Enordest.it. La collina dove dormono i giornalisti sportivi

https://www.enordest.it/2022/08/07/la-collina-dove-dormono-i-giornalisti-sportivi/

Vanni Zagnoli

Dedico questo numero a giornalisti scomparsi, piccoli miti, a nordest e non solo.

Domenica ha perso la vita Paolo Donà, 74 anni, già redattore de Il Gazzettino, a Padova, e prima collaboratore de Il Mattino. Era un amico, di tanti, una persona unica, assolutamente, in grado di spaziare dalla letteratura romena, oggetto della sua tesi di laurea, al Padova calcio, di cui era onniscente, dai viaggi alla gastronomia, passando per la meteologia. 

Noi di enordest.it eravamo stati a casa sua, a metà maggio, nella sua casa museo, e in questi due videoracconti ci aveva raccontato di Silvio Berlusconi che voleva la storia del Milan, avendone apprezzata la ricostruzione dei biancoscudati,  di mete esotiche e di Cenacolo, un gruppo di personaggi patavini, di cultura e varia umanità, di progetti con cui si teneva aggrappato alla vita.

Paolo mi pregava di non indugiare sulla sua malattia, percorreva qualche metro e dopo 15-20” doveva fermarsi, le immagini sono sfocate, la diretta in quel quartiere di Padova non era di buona qualità, purtroppo, almeno però si sente.

Qui, invece, si vede bene, è con skype, con Stefano Edel, pensionato de Il Mattino, di Padova, dal 2018, eppure ancora firma, naturalmente, come anche della Rai, dal Veneto.

Edel tratteggia Donà come nessuno e ricorda anche Fantino Cocco, il padre di Egle Luca, capo servizio, a Padova, de Il Gazzettino. Paolo era stato un po’ il fantino, di Fantino. “Andavamo sempre in trasferta insieme, loro due per il Gazzettino, io e Furio Stella per il Mattino”.

Già, Furio Stella, scomparso nel 2014. Apprendo da Edel che era di Trieste, mi fa sovvenire Gian Piero de Diana, redattore, magari ora in pensione, a Treviso, de Il Gazzettino, con la sciarpa alabardata in redazione, l’alabarda è tanta roba, anche se non è la spaziale dei cartoni animati.

Ho davanti i Reggiana o magari Brescello o Modena o Parma o Piacenza o persino Bologna, forse, e il Padova o magari il Cittadella, con quei grandi inviati, al seguito. Donà e Fantino Cocco, che una volta entrò al Mapei senza accredito, con le mani in tasca, comunque aveva la tessera Coni, e Stella e Stefano Edel, il Padova era sempre in serie A, con gente del genere, appassionata e competente. Come Gildo Fattori, la voce biancoscudata a cui è dedicata la tribuna dallo stadio Euganeo.

Sono stato anche all’Appiani, con Dino Baggio, l’ex azzurro, per Mediaset premium, venne anche mia moglie, Silvia Gilioli, meno di 10 anni fa, ad ascoltare un grande campione, sottovalutato. 

Padova è tanta roba, anche per il volley e un po’ di basket, per il Padova terzo in serie A, con Nereo Rocco, e quella stampa. Stella, Furio, brillava anche su La Stampa e su Il Giorno.

E poi mi vengono in mente Beppe, Bepi per tanti, Donazzan, vicentino, a lungo capo della redazione sportiva, de Il Gazzettino, e poi redattore capo, scomparso nel gennaio del 2019, grande appassionato di motori, biografo di Ayrton Senna e soprattutto del padovano Riccardo Patrese.

E sempre in questa spoon river di giornalisti cito appena Luca Miani, una vita a Mestre, a Il Gazzettino, sul Venezia, scomparso due anni fa e al quale era dedicato il premio Ussi vinto da me, come miglior video.

E come dimenticare Maurizio Refini, caporedattore centrale de Il Gazzettino, morto nel 2007, a 66 anni, era un esperto di motori, gentilissimo, nei nostri contatti telefonici.

Giovedì sera ero alla festa dell’Unità, a Villalunga, di Casalgrande, nel Reggiano, e il direttore di Gazzetta di Reggio, Giacomo Bedeschi, imolese, mi ha raccontato della morte di Omar Monastier, bellunese, scomparso in settimana, era direttore de Il Piccolo, di Trieste, e de Il Messaggero, Veneto, di Udine. Un anno fa se ne andò Sergio Gervasutti, 83 anni, di cui 8 da direttore de Il Messaggero Veneto. Era il padre di Ario, numero 4 a Il Gazzettino, già direttore de Il Giornale di Vicenza.

Non dimentico Giovanni Chiades, a Belluno, per Il Gazzettino, dipingeva la pagina di turismo, era passato per la Tribuna di Treviso, per la Nuova Venezia, nel dicembre del 2020, mentre 13 anni prima ebbe un grave incidente stradale.

E un giorno Gigi Maffei, già firma del basket, de Il Gazzettino, mi disse di Rino Nini, friulano, altra firma, direi del basket, in Friuli, appunto, sempre a Il Gazzettino.

Spero di non dimenticare nessuno, di non fare torto a nessuno, fra quanti ho conosciuto e sentito o visto o letto. E poi c’è un immortale, a nordest, scomparso nel 2005, a 67 anni, per 12 anni direttore de Il Gazzettino, dopo essere stato inviato di Tuttosport, e poi editorialista de L’Espresso. Una storia incredibile, splendida, che un giorno cercherò di raccontare con un parente.

Adesso mi fermo. E penso a Paolo Donà, grande amico. “Paolodonà, ciao. Com’è il tempo lì”. E poi a “Donazzan, ciao, com’è?”.

E’ stato un piacere, un onore, dialogare con giganti del genere. “Luca Miani, senti un po’…”. E Donà: “Attento…”.

Mancano a tanti, nelle loro città, ai lettori, ai tifosi, ai personaggi. Luca Zaia, governatore del Veneto, li ricorda, alla morte, l’ha fatto anche per Paolo il mite, lo meritava.

Non ho avuto il coraggio di venire al tuo funerale, Paolo, avevo anche quello di Villiam Vecchi, faccio l’alba, come tanti sanno, in realtà è troppo dolore. Anzi, sarei venuto a filmare i giornalisti intervenuti, a chiedere loro la storia, loro, come ho fatto a te. Grazie a Gigi Bignotti, altro mito de Il Gazzettino, al sito.

Da “enordest.it”

Oggi. Il ricordo di Felice Gimondi a firma di Francesco Moser: “Caratterialmente eravamo agli antipodi, vinceva risparmiando energie. Quella volta in cui facemmo male ad aspettarlo dopo una caduta perchè vinse”

Gimondi, Moser e Merckx (ildolomiti.it)

La prima stesura della chiacchierata con Francesco Moser per “Oggi”, poi diventata articolo a firma sua

Francesco Moser prepara la vendemmia, a Trento, risponde al telefono dal trattore. «E proprio sul cellulare – racconta – ho l’ultima foto scattata con Felice, eravamo con Beppe Saronni e insieme avremo vinto più di 500 corse. Si era a Courmayeur, alla tappa che ha deciso il Giro, in cui l’ecuadoregno Carapaz prese le maglia. “Non vado più in bicicletta – mi confessava -, non mi sento sicuro”, tanto che aveva iniziato a usare la bici elettrica». 

Era fine maggio e quel giorno il pensiero di Gimondi era andato anche a Gianni Motta, l’altro rivale degli anni ’60 e ‘70. «”Che abbia cura di sè” – diceva Felice -, c’era un anno di differenza tra i due e anche Gianni aveva dovuto fronteggiare qualche acciacco. Ma ora siamo qui, a piangere la scomparsa di Felice».

Il primo ricordo che accompagna Moser a Gimondi è del ’74. «Fu lui a vincere la Milano-Sanremo. Due anni più tardi mi aggiudicai la cronometro di Ostuni, il Giro però andò a Gimondi, per la terza volta, e allora era con la Bianchi: correva al risparmio, non mollava mai, nessuno gli dava peso eppure vinceva regolarmente. In quel 1976 cadde, sembrava essersi rotto qualcosa di serio, in gruppo lo aspettammo e fu primo, grazie alla cronometro fra Arcore e Monza. Siamo sempre stati avversari, alla fine l’ho superato, almeno come numero di maglie rosa in assoluto».

Nel ’73, Gimondi fu campione del mondo, al Montjuic, in Barcellona. «Con Nino De Filippis ct. Battè in volata il più grande, Eddy Merckx, e non era la sua specialità. Senza il belga, avrebbe vinto tanto di più. Nel ’77 fui io a indossare la maglia iridata, a San Cristobal, in Venezuela: Alfredo Martini aveva designato me come capitano, mi fece da gregario e solo i grandissimi sanno adattarsi».

