(Claudio) Negri: “Per caso. Brera, Franco Grigoletti e il coma; la provincia”. Scrittore, scrittura

Claudio Negri

“Nacqui sub Julo… al tempo degli dèi falsi e bugiardi”. Se fossi un Virgilio qualsiasi, risponderei così alla domanda d’apertura di questa intervista in differita per cause di forza o di debolezza maggiore. Ma non sono Virgilio, nemmeno un Virgilio qualsiasi. Sicché sono nato a Melzo, nel Milanese che a est digrada nell’Adda. Sono, a guardare fronde e alberi genealogici, una macedonia lombarda, da Milano a Bergamo, dalla Valtellina a Brescia. Ma posso confermare che, anche con un buon tre per cento di fiero dna Neandertal, posso risalire ai remoti nonni che circa 150 mila anni fa migrarono dal Corno d’Africa con l’homo sapiens gironzolone. Ci ho messo molto a venire al mondo. E’ avvenuto nel 1957 ed eccomi qua. Nel mezzo c’è stata una vita non priva di spunti interessanti, compresi gli amori sfortunati (gli unici per i quali valga la pena), un meraviglioso mestiere casuale (il giornalismo) un’emorragia cerebrale a metà dei miei quarant’anni (l’ho sfangata, col suo prezzo), una costante meraviglia per ogni aspetto della vita, dalle illusioni consolatorie dell’arte e della bellezza vagante al dolore del mondo, reale e morale, portato al collo come un talismano, col dovuto rispetto per Eugenio Montale. La mia formazione? Piena di lacune, ma anche di ricche isole. Non sono stato uno studente modello: ho una licenza liceal-scientifica assai poco brillante, conseguita al parificato istituto Enrico Fermi: si stava appollaiati in Galleria, a Milano, in una sorta di privilegiato acquario teatrale, di una mitteleuropa che permeava le vetrose volte e finanche i piccioni. Il mio professore di matematica e di fisica era il colonnello Mario Giuliacci, il meteorologo, allora capitano. Da membro interno all’esame di maturità Giuliacci prese le difese della mia vocazione artistica.Gliene sarò per sempre grato. Ma la sto facendo lunga. A mezza università, facoltà di lettere, con più attacchi di panico che esami, lasciai tutto per il mestieraccio che mi ha dato pane e companatico per quasi quarant’anni. durante i quali non ho mai smesso di studiare per conto mio; da qui il mio arcipelago di ricche isole nella lacuna magna della ignoranza. Al Giorno avevano blanda esigenza di un nuovo corrispondente dalla mia zona Il vecchio titolare (per me sarà in eterno il “Signor Brambilla”) il cui lavoro serio era quello di tecnico Enel, stava trasferendosi in Francia verso una più cospicua occupazione e un mattino del maggio 1979 mi portò al Giorno, allora in via Fava. Appuntamento sotto il Pirellone, poi corsa in autobus, il vecchio 43, fino a Greco. Il marciapiede che portava al giornale era un percorso a ostacoli tra stronzi di cane e altre reliquie. Essenziale metafora del mestiere a venire. Ma l’odore di carta e inchiostri che promanava dalla rotativa era inebriante. In Redazione Provincia conobbi Gino Morrone, il capo redattore, e il suo vice Claudio Guglielmetti col quale avrei poi condiviso lunghi anni di vita diurna e notturna al giornale, gusti ed epifanie: se n’è andato qualche giorno fa ed è stato per me un dolore acuto. 
Comunque, in quel maggio lontano cominciai. Cominciai, si fa per di dire: per soverchia timidezza passò un mese prima che riuscissi a portare qualcosa in redazione. Poi qualcuno, al mio paese, forse per aiutare me a rompere il ghiacco col giornalismo attivo, piazzò nottetempo una bomba artigianale davanti alla sede della locale sezione della Dc. Si era in periodo elettorale. Erano anni plumbei. La bomba mandò in frantumi la vetrata. Un bel baccano. Così scrissi il mio primo pezzo: “Un ordigno di rozza fattura..”. Lo scrissi a biro, in brutta. Poi lo ricopiai sulla macchina da scrivere e lo portai al giornale. Da corrispondente non valevo granché. Mi arrangiavo a scrivere, questo sì, ma non sono mai stato un cane da tartufi. Le notizie mi mettevano istintiva paura. Mi venivano meglio i ricami e l’uncinetto, i pezzi di colore, quelli che zio Ernest bollerebbe come “bullshit”, stronzate (vedi marciapiede del giornale). Avendo temeraria e abbastanza immotivata fiducia nelle mie qualità letterarie, mi ostinai a credere che prima poi sarei stato assunto. Così passarono otto incerti anni durante i quali arrotondavo la magra michetta mensile del Giorno (pagato a pezzo