Mister, se posso scelgo i cavalli’. Alle 19,30, però, ero a tavola con gli altri. Con loro non mi sentivo in gabbia e allora davo il 200%. Nessuno mi imponeva nulla e io ricambiavo”. Purtroppo il quinquennio si conclude con la vicenda del calcioscommesse, nella quale si è sempre avuta la sensazione che il portierone del Milan fosse finito più per la nomea di scommettitore incallito. “Io ho sempre giocato per vincere, non per perdere – s’infervora Ricky, che addirittura viene portato a Regina Coeli -. Riferìi una telefonata nella quale mi si chiedeva di fare vincere il Milan, non di farlo perdere. Sono due cose completamente diverse. Pagai perché avevo 41 anni ed ero il più vecchio: chi giocò per perdere fu punito meno”. 
L’amicizia con Gigi Riva e la rivalità con Zoff. “Gigi è un amico vero. Dino? Per causa sua non feci il Mondiale in Argentina: sarebbe stato il quinto. Disse a Bearzot che, con me in panchina, non si sentiva tranquillo, così restai a casa. In Argentina sarei andato anche come magazziniere. Lo criticai dopo i gol dalla lunga distanza, lui se la prese e, quando ci trovammo in un Juve-Milan, fece il giro largo, evitandomi. Lo ritrovai anni dopo, ci abbracciammo”. 
“Chi sceglierei fra Albertosi e Zoff? Che domanda. Mi convocherei al 100%. Il portiere deve parare il parabile, l’imparabile non glielo chiede nessuno. Beh, a me di parare l’imparabile riusciva abbastanza».

Altri brani da Il Corriere della Sera, per la firma di Alessandro Bocci, fiorentino.
«Ha regalato alla Fiorentina la Coppa delle Coppe, giocato 532 partite in serie A, vissuto rivalità accese. Estroverso e spregiudicato, ha vissuto a mille all’ora. Solo un infarto, parecchi anni fa, ha rischiato di metterlo fuorigioco. Da quel giorno ha cambiato stile: meno stress e meno eccessi. “E mica è stato facile”.
Quando se ne va, la Fiorentina vince lo scudetto. “Una beffa. Però mi sono rifatto a Cagliari. Ho lasciato i viola perché avevo qualche problema personale e non andavo d’accordo con Bassi, l’allenatore. Non volevo andare in Sardegna, all’epoca era una terra di banditi, mi faceva persino paura. E invece mi sono innamorato di quell’isola e di quella gente meravigliosa. Eravamo un gruppo formidabile. Ancora oggi ci vediamo con quei ragazzi: Tomasini, Greatti, Brugnera”.
Il simbolo era Gigi Riva. “Gigi sembrava scontroso, in realtà era solo timido. Nell’estate del ’74 mi ha combinato un brutto scherzo: insieme a lui dovevo andare alla Juventus e il suo rifiuto ha fatto saltare anche il mio trasferimento”.
Ma non le è andata male… “Perché sono finito al Milan dove ho vinto lo scudetto della stella con Liedholm, un grande allenatore. Lui, Scopigno e Valcareggi sono quelli a cui mi sento più legato, uomini che hanno capito il mio carattere. Però se fossi andato alla Juventus avrei vinto molto di più e la mia carriera sarebbe stata diversa. E invece a Torino c’è andato Zoff. Che mi soffriva. Nel ’78, ero alla fine della carriera, mi chiama Bearzot e chiede: ‘Ricky vuoi fare il terzo portiere in Argentina?’ Io rispondo sicuro: pur di venire porto anche le valigie. Sarebbe stato il mio quinto Mondiale come nessun altro calciatore italiano a quei tempi. Dopo dieci giorni mi richiama il ct e mi dice che Zoff soffre la mia presenza e che è costretto a lasciarmi a casa”.
Ma chi è stato il portiere più forte di tutti i tempi? Zoff o Buffon, o magari proprio lei Albertosi.
“Gigi è un grande, forse il migliore. Ma se fossi andato a Torino magari lo sarei diventato io. A Sarti portavo le valigie. Con Zoff me la sono giocata. Eravamo diversi: lui taciturno, io estroverso. Lui maniacale negli allenamenti, io pronto la domenica”.
Prima di finire la carriera poteva andare ai Cosmos con Chinaglia e Pelè. “Ma sono stato squalificato per il calcioscommesse e tutto è svanito.
Sono stato un ingenuo. Quando sono stato contattato dai laziali ho riferito cosa era successo a Felice Colombo, il presidente del Milan, anziché denunciare tutto alla Federazione. E ho pagato».
Riprese dopo due anni, appunto in C2, a Porto Sant’Elpidio.
«Il secondo anno ero portiere e allenatore allo stesso tempo ma durante una partitella di allenamento in famiglia in cui giocavo da attaccante mi sono rotto il crociato. In quel momento è finita».
Ora si gode la famiglia.
“Sono felice con Elisabetta, la mia seconda moglie da oltre 40 anni. Non ho rimpianti. E ho la coscienza a posto. Forse sono stato un po’ matto, come tutti i portieri, però me la sono goduta. Guardo il calcio di oggi con una certa distrazione. Ai miei tempi c’era più concorrenza: Anzolin, Ghezzi, Lido Vieri, Castellini. Adesso quelli bravi italiani sono pochi».