Gimondi lasciò nel ’78, al giro dell’Emilia. «Ci si ritrovava spesso ai circuiti degli assi, eravamo le vedette, anche 30-40 volte l’anno e adesso al massimo ce ne sono uno-due».

Moser conserva le pagine dei giornali e i manifesti di quegli anni. «Entrambi siamo poi stati membri dell’Uci, l’unione ciclistica internazionale, spesso si viaggiava insieme, da Bergamo a Losanna. L’ultima volta che pedalammo assieme fu invece in Austria, per festeggiare i 70 anni di Merckx, che peraltro utilizzava la bici elettrica. Eravamo in parecchi, fra gli ex campioni del mondo: “Conosci le strade, vieni con me”, mi pregò Felice. Spesso è stato qui in cantina, per le feste che organizzavo, e gli davo sempre il mio vino».

Nella classifica dei corridori italiani di ogni tempo, Moser lo colloca al quarto posto. «Potrebbe essere Binda, Coppi e Bartali, poi Felice, io e Saronni. Nibali? Vedremo quando smette».

A carriera finita, Gimondi fece l’assicuratore. «Me ne parlava quando andavamo in macchina assieme, andava ancora in ufficio».

Due anni fa, la figlia Norma si candidò alla presidenza federale, venendo sconfitta da Renato Di Rocco. «Mi ero candidato anch’io, anni fa, ma non faceva per noi, c’era troppa politica».

Caratterialmente, Gimondi era molto diverso da Francesco. «Molto più calmo, mentre io ero nervoso, mi facevo prendere dai 5’. Era più adatto alle corse a tappe, sapeva aspettare e senza spendere tanto si aggiudicò anche un Tour e una Vuelta di Spagna. La sua ultima volta in Francia fu nel ’75, quando io indossai le mie 7 maglie gialle, finii comunque dietro di lui, sesto contro settimo». Moser all’inseguimento di Gimondi, prima dei duelli con Saronni. Epocali.

Vanni Zagnoli

Da “Oggi”

Corriere dello sport, vannizagnoli.it: “Il prete non può assolvere Calisto Tanzi e invitarlo in paradiso con tutte le truffe perpetrate”. Italo Cucci, 82 anni: “L’orazione funebre è un elogio, sempre, dovuto”

(parmatoday.it)

Caro direttore,

ieri ero alla camera ardente dell’ospedale Maggiore, per le esequie di Calisto Tanzi, unico giornalista presente. Ho salutato il figlio Stefano, assaporato negli anni d’oro, del Parma, da giornalista freelance. Rivisto Francesca, conosciuto Laura, le altre figlie, visti i nipoti del lattaio, come lo chiamava qualche giornalista buontempone, a Parma. E poi al funerale, all’inizio fuori, con la chiesa gremita, non volevo essere invadente, come vengo accusato da anni da molti giornalisti, addetti stampa, hostess, steward, segretari, uomini e donne di marketing e di comunicazione. Poi ho visto tv Parma, giornalista e cameraman, poi il fotografo di Repubblica Parma, alcuni giornalisti sono rimasti fuori, io sono entrato lateralmente, non ho spinto particolarmente, con le parole, per avanzare, ho fatto una diretta youtube mal riuscita perchè c’era poco segnale, con la mia wind. Mi ha colpito il buonismo del sacerdote. Devo a Calisto tantissimo, ho raccontato per tanta stampa nazionale e regionale 6 delle 8 coppe, partendo sempre da Reggio, osteggiato anche solo per questo o per l’arcicriticismo. Senza la sua Parmalat, sarei diventato professionista magari con difficoltà superiori, avrei guadagnato di meno e sarei stato meno incubo di tante redazioni, fra mail e telefonate, whatsapp ed sms. Però. Però non credo sia giusto dimenticare quanto ha fatto con la Parmalat, i bilanci truccati. Anche un sacerdote amico avrebbe dovuto stigmatizzare almeno un passaggio, un qualcosa. La persona era di prim’ordine, un generoso, un gentiluomo, un visionario, però… Però non basta essere il presidente più educato, galantuomo, in apparenza, perchè il tempo cancelli tutto. Sì, sono passati giusto 20 anni, ma ne ha combinate tante, di sicuro più di me che non scrivo quasi per nessuno, perchè disturbo, con i miei smartphone. A 50 anni, era il primo funerale di personaggio a cui ho partecipato, prima e dopo a stento trattenevo le lacrime, nei miei soliqui in video, neanche fossi un giudice. Ecco, credo che la chiesa debba anche offrire il buon esempio. Va bene la conversione, nel comportamento, non ricordo se e quanto Calisto si sia scusato con i risparmiatori che hanno perso molto, con i bond Parmalat, carta straccia, ma a prescindere non è il massimo additare come esemplare, nell’orazione funebre, chi è stato così ambiguo, con quelle firme, con quei falsi. Mi levo il cappello, mi inchino di fronte alla grandezza sua e della famiglia ma penso più in generale. Un pizzico di etica dev’esserci anche in chiesa, l’omelia funebre non può essere analoga a quella di uno Squinzi, gigante senza macchie. Chiedo scusa alla famiglia, chiedo scusa per l’impopolarità, ma il mio discorso è assolutamente generale. Con questo metro, “portiamo al cospetto degli angeli”, espressione usata dall’anziano sacerdote nella chiesa di ognissanti, in via Bixio, a Parma, la quasi totalità della popolazione mondiale. Se 17 anni e passa di condanna non bastano a garantire un pizzico di critica, chiunque è autorizzato a comportarsi con cinismo, nel quotidiano.

Enordest.it. Galeazzi era lo sport, quello nazionalpopolare

(enordest.it)

https://www.enordest.it/2021/11/14/galeazzi-era-lo-sport-quello-nazionalpopolare/

di Vanni Zagnoli

“‘Sto bisteccone…”. Sembra di sentire Mara Venier, la zia, veneziana, la bionda prosperosa conduttrice di Domenica In quando spiegava l’origine del nomignolo per Giampiero Galeazzi, nato per caso.

Ciao Galeazzi

Bisteccone non c’è più, era un simbolo della Rai, dell’Italia nazionalpopolare, quella della domenica pomeriggio o del sabato sera, con tutta la famiglia riunita ad ascoltare Pippo Baudo o Corrado, Mike o Enzo, Tortora e magari, negli anni ’70, Lino Toffolo, poi editorialista de Il Gazzettino, con il papillon, nella versione Domenicalino.

Giornalismo e spettacolo

Galeazzi, dunque, era il giornalismo ma anche lo spettacolo, la risposta statale a Maurizio Mosca, giornalista e comico di Mediaset e radio. Entrambi erano stati, erano giornalisti, Galeazzi era proprio un mezzo busto, il bordocampista ante litteram, l’uomo degli spogliatoi negli scudetti del Napoli, quando passò il microfono a Diego Armando Maradona. “Bagni, che pensa?”, chiedeva Dieguito, mentre al cronista dai capelli chiari arrivava magari un secchio d’acqua. “Giordano, Giordano”, strepitava Maradona

Galeazzi e l’atleta

Galeazzi era romano, era stato canottiere, riserva nel singolo alle Olimpiadi di Messico 1968, a 22 anni. Aveva eclettismo e stazza, negli anni ’70 non era obeso, non era roco, non era scarso crinito, era un bel professionista. Negli ultimi anni era comparso solo alla Domenica Sportiva, raccontava la sua battaglia con il diabete, a noi rispondeva alle chiamate su skype, in video, avremmo voluto raccontare la sua carriera, dall’inizio, soprattutto chi era stato dal 1946 a fine anni ’70 quando noi lo scoprimmo in tv.

Galeazzi come Oddo e Valenti

Era forse il più giovane della generazione dei Guido Oddo, voce del tennis, e dei Giorgio Martino, di Ennio Vitanza, che l’arguto Paolo Ziliani su Il Giornale aveva ribattezzato “pietanza”. Giampiero era in perfetta sintonia con il teatrino di 90° minuto, lui ne faceva parte da Roma, stadio Olimpico, nei collegamenti con Paolo Valenti, alternato magari a Fabrizio Maffei.

Il salto

E poi la nazionale, la conduzione, gli spogliatoi, le interviste passeggiando con i grandi allenatori, con Liedholm e Trapattoni. Giampiero era onnipresente e potente, geniale, sapeva di tennis e calcio, di canottaggio e sport, di tv e provocazione, ballava con Mara e intrecciava rapporti con i presidenti, soprattutto della Roma, Dino Viola, da tifoso della Lazio.

Galeazzi e la canoa

Noi l’abbiamo ricordato sentendo e registrando, anche in video, i suoi leoni, Giuseppe e Carmine Abbagnale, presidente federale e il fratello minore, schivo, e poi il timoniere, il piccolo Peppiniello di Capua. Mi sono commosso ad ascoltare insieme a quest’altro stabiese le telecronache leggendarie di Giampiero.