e i pezzi erano pochi) con ripetizioni di materie umanistiche a studenti in sofferenza (meglio se studentesse), con collaborazioni assidue all’uffico stampa della Fininvest Comunicazioni, introdotto da un arguto amico e sodale di esperienze radiofoniche, Carlo Bassi: grazie a lui mi immersi nel rutilante mondo televisivo del primo Berlusconi. Conobbi Jas Gawronski, vidi da vicino Giorgio Bocca e Arrigo Levi. Finanche Henry Kissinger. Offrii un caffé a Marcello Mastroianni (ubi maior: il barista me l’aveva appena portato da sotto, Mastroianni ne aveva appena chiesto uno prima della conferenza stampa e così io, con tempismo più unico che raro, gli cedetti il mio). Entrai in contatto con un sacco di gente, registi, attori, attrici, cantanti, comici, sportivi. Ma alla fine preferii entrare al Giorno. Fui assunto in Redazione Provincia da Luigi “Gigi”Gervasutti, il mio capitano Ortiz: trasformò la redazione in un grande progetto laboratorio di giovani redattori. Era il 1987. Dopo diciotto mesi, l’esame di Stato a Roma. Professionista. Gigi fu il primo che chiamai, a orale superato. Poi tornai in albergo in via Giulia risalendo il Tevere a nuoto, o così mi parve, tanto ero euforico.
(Qui apro una parentesi con la mozione degli affetti. Una mozione cauta, perché li vorrei tenere protetti e discreti, sempre. Mia moglie Marilena – ci siamo sposati nel 1989 – mi sopporta da sempre e credo non sia mai stato facile per lei vedere di buon occhio un mestiere che le azzerava le domeniche e quasi tutte le sere. Vorrei tanto dire che anch’io sopporto lei, ma sarei bugiardo. Marilena sa molte più cose pratiche di me e siccome non si vive ad Avalon o nei Campi Elisi, sapete bene chi ha più chance a sopravvivere su un’isola deserta o in una riunione di condominio. Marilena ha un lavoro da rosa dei venti, segue lontane navi da crociera o cargo commercaiali garantendone manutenzioni con invio di tecnici quasi in tempo reale. Lei stessa all’occorrenza parte per il mondo con preziosi pezzi di ricambio: per Curaçao o per l’Ultima Thule. Ha un sorriso bellissimo, ma sa essere d’acciaio all’occorrenza. Nostra figlia Ginevra è in esilio a Bologna, a inseguire la laurea magistrale in antropologia. In lei scorgo sempre meglio un fondale scenico appassionato, per le vicende umane e per ogni forma vivente della Terra, compreso il lichene d’Islanda. Ma Ginni ha un senso pratico e una sensibilità sintetizzati sulle frequenze della madre. I figli si fanno insieme e per molti questa è una scoperta quasi singolare. Chiusa parentesi).
Dpo l’esame di Stato, gli anni della professione al Giorno si fecero veloci, densi di giorni di cucina ma anche di notti in tipografia, a far nascere ogni volta il giornale-bambino, talvolta con parto podalico o con cesareo. Rimasi in Redazione Provincia con periodico e temporaneo distaccamento in altri servizi (Esteri, Fatti Vita, Spettacoli, Sport) fino al 1997, quando nei ribaltoni d’assetto seguiti al passaggio del Giorno dall’Eni al Gruppo Monti-Riffeser, con Resto del Carlino e Nazione, finii felicemente allo Sport (anche se il mio avvento costò la seggiola a un bravissima collega, Giovanni Rossi, spostato in Cronaca di Milano) col quale lavoravo di supporto alla domenica fin dai tempi del Mondiale di Italia ’90. Dal 1990 al 1996 avevo bazzicato in una redazione-corazzata, fiera e indipendente, ancora permeata dal nume tutelare di Gianni Brera: da Giulio Signori a Franco Grigoletti, da Claudio Pea e Paolo Ziliani a Giorgio Reineri, da Beppe Maseri a Franco Rossi e a Laura Alari, da Giampaolo Nicolin e a Gian Maria Gazzaniga. Poi c’erano i giovani, davvero svegli: dal già menzionato Giovanni Rossia a Cristiano Gatti, da Paolo Pagani a Domenico Calcagno, da Daniele Dallera a Paolo Prestisimone più una scelta falange di corrispondenti e collaboratori, fra tutti Franco Lini e Franco Fiocchini. Il grande Gianni Clerici scriveva ancora per noi e c’erano altre firme di eccellenti rubriche, in primis Manlio Scopigno e il suo “Senza Filtro”. Al mio arrivo in pianta stabile lo Sport soffriva purtroppo dei riequilbri di potere, di ridisegno e di ridimensionamento di organico dopo il passaggio di proprietà. A Milano, dopo una breve gestione affdata a Daniele Dallera (che presto volò al Corriere della Sera, a dirigerne poi la redazione sportiva), rimanemmo in tre: Alari, Calcagno e