Infine, Il Giornale, che era uscito per primo, in realtà, con una pagina intera a firma di Nino Materi, che raramente si occupa di sport.
«Ricky, nome breve. Come Dino (Zoff), Lido (Vieri), Sepp (Maier), Lev (Yashin). Portieri da urlo: il grido del gol che si strozza in gola nell’istante del miracolo.
“Sono nato nel giorno dei morti, ma mi sento vivo più che mai”. 
Per molti è stato il portiere italiano più forte di ogni tempo, ma Nereo Rocco, suo storico allenatore al Milan, andava oltre: “Albertosi è il miglior portiere del mondo…”, aggiungendo beffardo, «me lo tengo stretto anche se ha tutto quello che non posso sopportare in un calciatore professionista: beve, fuma, fa tardi la sera, è pieno di donne e scommette ai cavalli”.
“Maledetto quel Lazio-Milan. Mi misero in mezzo per una telefonata ricevuta da quelli della Lazio di cui mi feci portavoce, ingenuamente, con il mio presidente. L’ipotetico accordo prevedeva – in cambio di 80 milioni, poi scesi a 20 – la vittoria del Milan all’Olimpico. Tutti sapevano. Ma io ero il perfetto capro espiatorio. Il mondo mi crollò addosso”. 
“Estremo difensore”, anche di se stesso: “Se in partita commettevo un errore, non lo ammettevo subito, preferivo dare la colpa al difensore…”. O al “pallone troppo leggero”, come in quel maledetto Milan-Porto del ’79 che eliminò dalla coppa dei Campioni i rossoneri messi in ginocchio da una punizione (ora, dopo 40 anni, può ammetterlo perfino Ricky: «Tutt’altro che imparabile») calciato dal piede velenoso di quel serpente di Duda.
Con la seconda moglie Betty per anni ha gestito a Milano il ristorante Tatum: “Ma i migliori bucatini alla amatriciana della mia vita li ho mangiati in carcere, cucinati da un compagno di cella”. 
Lo scudetto a Cagliari, guidato da quel filosofo che era Manlio Scopigno. “Eravamo in ritiro. Ogni notte giocavamo a poker. Nella stanza la visibilità era azzerata dalle sigarette. Il mister bussò alla porta, si affacciò sull’uscio e, tra la nebbia impenetrabile delle Marlboro, chiese educatamente: Scusate, disturbo se fumo?. Grandioso”».