Il ricordo

“Non solo olimpiadi e mondiali – racconta l’omino in aspettativa dalla Telecom Italia -, quelle per noi erano quasi un corollario, una diretta conseguenza, del suo seguito alla nostra barca nelle grandi manifestazioni, a partire da Basilea”.

Galeazzi e gli Abbagnale

I fratelloni, dunque. Carmine oggi lavora in Regione Campania, settore edilizia, Peppiniello è in macchina: “A Castellammare di Stabia, mi fermo per voi”. Egli scandiva il ritmo, i colpi, accompagnava verso il mito e il trio era mitizzato da “Bisteccone” che non era ancora tale. “Era stato canottiere – osserva  Giuseppe di Capua -. Stava al nostro sport come Giacomo Crosa all’atletica leggera”. Crosa era stato finalista olimpico nel salto in alto e poi volto fra i più amati d’Italia, bellezza e garbo,  sul tg5, il lunedì alle 13,30.

L’uomo

“Galeazzi era soprattutto un uomo, uguale a come usciva in tv, di compagnia, e battuta pronta, a tavola. Io ero la metà di lui, eppure mangiavamo uguale, quando eravamo nel dopo gara”. Peppiniello ha vinto anche con il paracanottaggio femminile. “Da tre anni ho finito”. Era un tutt’uno, quel due con, due ori e un argento olimpico, Giuseppe, Abbagnale, portabandiera.

Un “grande” Galeazzi e non solo nel fisico

“E Galeazzi a celebrarci. Come fece anche con Maradona, per gli scudetti. E’ stato talmente grande che non ha bisogno di sciarpe né di medaglie, nella tomba, lui è stato il canottaggio e lo sport”. “E ogni sport – interviene Carmine – ha bisogno del suo narratore, per farsi ricordare, per entrare nel cuore di un popolo, al di là imprese sportive”. Peppiniello faceva salire il numero di colpi e Galeazzi con la voce. “Come se – riprende l’ex timoniere – soffiasse dietro la barca, come se dietro avesse tutto un popolo, l’Italia intera”.

Il rapporto di amicizia

Galeazzi era rimasto in contatto con i fratelloni, con Peppiniello. Peppiniello e Giampiero, erano come l’articolo il, così diversi e così uguale, da Castellammare (la squadra di calcio si chiama Juve Stabia e gioca al Romeo Menti) e da Roma. “Ci eravamo visti – conclude Carmine Abbagnale – a Roma, pochi anni fa, anche con la figlia, ad assaporare la sua biografia”.

Galeazzi, un maestro di remi e tv

https://youtube.com/watch?v=CAQigznZgx4%3Ffeature%3Doembed

E magari avrebbe potuto fare il presidente federale del canottaggio o il tecnico.  E via, ancora. “La barca sale, 38, 40 colpi al minuto, Peppiniello chiama il rush finale, ultimi metri. Andiamo a vincere, andiamo a vincere”.

Mai banale

Giampiero ha perso solo la battaglia con la bilancia e il sovrappeso. Era un gigante buono, che piaceva a mia moglie, Silvia Gilioli, e a tante famiglie italiane. “Semplice e un po’ banale”, cantava Mina. Galeazzi era semplice come un’amatriciana, banale proprio mai.

Da “enordest.it”

Ilmessaggero.it. Peppiniello di Capua: «Galeazzi era il canottaggio, non solo olimpiadi e Abbagnale. Il messaggio a Mara Venier»

(ilmessaggero.it)

https://www.ilmessaggero.it/sport/calcio/peppiniello_di_capua_galeazzi_canottaggio_non_solo_olimpiadi_abbagnale_messaggio_mara_venier-6317893.html

Si fatica a trattenere la commozione, con Peppiniello di Capua, ascoltando assieme le telecronache leggendarie di Giampiero Galeazzi

«Non solo olimpiadi e mondiali – racconta l’ex timoniere -, quelle per noi erano quasi un corollario, una diretta conseguenza, del suo seguito alla nostra barca nelle grandi manifestazioni, a partire da Basilea, dal Rotsee, il bacino più affascinante, per il canottaggio».

I fratelloni, Carmine e Giuseppe Abbagnale. Carmine oggi lavora in regione, Campania, settore edilizia, Giuseppe è il presidente federale. Peppiniello è in macchina: «A Castellammare di Stabia, mi fermo per voi».

Quell’omino che scandiva il ritmo, i colpi, il mito. Mitizzato appunto da un Bisteccone che non era ancora tale. Da Youtube emerge tanto, la voce pulita di Giampiero, per esempio, dell’82, a 36 anni. «Era stato canottiere – ricorda di Capua -, riserva nel singolo per Messico 1968». Quasi come Giacomo Crosa, dunque, finalista olimpico nel salto in alto e poi volto fra i più amati d’Italia, bellezza e garbo sul Tg5.

Galeazzi era il calcio, gli sport olimpici, il bordocampismo.

«Ma era soprattutto un uomo, uguale a come usciva in tv: di compagnia, e battuta pronta, a tavola; io ero la metà di lui, eppure mangiavamo uguale, quando eravamo nel dopo gara».

Peppiniello ha vinto anche con il paracanottaggio femminile.

«E sono stato in aspettativa dalla Telecom Italia».

Era un tutt’uno, quel due con, due ori e un argento olimpico, Giuseppe, Abbagnale, portabandiera.

«E Galeazzi a celebrarci. Come fece anche con Maradona, per gli scudetti. E’ stato talmente grande che non ha bisogno di sciarpe nè di medaglie, nella tomba, di ricordi visivi. Giampiero è stato il canottaggio e lo sport». «E ogni sport – interviene Carmine – ha bisogno del suo narratore, per farsi ricordare, per entrare nel cuore di un popolo, al di là imprese sportive».

Quanto ha inciso, Giampiero? Forse quanto Franco Bragagna per l’atletica. 

«Percentuali non ne facciamo – dicono in corso Peppiniello e Carmine -, ma tanto, tanto».

Peppiniello faceva salire il numero di colpi e Galeazzi con la voce lo tallanava.

«Come se – riprende l’ex timoniere – soffiasse dietro la barca, come se dietro avesse tutto un popolo, l’Italia intera».

Galeazzi era rimasto in contatto con i fratelloni, con Peppiniello.

«Il legame era sopravvissuto, anche un quarto di secolo dopo». «Però – obietta Carmine – rinunciavo persino a farmi vivo, negli ultimi anni, sapendo che non stava bene. Preferisco ricordarlo al top della forma».

Peppiniello e Giampiero. Erano come l’articolo il, così diversi e così uguale, da Castellammare di Stabia e da Roma.

«Uniti nel nome dei remi. E quando tornò da Mara Venier mandai un sms anche alla conduttrice di Domenica In».

Da “Ilmessaggero.it”

Assocalciatori.it e Il Calciatore. Diego Maradona, la scomparsa di un mito

(assocalciatori.it)

https://www.assocalciatori.it/news/il-pallone-racconta-diego-maradona

E’ morto Maradona, per i più è stato il più grande calciatore di ogni tempo, assieme a Pelè. Aveva compiuto 60 anni meno di un mese fa, poi era stato operato alla testa, sembrava che fosse in buone condizioni e invece gli è stato fatale un arresto cardiorespiratorio, ieri pomeriggio, a casa. Era nella villa del Barrio San Andrés di Benavides, a Tigre, nella parte settentrionale dell’area metropolitana della grande Buenos Aires, sono arrivate 9 ambulanze per tentare di rianimarlo, tutto inutile.

Sono arrivate presto l’ex moglie Claudia Villafane e le figlie Dalma e Giannina, poi la sua ultima fidanzata, Veronica Ojeda. 

In Argentina sono stati proclamati tre giorni di lutto nazionale.

Qui selezioniamo una serie di ricordi fra le migliaia di messaggi arrivati in queste ore, alcuni raccolti dall’agenzia di stampa Ansa.

Partiamo dal Napoli, su twitter una foto di Diego che esulta in maglia azzurra e la scritta “Per sempre” con un simbolo del cuore in azzurro. “Tutti si aspettano le nostre parole. Ma quali parole possiamo usare per un dolore come quello che stiamo vivendo? Ora è il momento delle lacrime. Poi ci sarà il momento delle parole. Diego nel cuore”.

E a Napoli si pensa subito di intitolargli lo stadio San Paolo, è d’accordo anche il presidente Aurelio De Laurentiis.

“Non riesco a parlarne”, dice con voce tremante Ottavio Bianchi, l’allenatore che costruì attorno al suo talento la squadra del primo scudetto, della coppa Italia e della Uefa. 