io. Alternandoci nei ruoli ufficiosi di inviati (Laura lo era per davvero) e di cucina redazionale. Poi anche Calcagno cambiò testata. Rimanemmo solo Alari e io, nel gruppo della Polipress, il manipolo di giornalisti dedicati alla parte nazionale dei tre quotidiani. Tornai a essere aggregato al Giorno quando venne varata la nuova redazione sportiva locale affidata a Giampaolo Nicolin e alla sua raffinata cultura, non solo in materia muscolare. In redazione arrivarono Daniela Gabrielli e Marco Cogliati, tornò Beppe Maseri. Nicolin, attorno a un nuovo inserto sportivo, “Ola”, seppe valorizzare un gruppo di ragazzi davvero in gamba. Peccato che, in un arruffato e torrido pomeriggio di fine giugno, mentre pigiavo nervoso sulla tastiera, a causa di un picco pressorio si scatenò un’emorragia cerebrale con manie di grandezza. Quaranta giorni di coma, sette mesi di ospedale, il corpo inservibile, la mia voce persa o quasi. Però, che fortuna, la testa non aveva perduto niente, nè memoria dei libri letti, dei miei gusti, delle mie isole di ricchezza culturale. L’editore fu paziente con me e i direttori del periodo, prima Pierluigi Fadda e poi Xavier Jacobelli, mi vollero davvero bene: quando tornai al lavoro giravo ancora sulla sedia a rotelle. A capo dello sport era intanto subentrato il collega e amico fraterno Renato Vassallo (la sua morte, nel 2015, è un dolore innervato, che non passa. Così come per Roberto Cazzulani, lodigiano schietto e instancabile, che lavorò allo sport per qualche anno: la sua scomparsa prematura è stata per noi uno choc) e con René a farmi da tutore tutto ricominciò. E continuò quando a capo dello sport arrivarono l’ironico e galantuomo Cesare Paroli e, infine, Giulio Mola, un appassionato ed entusiasta giornalista di inchiesta e marciapiede, come non ne fanno più nell’era del copia e incolla. Negli ultimi anni ho lavorato, cuore in mano, ridendo e commuovendomi con la dolce e ironica Simona Balboni, laziale di ferro e fuoco E poi… poi è arrivato per me il prepensionamento ed è stato un brutto momento: perdere il mestiere è stato come per Bilbo Baggins cedere l’Anello. Ma a tutto ci si adatta, anche a invecchiare. “Eris giornalista in aeterno”, anche se dirai messa da solo. Scrivere rimane la mia impura e imperfetta consolazione al mal di vivere.
Ora, dopo questa lunga scapicollata storica, mi resta da dire qualcosa del mestiere di redattore/inviato sportivo: mi sono sempre sentito un invitato privilegiato e poco addetto ai lavori nel grande mondo del calcio. La casta dei giornalisti della pedata non ama gli acchiappanuvole e il mio scarso tecnicismo non mi ha aiutato a essere considerato dai colleghi più sul pezzo rispetto al sottoscritto. Poi, poco a poco la tribuna stampa è diventata la famiglia di infinite domeniche, Milanello e Appiano Gentile le mie seconde case. Sono interista da sempre ma anche nella tana del Diavolo (chissà cosa direbbe Peppino Prisco, che negli ultimi anni della sua vita mi aveva preso in simpatia?) sono stato a mensa, condividendo quasi giornalmente calore umano (il caro Ugo Allevi), sogni e illusioni.
Il ciclismo è stata la mia sposa sempre in fuga: scampoli di Giri d’Italia (come quando Pantani morì la prima volta, nel 1999, escluso per ematocrito alto dalla corsa rosa: Pieraugusto Stagi e io su all’Aprica, conn migliaia di pantaniani sotto choc, cantavamo a ciglio umido “Romagna mia”) e miraggi del Tour de France, autunni al Lombardia e, ancora nel segno del Pirata, una trasferta a Lugano per la trionfale cronometro che valse a Pantani il Giro 1998.
Ho scritto tanto e in fretta. Nessun libro. Perché io mi considero appena capace di buttare giù un quartetto d’archi, ma non una sinfonia. Sulla fretta notturna, in uno stadio che espode di tifo, e tu lì a scrivere partita, pagelle, spogliatoi e fuffa, sta sospesa un’aura quasi eroica, di quel poco d’eroico che c’è nella professione di scribi un poco farisei. Dopo, tutti a cena coi confratelli nell’ora del lupo:, era bello distruggersi il fegato insieme, con vino e intrugli, sapendo che i tuoi pezzi erano già in stampa per il domani che si faceva oggi, imbiancando a oriente. Era sempre Natale, aprendo il giornale e trovandoci la tua firmetta. “Un nonnulla basta a rallegrarci – sosteneva Blaise Pascal, mediano giansenista del Clermont-Ferran – perché un nonnulla basta ad affliggerci”.