Chiudiamo con la formazione base del Milan dello scudetto di 40 anni fa: Albertosi; Collovati (terzino destro, a 22 anni), Maldera; De Vecchi, Bet, Baresi; Antonelli, Bigon, Novellino, Buriani, Chiodi. Altri giocatori: Rigamonti; Morini, Minoia, Boldini, Capello, Rivera e Sartori.
Fra questi non c’è più Stefano Chiodi, scomparso 10 anni fa, il 4 novembre del 2009.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

Ilmessaggero.it. Lo scudetto del calcio a 5, è il primo di Pesaro, per la terza volta vince una gara di finale ai supplementari. Montesilvano perde su tiro libero al 2° supplementare, 3-2. L’addio di Tino Perez all’Abruzzo, la gioia del presidente Pizza, che ha dedicato il palazzetto marchigiano al padre

https://www.ilmessaggero.it/sport/calcio/vince_pesaro_la_3_volta_ai_supplementari_montesilvano_perde_su_tiro_libero_3_2-4559687.html

di Vanni Zagnoli

E’ stata la grande serata dello scudetto nel calcio a 5, per la terza volta su 5 la finale è andata ai tempi supplementari. Vince Pesaro, come ogni volta che si è arrivati all’overtime. Merita e già in Coppa Italia era parsa superiore a Montesilvano. L’Acqua e Sapone cade, lo spagnolo Tino Perez lascia: aveva allenato l’Azerbaijan, prima di arrivare in Abruzzo, è fra i tecnici migliori d’Europa, con un palmares notevole, fra Spagna, Russia e anche lo scudetto azero. Nel Pescarese, era campione uscente, a Bassano battè il San Martino dei Lupari, poi scomparso, e in questo biennio ha incassato anche due coppe Italia e la supercoppa: “Non mi sono arrivate proposte di rinnovo”.

E’ ancora più impressionante il palmares di Fulvio Colini, canuto romano di 62 anni, già tricolore a Roma e a Montesilvano, alla Luparense e a Pescara. Cinque scudetti, dunque, e pure 5 coppe Italia, 6 supercoppe (la prima a Ladispoli, nel 2005 a Perugia) e anche la Uefa, nel 2011, proprio con la squadra che nella bella ha battuto per 3-2.

L’Italservice è al primo titolo, in una finale naturalmente tesissima e molto tattica. Grandi azioni corali ma niente gol, a lungo, i marchigiani sono superiori e meriterebbero il vantaggio, nel momento migliore, invece, al 12’ subiscono la rete di Leandro Cuzzolino, l’uomo delle finali (decise la coppa Italia, a Faenza) inganna Miarelli. Il calcio a 5 sa essere strano, il pari arriva in pochi secondi, con il gran sinistro da fuori di Salas e Perez chiama subito il time-out. Fra i pali dell’Acqua e Sapone, Mammarella è il solito primattore, Fabricio Calderolli non riesce a infilare il tap-in a porta semivuota.

La ripresa è più vivace, si esaltano Miarelli e Mammarella. A spezzare l’1-1 pensa il tarantolato Cristian Borruto, a 9’ dalla fine. Avvicinano il tris lo stesso argentino, campione del mondo nel 2016, e Salas, è però Jonas Pinto a procurarsi il rigore dei supplementari, toccato di Miarelli (il replay lascia qualche dubbio) e Lukaian fa 2 pari.

Nei due supplementari, l’Acqua e Sapone paga la fatica, commette il sesto fallo e lì il regolamento impone il tiro libero, ovvero un rigore appena meno ravvicinato, trasformato dal brasiliano Marcelinho. 

Il presidente pescarese Barbarossa se la prende con l’allenatore in uscita: “Ha sacrificato Avellino, Jonas e Cuzzolino, impiegando gente non in forma, gliene chiederò conto”.

E’ quasi commosso, invece, il presidente Lorenzo Pizza, che un anno fa intitolò il palazzetto pesarese al padre Nino, fondatore dell’azienda sponsor del futsal. “Avevamo perso la finale di coppa di divisione e la coppa Italia, contro Montesilvano, adesso siamo campioni. Merito del mister, che ha creato una squadra spettacolosa, e dei 300 arrivati da Pesaro. E per la Champions league, la squadra sarà ancora più competitiva”. 

Da “ilmessaggero.it”