“Napoli perde un figlio –

gli fa eco Giuseppe Bruscolotti, capitano di quel Napoli del

1986, che poi cedette a Diego la fascia -. Mi aspetto un lutto cittadino, anzi il lutto dovrebbe essere di tutto il mondo”.

Centravanti del Napoli del secondo scudetto era Antonio Careca: “Sono senza parole, il nostro amico e fratello se n’è andato. E’ stato e sarà sempre speciale per tutti noi”.

Lorenzo Insigne, capitano del Napoli di oggi. “Dal primo giorno in cui sei arrivato nella nostra amata Napoli, sei diventato un napoletano doc. Hai dato tutto per la tua gente, hai difeso questa terra, l’hai amata. Ci hai regalato la gioia, i sorrisi, i trofei, l’amore. Sono cresciuto sentendo i racconti della mia famiglia sulle tue gesta, vedendo e rivedendo le tue infinite partite. Sei stato il più grande giocatore della storia, sei stato il nostro Diego. Ho avuto la fortuna di incontrarti, parlarti, conoscerti e non ti nego che mi tremavano le gambe. Per me hai sempre avuto belle parole, parole di conforto che non potrò mai dimenticare e che custodirò per sempre dentro di me. Da tifoso, da napoletano, da calciatore: Grazie di tutto D10S. Ti ameremo per sempre”.

Michel Platini, ex presidente Uefa e bandiera della Juventus.

“Con Diego, ci siamo visti, affrontati tante volte. Avevo una grande ammirazione per lui, poi, certamente, c’era la rivalità. Non si può essere al vertice entrambi, giocare coppe del mondo per vincerle, giocarsi i campionati con Juve e Napoli e non essere rivali. La prima parola che imparai arrivando in Italia fu la parola ‘sfida’: Maradona sfida Platini, Platini sfida Zico… Negli anni Ottanta vivevamo di rivalità. Sono molto, molto triste, c’è la nostalgia di un’epoca che è stata bella. E’ morto Cruyff, è morto Di Stefano, è morto Puskas, tanti grandi giocatori che hanno segnato la mia giovinezza e la mia vita. Si arriva a un’età in cui vedi tanta gente andarsene”. 

Paulo Roberto Falçao, ex regista della Roma. ”Maradona è stato un semidio del calcio. Con la palla, era un dio, senza la palla, è stato umano. Ho avuto il privilegio di vedere il suo immenso talento in campo e posso testimoniare la sua genialità. Don Diego sarà sempre tra i ricordi migliori degli appassionati di calcio”. 

Bruno Conti, responsabile del settore giovanile della Roma: “Ciao Grande Diego. Rip”. E’ stato suo grande rivale in tante sfide fra Roma e Napoli e fra Italia e Argentina, come quella epica dei Mondiali del 1982 in cui l’azzurro divenne ‘Marazico’. 

Franco Baresi, vicepresidente onorario del Milan: “E’ una notizia che mi ha sconvolto, mi piange il cuore. E’ una leggenda, un mito, uno dei più grandi della storia del calcio o, possiamo dirlo, il più grande di tutti. Ci ha fatto soffrire, ci ha fatto un sacco di gol. A volte gli si faceva fallo, lui prendeva le botte ma senza mai lamentarsi. In campo era leale. Era amato dai suoi compagni, perché non faceva pesare la sua grandezza, e dalla gente, che andava allo stadio per le emozioni che regalava”.

Paolo Rossi, capocannoniere del mondiale vinto dall’Italia, nel 1982: ”Diego è stato il genio del calcio mondiale, un talento ineguagliabile. Assoluto. Una gioia per tutti quelli che amano il calcio. Mancherà. Ciao Diego”.

Claudio Gentile, terzino di quella Italia, lo fermò nel girone al mondiale del 1982.

“Lo fermai e non accettò la sconfitta: non volle darmi la maglia e al Mondiale non si fa. Mi deluse. “Con Zico ci fu a fine partita il tradizionale scambio di maglie a fine partita, nonostante l’avessi scambiata con lui e non con l’argentino, come molti erroneamente ricordano. Diego doveva essere la ciliegina sulla torta dell’Argentina campione, non accettò la sconfitta. Mi accusò di averlo picchiato: ma in tutta la mia carriera non sono mai stato espulso. Lui, in quel Mondiale, sì. Come giocatore è stato il più grande di tutti. Riposi in pace”.

Stefano Tacconi, ex portiere della Juve, anni ‘80. ”Aver preso gol da Diego Armando Maradona per un portiere è un orgoglio, non una sconfitta. Sono 35 anni che viene ricordata la rete che Diego mi fece su punizione con il pallone all’interno dell’area di rigore in Napoli-Juventus, è stato il secondo gol più bello di sempre segnato da Maradona, dopo quello all’Inghilterra. Secondo me Maradona avrebbe voluto morire esattamente così e non certo arrivare a 100 anni quando non ti si fila più nessuno. Adesso invece lui è eterno, per sempre sarà Diego Armando Maradona per tutte le generazioni che verranno. Oggi ci sono Messi e Ronaldo che sono dei fuoriclasse, ma il loro è un calcio business, quello di Maradona, Platinì, Falcao era invece calcio spettacolo. Voglio ricordare il suo tratto generoso di uomo, in occasione della partita di beneficenza a Terni tra la Ternana, con la quale giocai pure io, l’Argentina, si presentò con tutta la squadra al completo. Anche questo era Maradona”.

Ruud Gullit, olandese, avversario di Diego con il Milan, negli anni ’80. “Vivrai per sempre nel mio cuore e in quello di moltissimi altri amanti del calcio. Il miglior giocatore che abbia visto e contro cui abbia giocato”.

Claudio Caniggia, argentino, ex Atalanta e Verona, suo compagno nel Boca Juniors e in nazionale. “Sono devastato per la notizia, era mio fratello… Spero che tu capisca che non ho parole in questo momento. Voglio solo dire ai suoi familiari che li accompagno in questo dolore”.

Il vicepresidente dell’Inter Javier Zanetti: “Diego è unico per tutto quello che ha fatto, per come ci ha reso felici dentro in campo di calcio. Io ancora non ci credo, come tutti gli argentini non credono a questa notizia che è arrivata. E’ una tristezza per tutti coloro che amano questo sport. Nel 1986, quando vinse il mondiale, avevo 13 anni, ho vissuto uno dei momenti più belli della mia vita, vedere l’Argentina campione del mondo e tutto quello che ha fatto Diego in quel mondiale, per tutti noi è stata una grande felicità. Diego ci ha tramesso l’amore per questo sport. Diego ha rappresentato l’essenza del calcio”.

Antonio Conte, allenatore dell’Inter:  “Stiamo versando tutti quanti tante lacrime per la scomparsa di una persona che ha fatto la storia del calcio e rimarrà per sempre in maniera indelebile nella storia. Stiamo parlando della poesia del calcio, un calciatore contro cui ho avuto il piacere di giocare e di marcarlo. Fatico a credere che non ci sia più, era anche giovane”.

Giampiero Gasperini, allenatore dell’Atalanta: “Ho avuto la fortuna di vivere da giocatore, da avversario, l’esperienza fantastica di Diego a Napoli: non lo si può dimenticare”.

Zinedine Zidane, francese, tecnico del Real Madrid.

“La notizia della scomparsa di Maradona è molto triste, non solo per il mondo del calcio ma per il mondo intero. Ricordo soprattutto il Mondiale del 1986, avevo 14 anni. È stato un giocatore unico. Il mio idolo era Francescoli, ma volevamo tutti imitare Maradona. Ho avuto la fortuna di potergli dire che era fantastico”. 

Alejandro Gomez, il Papu dell’Atalanta, argentino: “Oggi è morto anche il calcio, hai dato gioia a tante persone. Riposa in pace Diego, mancherai molto a tutti gli argentini e a tutti noi che sogniamo un giorno di essere come te e di indossare quel numero. Non meritavi di passare il resto dei tuoi giorni così. Mando le mie condoglianze a familiari e amici. È tutto molto triste”.

Domenico Criscito, capitano del Genoa, napoletano di Cercola: “Grazie per tutto quello che hai fatto per il calcio.. riposa in pace”.

Leo Messi, argentino, capitano del Barcellona. “Un giorno molto triste per tutti gli argentini e per il calcio. Ci lascia ma non se ne va, perché Diego è eterno. Mi rimangono tutti i momenti belli vissuti con lui, voglio cogliere l’occasione per inviare le mie condoglianze a tutta la sua famiglia e ai suoi amici”.

Zlatan Ibrahimovic, capocannoniere della serie A, con il Milan. “Maradona non è morto, è immortale. Dio ha dato al mondo il miglior calciatore di tutti i tempi. Vivrà per sempre”.

Frank Ribery, francese, della Fiorentina. “Terribile venire a sapere della perdita di una vera leggenda del calcio. Ma le leggende non muoiono mai. Che Dio ti dia la pace. Ciao Diego”.

Infine Jorge Valdano, compagno di nazionale di Diego Maradona in quell’Argentina che vinse i mondiali del 1986, e poi suo ‘cantore’ in saggi e articoli. Per l’emittente Movistar, era collegato su un campo di Champions. “La notizia mi ha colto di sorpresa e mi ha fatto immensamente male, per il giocatore e per l’uomo. Molti dei ricordi mi provocavano sorrisi…”. Valdano non ce la fa a proseguire e comincia a piangere.

Ecco, nelle lacrime di Valdano ci sono i sentimenti di tanti che hanno apprezzato Diego Armando Maradona. In Argentina, in Spagna, in Italia e in tutto il mondo. Anche nella sua carriera di allenatore, a Dubai e negli Emirati Arabi, in Messico e Argentina, persino da ct dell’Albiceleste. Sul campo è stato immenso, fuori, meno.

Ebbe due bimbe (Dalma Nerea e Giannina Dinorah) dalla storica moglie Claudia Villafane, poi Diego junior con Cristiana Sinagra, la ragazza napoletana che dovette combattere per anni in attesa che il campione riconoscesse quel figliolo identico a lui. E poi Jana, avuta da una nuova fidanzata, tale Valeria Sabalaìn, per chiudere un altro Diego, questa volta un Diego Fernando, figlio (ultimo) di Maradona e Veronica Ojeda.

Fece uso di droghe e stimolanti, ha sofferto di bulimia e sbalzi d’umore. Apparì biondo ossigenato e poi tatuatissimo. E’ morto nello stesso giorno di George Best, scomparso 15 anni fa, e di Fidel Castro (spirato 4 anni or sono), il leader cubano che l’aveva ospitato spesso. Come segni del destino.

Vanni Zagnoli

Assocalciatori.it. La scomparsa di Mirko Pavinato, il capitano dell’ultimo scudetto del Bologna

(assocalciatori.it)

https://www.assocalciatori.it/news/il-pallone-racconta-mirko-pavinato

Se ne va un altro pezzo della storia calcistica del Bologna, il capitano dell’ultimo scudetto, Mirko Pavinato. Era nato a Vicenza il 20 giugno 1934, è morto ieri mattina.
Era cresciuto nel mitico Lanerossi, com’è tornato a chiamarsi dopo la fusione con il Bassano Virtus, era un difensore rapido e ruvido in marcatura, come negli anni ’60, e capace di scatti sulla fascia. Nella “Primavera” guidata da Umberto Menti vinse il torneo di Viareggio nel 1954 e nel ’55. Arrivò a Bologna l’anno successivo, portato dal patron Renato Dall’Ara, a cui è dedicato lo stadio, dal momento che portò l’ultimo scudetto, nel ’64. Lo pagò 30 milioni di lire, davvero parecchio, per l’epoca.
Era la squadra che giocava come in Paradiso e che faceva tremare il mondo. William Negri fra i pali, scomparso un anno fa, Furlanis (deceduto nel 2013), PavinatoTumburus (2015), Janich (’19), FogliPerani (’17), Bulgarelli (’09), Nielsen (’15), Haller (’12) e Pascutti (’17), allenatore Fulvio Bernardini. Fra i titolari, sopravvive solo Romano Fogli, ex vice di Trapattoni, in Nazionale. Tra le riserve, Bruno Capra, che però giocò lo spareggio, Rino Rado e Paolo Cimpiel.
Furono capaci di strappare lo scudetto all’Inter di Helenio Herrera il 7 giugno 1964, a Roma, riportando il Bologna sul tetto del mondo a 23 anni di distanza. C’erano sospetti di doping, che costarono tre punti di penalizzazione, poi annullati, dopo ulteriori controlli. 

La quarta coppa

Pavinato vinse con il Bologna anche una Mitropa Cup, nel ’61. I rossoblù se l’erano già aggiudicata nel 1932 e nel ’34, poi toccò alla Fiorentina nel ’66, all’Udinese nel ’79-’80 e al Milan due anni più tardi. Le ultime italiane vincitrici furono il Pisanell’85-’86 e due anni più tardi, l’Ascoli in mezzo, il Bari e il Torino a inizio anni ’90. 
Dal ’92, il trofeo non esiste più ma era affascinante, inizialmente una quarta coppa vera, poi venne riservato alle neopromosse o alla Serie B, da fine anni ’70.

No all’Inter. Il Mantova

Tornando a Pavinato, nel ’57 il presidente Angelo Moratti offrì 300 milioni di lire per portarlo all’Inter, una cifra incredibile per i tempi, tantopiù per un difensore. Peraltro Renzo De Vecchi, grande difensore della Nazionale degli anni Venti, lo classificò come secondo miglior terzino del campionato. Pavinato rimase in rossoblù, diventandone il capitano. Marcò Jair e Ghiggia, Julinho e Bruno Mora.
Lasciò il Bologna nel 1966 dopo dieci stagioni in rossoblù con 297 presenze tra campionato, Coppa Italia e coppe europee. Chiuse al Mantova, per due stagioni, senza riuscire a evitare il ritorno in B, lì giocò con il giovane Dino Zoff, con Gustavo Giagnoni e Torbjon Jonsson. Un suo cross non irresistibile costò la famosa papera di Sarti, che nel ’67 costò lo scudetto ai nerazzurri, a scapito della Juve, in una domenica rimasta notissima. “All’Inter ho fatto perdere due scudetti”, sorrideva.
Lasciò a 34 anni, con 4 presenze nell’Italia B, ma avrebbe meritato la Nazionale maggiore, allora però i ct puntavano su una trentina di giocatori per ogni biennio. 
Franco Janich lo chiamava “il vecio”, come si dice a nordest, e all’epoca tanti nel Bologna venivano da Veneto e Friuli Venezia Giulia.
Su Facebook, ricorda su Repubblica Bologna Simone Monari, la commozione di chi lo ricorda giocare tennis, chi a qualche cena. 
Per oltre vent’anni allenò i calciatori della Compagnia atleti di Bologna e a Calderino gestì anche un’azienda meccanica. Il calcio non smise mai di seguirlo, paragonava Fulvio Bernardini a Stefano Pioli, che aveva conosciuto a Bologna. Nel 2018 fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica. Uomo riservato e di cortesia sorprendente, aveva una foto con Pelè, cui teneva tantissimo.Il Covid e la famiglia

Come racconta Massimo Vitali, su Il Resto del Carlino. Mirko si è spento all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, consumato da gravi problemi renali che nelle ultime settimane lo avevano costretto al ricovero in ospedale. Problemi aggravati dal fardello del Covid, che pure, nell’ultimo sforzo, il baluardo difensivo era perfino riuscito a debellare. Viveva nella bella casa di via Borghi Mamo con la moglie Luisa.
Sua figlia Sofia ha sposato Francesco Gazzaneo, mancino ex Bologna, Pisa e Catanzaro, degli anni ’80, e a nome della famiglia, ringrazia “i dottori Dentale e Pasquini e i medici e infermieri del reparto 6 di malattie infettive del Sant’Orsola, per come si sono prodigati fino all’ultimo”.
“Il capitano” – ha scritto la figlia – “ha pensato di raggiungere la sua squadra e far vedere come si gioca in Paradiso!!! W papà”.

(Vanni Zagnoli)

Da “Assocalciatori.it”

La morte di Maurizio Esposito, giornalista campano a Parma, aveva 59 anni. La sua ultima intervista: “Niente visite”

Maurizio Esposito

di Vanni Zagnoli
E’ morto Maurizio Esposito, giornalista campano che da molto tempo viveva a Parma. Era un amico, un sodale, aveva ascoltato negli ultimi anni la mia disperazione, per collaborazioni svanite, per i problemi creati dall’abitudine di realizzare video e videoracconti in qualsiasi contesto. Mi cercava spesso, durante la malattia, ebbe un ictus, direi un anno fa. Da anni pubblicava un giornale che mandava per mail anche a grandi personaggi, a quante più persone possibili, ultimamente la grafica era migliorata, aveva creato una sua squadra di collaboratori e amici. Prima della malattia e della pandemia, ciclicamente li radunava a cena, in pizzeria. Maurizio si caratterizzava per un eloquio singolare, dall’accento molto pronunciato, in conferenza stampa per anni chiedeva la parola per domande particolare, molto lontane dall’attualità, esattamente come facciamo noi, quando ce la danno.Maurizio era molto legato alla Campania, mi chiese di contattare un personaggio delle tv campane, cercava sempre nuovi adepti al suo progetto, di approfondimento sul Parma e sui dilettanti. Aveva una mail legata al sito parmapress24.it, di Francesca Devincenzi.Era attento alle presenze, con Popsport, la sua testata, voleva premiare calciatori del Parma. Aveva proprio l’impronta del direttore, amava commentare la partita in sala stampa, magari non trovava l’attenzione che il suo percorso meritava.Lo intervistammo a lungo in video al Tardini, sulla poltrona marchiata gialloblù, con i crociati in serie D o C, non ricordiamo benissimo, è fra i 20mila video perduti, con la chiusura del canale youtube principale.Ci resta solo questa breve chiacchierata. Il coronavirus aveva rimandato la sua rieducazione, sembrava stesse bene, mai avremmo immaginato, in nottata, di apprendere della sua morte, da emiliagol.it, da Giorgio Mansanti.Volevamo raccontarlo in lungo in ospedale, una sera andammo ma dopo le 22 non rispondeva al telefono, altre volte ci aveva rimandato, la sensazione era che magari non gli facesse piacere mostrarsi non al top, fisicamente. Colpiva, di Maurizio, il vortice di pensieri, di idee giornalistiche, che tocca spesso anche noi.Non aveva mai vissuto di giornalismo, ci raccontò anche della sua professione, di impiegato.Resta il rammarico di non averlo ascoltato di più, ma era difficile seguirlo, nei ragionamenti. E poi per anni eravamo presi da corrispondenze serrate, allo stadio Tardini.Meritava maggiore attenzione, da parte di tutti, di certo l’aveva fra i dilettanti, fra ex crociati magari degli anni ’70 e ’80, a cui era felice di inviare il suo giornale.Ci chiese aiuto per sbarcare su internet, per noi era impossibile aiutarlo, già siamo in arretrato con la titolazione di migliaia di contributi. Ecco, Popsport online magari sarà recuperato dalla sua redazione.Ora sarà lassù, a discettare con piccoli e grandi personaggi della tribuna stampa dello stadio Ennio Tardini, Pino Colombi e Roberto Schianchi, Giampaolo Anghinetti e Gianluca Bacchi Modena, Gian Franco Bellè e Tullo Baroni, Tiziano Marcheselli e Maurizio Schiaretti, Francesco Saponara. Professionisti e pubblicisti, fotografi e opinionisti.Indimenticabile, Maurizio. Certo era un cavallo pazzo, nel pensiero. “Senti…”. L’accento, la vocalità erano simbolo di un sud appassionato di tanto, di sicuro della cucina e della compagnia, dello sport e della vita. Indimenticabile, Esposito. Lassù dialogherà con allenatori ed ex campioni, con giornalisti e uffici stampa.

https://www.youtube.com/watch?v=m7CG8sWld68 

Assocalciatori.it. Mauro Bellugi, la scomparsa dell’ex difensore di Inter, Bologna, Napoli e Pistoiese

(assocalciatori.it)

https://www.assocalciatori.it/news/il-pallone-racconta-mauro-bellugi

La versione integrale del pezzo pubblicato su Assocalciatori.it

Mauro Bellugi non ce l’ha fatta, si è spento stamane a 71 anni, vittima delle conseguenze del covid.

A inizio novembre era stato ricoverato per problemi legati all’anemia mediterranea, risultando positivo al coronavirus. Per salvarlo i medici furono costretti ad amputargli le gambe, Bellugi era ancora in ospedale dove aveva cominciato la riabilitazione. “Mi hanno tolto anche la gamba con cui ho segnato al Borussia — raccontava — Moratti vuole prendermi le protesi”. Dopo i due interventi, sembrava in grado di riprendersi, ma era sempre ricoverato al Niguarda, a Milano, dove era stato operato. Nelle ultime settimane c’erano state complicazioni, un’infezione che si è rivelata fatale.

Lascia la moglie Loredana e la figlia Giada, che aveva avuto dalla prima moglie Donatella. I funerali martedì 23 febbraio alle 11 nella basilica di Sant’Ambrogio.

32 volte azzurro, aveva vestito le maglie di Inter, Bologna, Napoli, Pistoiese. Il suo unico gol in carriera con l’Inter fu in Coppa Campioni contro il Borussia Monchengladbach, il 3 novembre 1971, vinta 4-2. Con grande forza d’animo Bellugi pensava comunque di poter riprendere a camminare grazie a delle protesi: “Prenderò quelle di Pistorius”, aveva detto con un sorriso.

In memoria di Bellugi, il presidente della Figc Gabriele Gravina ha disposto l’effettuazione di un minuto di raccoglimento su tutti i campi. “È un grande dolore per il calcio italiano – ha dichiarato Gravina – Mauro è stato un protagonista importante della nostra storia comune. Oltre alle capacità in campo, ne ho apprezzato le qualità umane e la sua straordinaria forza d’animo, soprattutto in questo periodo di sofferenza”.

Roberto Boninsegna lo ricorda così: “Ho perso un amico. Io cerco di ricordarmelo quando giocavano insieme. Era un ragazzo simpaticissimo. Era bravo con i piedi, un difensore anomalo. Faceva il pallonetto anche agli attaccanti e io gli dicevo: ‘Mauro se per caso scivoli e prendiamo gol, comincia a correre…’ e lui mi diceva “si, lo so ma tanto non mi avresti preso… A Milano ci si frequentava, purtroppo se ne è andato un amico. L’ho sentito due giorni fa. Non mi ha detto che stava così male, mi aveva detto che gli dovevano fare un altro intervento”.

Il ricordo dell’Inter: “Oggi ci lascia un grande uomo, un grande calciatore, un grande Interista: ciao Mauro. Fino all’ultimo ha voluto lasciare al mondo un messaggio di forza e di speranza, ha raccontato il bello del calcio e della vita, quella per cui vale la pena lottare ed è stato ripagato dall’abbraccio di tutti, dei suoi tifosi, dei compagni, degli avversari e delle persone che hanno riconosciuto in lui quell’esempio di vita che oggi più che mai diventa prezioso. Nella sua storia c’è forza, determinazione, allegria, amore e speranza”. 

Anche il Napoli si è unito al dolore della famiglia per la scomparsa del “caro Mauro”. 

Dino Zoff lo ricorda così, dalla nazionale. “La scomparsa di Mauro è veramente una brutta notizia, era un ragazzo simpaticissimo, allegro, grande raccontatore di barzellette. Era sempre un piacere passare del tempo con lui. Era un uomo positivo e pieno di gioia di vivere, mi spiace molto per la sua scomparsa”.

Volevamo anche noi intervistare Mauro, non abbiamo fatto in tempo.

Questo il racconto di Maurizio Crosetti, su Repubblica.

La sua voce era strana ma bellissima, quel giorno. Passava dal pianto al riso e poi di nuovo al pianto. Era la voce di un uomo che cerca di tenersi aggrappato al cornicione di sé stesso. Le interviste non sono tutte uguali, nemmeno le persone lo sono. Era dicembre. Si era saputo da qualche ora che Mauro Bellugi aveva subìto l’amputazione di entrambe le gambe, lo aveva comunicato sui social un suo amico che è anche un bravissimo giornalista, Luca Serafini. In quei momenti, il mestiere chiede anzi ordina di raggiungere un uomo, quando un uomo coincide con una notizia. Si trattava, insomma, di intervistare Mauro in ospedale.

Chiamammo la figlia Giada, gentilissima. Ci disse che il papà lo stavano cercando in tanti, e che adesso si trovava tra una medicazione e la cena, e non sapeva se avrebbe risposto. Allora scrivemmo un messaggio whatsapp a Mauro, che non rispose. La tenerezza della sua icona, quell’immagine di lui giocatore che calcia il pallone, e addosso la maglia della Nazionale. Che fare? Insistere? Chiamarlo direttamente, oppure rinunciare e lasciare che un uomo restasse tranquillo nel suo letto, tra una minestrina e una suora? Chiamammo, perché sì. Anche quando non sarebbe giusto, comunque sì.

Lui rispose al primo squillo. Ed era vivo, dolente, scosso ma vivo. Ed era felice di raccontare, questo lo si capiva al volo. Travolto dal flusso emotivo e dall’affetto di tutti quelli che lo avevano cercato (Massimo Moratti era stato il primo, ci disse Mauro), il campione ferito partì a raffica e non la smise più. Un flusso, un’azione travolgente. Piangeva parlando di Paolo Rossi appena scomparso, rideva raccontando di quando il chirurgo gli aveva accarezzato la gamba che segnò quel memorabile gol al Borussia: prima di amputare, quel medico accarezzò.

Non sapevamo cosa fare, cosa dire. Forse Mauro era un poco alterato dal farmaci ma – come spiegarlo ? – ci sembrava che quella chiacchierata fosse per lui una liberazione, succede dopo una grande paura di avere voglia di raccontare, di sentirsi scampati, di cercare nella bizzarra allegria un motivo per resistere e tenersi vivi. E allora Mauro Bellugi parlò di Zanardi, di quanto quell’esempio umano gli fosse utile, e ancora del dottore che l’aveva operato, e della gamba che stava diventando nera e che se non l’avessero tagliata, proprio come quell’altra, la sua sorella, lui sarebbe morto. Era un racconto teatrale, di quelli che mescolano ogni cosa, il passato e il futuro, la gioia e il terrore. Quando la vita scappa, le si corre dietro e si prova ad acciuffarla per la coda, è come alle giostre da bambini, se afferri la coda di volpe il prossimo giro è gratis. E Mauro quel giro lo voleva con ogni fibra di sé.

Alla fine disse che era ora della cena, me la porta Cracco in persona, scherzò. E promise che ci saremmo visti a temporale finito, basta Covid, e con quelle due gambe nuove (lui aveva già sfogliato il catalogo delle protesi) si sarebbe fatto una bella passeggiata fino al ristorante, non un passo di più ma nemmeno uno di meno, e lì ci saremmo seduti e avremmo ordinato un risotto e una bottiglia di rosso e avremmo parlato di pallone. Gli avremmo detto di quando lui era in attesa della foto di squadra, prima di cominciare una partita, ed era uguale ai guerrieri greci dei libri del ginnasio, e masticava la gomma, e teneva le braccia conserte come altri eroi di quel tempo classico, per esempio Gigi Riva o Roberto Bettega, o Morini, oppure Furino, gli amati, memorabili calciatori intagliati nella pietra di un tempo ormai perduto.

Ci salutammo così, con un appuntamento a pranzo e un sorriso nella voce. Mauro era un combattente tenero, una pasta d’uomo. Che la terra gli sia lieve come una carezza sugli occhi di un bambino che dorme.

A noi piaceva il personaggio televisivo, quella voce singolare, lo ricordiamo nel blocco della Juve ai mondiali di Argentina 1978. E poi, siccome brilliamo al contrario, sempre, e da sempre, ci piace focalizzarci sul club meno prestigioso della sua carriera, la Pistoiese, la sua ultima squadra, nel racconto di Enzo Cabella, su La Nazione.

Era il campionato 1980-81 e si apprestava a giocare per la prima volta in Serie A. Ricevette una telefonata dal presidente della Pistoiese, Marcello Melani – il mitico “Faraone” – che sei anni prima (la squadra militava in serie D) aveva promesso ai tifosi la conquista della Serie A in cinque anni (pronostico sbagliato, quindi, di un solo anno). Melani propose a Bellugi di prolungare la carriera e di diventare il perno difensivo della squadra. Bellugi si prese qualche giorno per riflettere, si informò dei giocatori in rosa e quando seppe che c’erano Lippi, Frustalupi, Rognoni, Badiani e che l’allenatore era Lido Vieri, il portiere della “sua” Inter dello scudetto 1070-71 – ruppe gli indugi e accettò.

L’inizio del campionato fu molto sofferto per la Pistoiese, tanto che dopo sei giornate Melani affiancò a Lido Vieri niente meno che Edmondo Fabbri, ex ct della Nazionale. Propositi e mire grandiosi quelli dell’ambizioso presidente, che ben presto trovarono una positiva conferma nei risultati del campo. Fabbri si affidò ai giocatori più esperti. Con Bellugi e Lippi a formare la cerniera centrale difensiva, con Frustalupi, Rognoni e capitan Borgo a centrocampo e il solo Chimenti ariete in attacco (il giovane neofita brasiliano Luis Silvio Danuello si rivelò una bufala), la matricola arancione crebbe di giornata in giornata fino alla incredibile vittoria per 2-1 a Firenze: era il 18 gennaio 1981, una data che resterà nella storia centenaria della società.

Bellugi, lo ammise più volte, rivelò che non avrebbe potuto mai immaginare un epilogo di carriera così bello. Lui e Lippi s’intendevano a meraviglia. Avevano tecnica ed esperienza. Lippi faceva il libero, Bellugi lo stopper, deciso e senza paura, intelligente nell’intuire le mosse degli avversari e soprattutto granitico. Una roccia. Ma dopo lo strepitoso successo di Firenze, la bella ‘Olandesina’ diventò vanitosa e non fu più capace di vincere, tanto che le si aprirono le porte alla retrocessione in B. Il grande sogno della Serie A durò così solo un anno. E Mauro Bellugi, dopo aver giocato in maglia arancione venti partite dimostrando grande professionalità, correttezza, lealtà e rispetto verso tutti, decise definivamente di metter fine alla sua fulgida carriera”.

L’ultimo ricordo lo prendiamo da Il Fatto quotidiano, scelta per noi inconsueta, a firma di Cristiano Vella.

Toscano di Buonconvento, tipico toscanaccio: irridente, con la battuta sempre pronta, amatissimo dai compagni per la sua capacità di far gruppo, meno dagli attaccanti avversari per le sue caratteristiche. Uno stopper atipico, marcatore puro e duro esattamente in quest’ordine, ma anche bravo a giocarla coi piedi: di quelli che menarla in tribuna va benissimo, ma quando scappa un sombrero all’attaccante va anche meglio, e se poi invece che menarla in tribuna c’è da menare e basta non ci si tira certo indietro. Chiedere ad Andrzej Szamarch, attaccante polacco giustiziere dell’Italia nei mondiali del 74, ridotto all’impotenza totale da Mauro l’anno dopo, in una gara di qualificazione agli Europei giocata in Polonia, che valse a Bellugi il titolo di “Leone di Varsavia”. O agli attaccanti dell’Inghilterra Osgood e Clarke, annullati nella vittoria di Wembley con gol di Capello.

Nato calcisticamente nell’Inter con il nerazzurro che gli è rimasto dentro sempre: esordisce in serie A nel ’70 grazie a Herrera, Heriberto non Helenio, e vince lo scudetto nel ’71, quello della rimonta clamorosa sui cugini del Milan. Sarà l’unico trofeo vinto in carriera.

Ceduto al Bologna nel 74, non tanto per il valore quanto per l’eccessiva sincerità e la tagliente lingua da toscanaccio gli avevano creato qualche antipatia di troppo diventa titolare fisso tra i felsinei e anche in nazionale, andando ai mondiali nel 1974, senza giocare e poi a quelli del 1978. Chiude la carriera con un campionato a Napoli, ceduto nell’ambito dell’operazione che aveva riportato a Bologna l’attaccante Beppe Savoldi, e poi a Pistoia, dove dopo il ritiro tenta anche la carriera da allenatore, salvo poi decidere che non è quella la sua strada e diventare opinionista televisivo, apprezzato proprio per quello stile che aveva anche in campo: raramente banale, ruvido, tagliente.

Sempre in discussione. All’Inter, in Nazionale, e anche al Bologna, spesso tormentato da problemi fisici: infortuni anche gravi da cui era sempre riuscito a riprendersi grazie alla forza di volontà più che al bisturi dei chirurghi. E anche dopo l’amputazione della gambe era pronto a rialzarsi di nuovo, palesando la sua voglia di cimentarsi con le protesi di Pistorius che avrebbe voluto utilizzare per tornare a camminare, e firmando un’altra impresa stile Varsavia o Wembley: purtroppo non gli è riuscita.

Vanni Zagnoli

Da “Assocalciatori.it”

Assocalciatori.it. Fernando Viola, vent’anni dalla scomparsa del centrocampista gentiluomo

(assocalciatori.it)

https://www.assocalciatori.it/news/il-pallone-racconta-fernando-viola

Vent’anni fa, il 5 di febbraio, Fernando Viola morì in un incidente stradale, a quasi 50 anni. Ne avrebbe compiuti 70 il 14 marzo prossimo, come racconta Adolfo Fantaccini, per l’agenzia di stampa Ansa.
“Fernando Viola da Torrazza Piemonte (Torino) perse la vita su viale Parioli, il quartiere dove aveva scelto di vivere con la moglie e i figli che, all’epoca, avevano 14 e 15 anni. Viola, centrocampista a tutto tondo cresciuto nel vivaio della Juve, era a bordo del proprio scooter che si schiantò contro un’auto. Di lui restano i ricordi delle prodezze in campo, ma anche il suo essere un giocatore atipico, un gentiluomo: dalla Juve di ‘Cesto’ Vyckpalek, lo zio di Zeman, fino alla Lazio. Proprio l’allenatore ceco lo fece esordire in bianconero, il 12 marzo 1972, in Juventus-Bologna, vinta 2-1 dai bianconeri. Viola venne gettato nella mischia per sostituire il ‘Barone’ Causio, a sua volta erede del ‘panzer’ Helmut Haller. Qualche settimana dopo, in seguito a un digiuno di alcuni anni, i bianconeri riconquistano lo scudetto. L’apporto di Nando Viola è minimo, ma essenziale. Giocatore di talento, dotato di buona tecnica, fantasia e uno straordinario dinamismo, Viola è stato un antesignano del centrocampista moderno. Uomo di calcio, ma anche di lettere e di cultura. Il calcio ai massimi livelli, infatti, non gli impedì di coltivare la passione per gli studi: riuscì a laurearsi in lingue e fu uno dei primi nella storia del calcio italiano a diventare dottore. Dopo la Juve, il prestito in B a Mantova, il ritorno alla casa madre – dove vide muovere i primi passi di un giovanissimo Paolo Rossi – poi il Cagliari, la Lazio, il Bologna, quindi ancora quattro stagioni in biancoceleste e l’epilogo – per diletto – a Subiaco, la squadra del paese di Ciccio Graziani. Infine, l’addio al calcio e lo schianto in viale Parioli che mise fine a tutto”.

Fin qui la notizia di agenzia, andiamo a cercare ricostruzioni, di quell’incidente. Lo raccontava Repubblica, a firma Barbara Saporiti: qualche brano, levando i particolari più crudi.
“È stato un attimo. L’auto gli si è parata davanti, in scooter ha frenato ma è stato inutile, è stato ucciso dal parabrezza della sua moto. Da piazza Ungheria, Nando Viola si stava dirigendo, lungo viale Parioli, verso piazza Santiago del Cile. Nell’altra corsia e in senso opposto viaggiava una Volvo chiara guidata da un piccolo imprenditore di 41 anni. Poco prima del bar Cigno, davanti all’istituto San Gabriele, la Volvo svolta a sinistra all’altezza di un passo carrabile. L’ex calciatore frena, la moto scivola per più di dieci metri fino all’impatto con l’auto. «Ho sentito il botto e sono corso fuori – racconta Antonio Bo, il portiere dei palazzi ai numeri 12 e 14 – Viola era sdraiato a faccia in giù, immobile. E il sangue continuava a uscire, non sapevamo cosa fare. Eravamo paralizzati dallo choc. Abbiamo cercato un medico, nessuno ha potuto aiutarci. Non restava che aspettare l’ambulanza, che però è arrivata solo dopo un bel po’». Nando Viola aveva il casco, ma non è servito. È morto dissanguato appena arrivato al Policlinico. 
Non si dà pace Sandro Gotti: ha visto tutto e sei ore dopo è ancora lì, a fissare quel sangue su cui qualcuno ha buttato della segatura. «Hanno cercato di pulire, di spazzare via tutto – racconta – ma è stato inutile. L’investitore? È immediatamente sceso dalla macchina, ha cercato di aiutare l’uomo ferito. Ma anche lui non sapeva cosa fare. Era disperato, piangeva e urlava». «Questa via è un inferno – commentano commercianti e residenti – Si corre troppo».
Alle sette di sera, quando la notizia della morte di Viola ha cominciato a diffondersi, è iniziato il pellegrinaggio. Un amico avvocato stava lì, impietrito, con gli occhi lucidi: «Non posso crederci, non può essere vero». Sono arrivati anche i tifosi: «Era un grande, non meritava di finire così. Vi ricordate il derby del marzo ’79? Il suo tiro fu deviato da De Sisti in rete e poi Nicoli, all’ultimo minuto, ci regalò la vittoria. Era davvero un grande campione».
Da campione d’Italia a pellegrino del calcio: subito dopo lo scudetto la serie B con il Mantova, ancora due stagioni in bianconero, poi Cagliari, Lazio, Bologna e infine quattro anni in biancoleste, dove si distingue per presenze e gol soprattutto quando la Lazio finisce in serie B”.

Noi aggiungiamo che al Mantova retrocedette, in Serie C, dopo avere segnato le prime due reti, da professionista. Un gol lo realizzò anche alla Juve, nel totale di 21 presenze spalmate in tre stagioni. Tre le reti al Cagliari, dove visse un’altra retrocessione, con Luisito Suarez e poi Mario Tiddia in panchina, nel ’75-’76, risultando peraltro il più presente in una squadra che aveva solo Comunardo Niccolai, Giuseppe Tomasini, Nenè e Gigi Riva, fra gli scudettati.

Anche alla Lazio Viola arrivò poco dopo il primo scudetto, due anni dopo, contro i 5 sul tricolore della Sardegna. Giocò 19 gare e contribuì al quinto posto, valso la qualificazione Uefa, con Vinicio in panchina.
Nell’80, fu inizialmente coinvolto nello scandalo del Totonero, risultava fra i 27 indagati, uscì pulito, senza squalifiche, come giocatore, e seguì i biancocelesti retrocessi d’ufficio in serie cadetta, restando altre due annate, per un totale di 10 reti. Risalì in A con il Genoa e anche lì, alla seconda stagione, retrocedette.
Termina fra i professionisti al Barletta, scendendo in C1, con altre tre reti. Allenatore era il compianto Mario Facco, fra i compagni aveva Guido Angelozzi, il ds della storica Serie A dello Spezia, ora al Frosinone.

Qualche altra notazione la prendiamo dall’archivio de La Gazzetta dello Sport, sempre nel giorno della morte. È a firma di Giorgio Lo Guidice, oggi 83enne.
“Viola era sempre allegro, sul campo e fuori. I tifosi laziali lo avevano preso ad amare, malgrado fosse un torinese. Quando parlava, con la sua calata pareva un nobile fra poveri plebei. Nella Lazio si era subito adattato, ne aveva preso lo spirito, aveva capito l’umiltà di battersi per certi traguardi minimi che non erano più lo scudetto, ormai un ricordo, ma addirittura la salvezza e poi anche la serie B. Erano anni duri per chi tifava biancoceleste, perché sull’altra sponda la Roma impazzava, aveva cominciato un ciclo vincente, mentre in casa laziale i presidenti si succedevano senza trovare uno sbocco a una crisi che era in parte tecnica e molto economica. Da Aldo Lenzini, fratello di Umberto, a Gian Casoni fino a Giorgio Chinaglia, la società non trovava pace in campo e fuori: lui, «Nando», restava però un riferimento, pronto a scherzare con i giornalisti al «Maestrelli» dove allora la Lazio si allenava. Era un ottimista nato, non si abbatteva mai e si fermava spesso all’uscita dal campo a parlare con i tifosi, firmando autografi, discutendo, spiegando e giustificando una sconfitta o magnificando una vittoria. Era una mezzala talentuosa, ottimi piedi e anche buono nel gioco aereo malgrado la statura non eccelsa. Adesso lo avrebbero definito un regista rifinitore, allora era un centrocampista che aveva un buon tiro anche se di gol nei suoi 14 anni di carriera ne aveva messi a segno 20. Si stabilì a Roma e si sposò. Faceva l’assicuratore e nelle ultime stagioni lavorava al Lloyd Adriatico. Sempre tifoso laziale, ne parlava come una cosa sua. Aveva festeggiato il secondo scudetto, dicendo che la società era destinata a un grande avvenire. Lo diceva e gli brillavano gli occhi, forse ricordando i tempi grami che lui aveva passato, con stipendi che non arrivavano e dirigenti storici come Gabriella Grassi e Felice Pulici a cercare di far quadrare le situazioni”.

Infine Il Corriere della Sera, a firma Fabrizio Caccia.
“Continua la serie di lutti che ha colpito la squadra negli anni dopo lo scudetto del 1974. A dicembre ’76 morì Maestrelli. Un mese dopo, gennaio 1977, morì Re Cecconi. Era la Lazio del dopo scudetto, Fernando Viola ne aveva vinti già due con la Juventus. Il presidente era Lenzini, il medico Ziaco, l’accompagnatore Bezzi. Lazio sciagurata, segnata da un destino tragico. Tutti morti. Viola era avvocato, specializzato in infortunistica stradale. Arrivava ai Parioli sul suo scooterone Suzuki “Burgman 400”, doveva correre a Frosinone per il funerale di un’amica di famiglia, Pina, morta di ictus. A Frosinone l’aspettava già la moglie Patrizia. Velocità sostenuta, ma la strada era sgombra. Viola ha frenato, ci sono i segni per terra, 9-10 metri, ma non è riuscito a evitare l’impatto. Ha urtato il fanale anteriore destro della Volvo ed è rovinato in terra, a faccia avanti, perdendo moltissimo sangue. Centrocampista di fantasia, sostituì Mario Frustalupi, il regista dello scudetto. Morto nel 1990 in un incidente stradale”.

Ecco, a leggere i tre articoli di 20 anni fa si percepiscono gli intrecci di quelle tragedie, un destino che ha accomunato Nando Viola ad altri personaggi del nostro calcio, legati alla Lazio e non solo. Con il metro delle convocazioni di oggi, si sarebbe magari affacciato in nazionale. Negli anni in cui non c’erano stranieri (sino all’80) Viola era un giocatore di talento e rendimento, elegante e che incideva.

Vanni Zagnoli