Claudio Negri

Eurosport. Roberto Beccantini ricorda Gianni Mura

(larassegna.it)

https://it.eurosport.com/ciclismo/ricordando-gianni-mura-ho-perso-una-bussola-mi-manchera_sto7709415/story.shtml

 Ricordare Gianni Mura, che ha sempre considerato la parola un ponte e non un muro, mi agita il cuore di sentimenti. La tristezza infinita per la scomparsa (ieri a Senigallia, all’età di 74 anni, complice un «tuffo» al cuore); la gioia schietta che mi davano il suo stile, i suoi pezzi, i suoi libri; il vuoto che i fuoriclasse assoluti – e lui lo era – lasciano nella storia del mestiere e, a maggior ragione, nella cronaca di noi mestieranti.
Gianni è stato un maestro. E come tale, fidatevi, di improbabile emulazione. Ve lo riassumo in un concetto, il concetto di Albert Camus, premio Nobel per la letteratura nel 1957: «Chi scrive in modo chiaro ha lettori, chi scrive in modo oscuro ha commentatori». Ecco: aveva lettori, Gianni, una valanga di lettori, perché scriveva chiaro e forte. Incuriosiva. Appassionava. Si poteva non essere d’accordo, non si poteva non ammirarlo. Le Olimpiadi, i Mondiali di calcio, il suo amato Tour tra fasti e pasti: ha esplorato tanto sport, tanta vita e tanta cucina, sempre in punta di penna (e di penne, ça va sans dire). Si è schierato, ha combattuto gli «ismi» dell’arroganza. Prima che una grande firma, un uomo grande.
Gazzetta dello Sport, Corriere d’Informazione, Epoca, un po’ di Occhio e, dall’alba degli Ottanta, fisso a Repubblica con escursioni guerinesche e nel sociale (Emergency di Gino Strada). Destreggiarsi fra il peso di un lutto e il conto dei lutti, non è facile. L’ultima volta, due mesi fa, lo incontrai con Luigi Bolognini e Fabio Monti in una clinica di Milano. Non stava benissimo, ma si stava riprendendo. Lottava. Non vedeva l’ora di pigiare tasti, di isolare l’arrosto di una giusta causa dal fumo dei soliti blablabla. I suoi «cattivi pensieri» costituivano la messa laica della domenica, un rito aperto, condiviso, non certo obbligato. Lo si leggeva per piacere, non per routine.
E’ stato, di Gianni Brera, il custode più fedele, più appassionato, più colto. Nel mio piccolo, ho avuto la fortuna e il privilegio di frequentarlo. Io, che adoravo gli spuntini; lui, che detestava i tre puntini. E la caccia grossa agli esclamativi, Pantadattilo Pantani, la «palla di lardo» dei pronostici estivi, la fedeltà al contropiede nell’epoca delle ripartenze adultere, le discussioni sullo stato del giornalismo, la resilienza delle «tigri di carta» che non vogliono arrendersi ai bracconieri da tastiera.
Ogni viaggio era il pretesto per una mnemonica, per un ripasso di musica (francese, in particolare). La moglie Paola gli è stata vicina fino all’ultimo. Immagino Gianni mentre, fra le nuvole, si accomoda in auto per seguire l’ennesima edizione del Tour con Carlo Pierelli al volante. Il caro Carletto della «Gazza», morto nel 2009. Una coppia di fatti, splendidamente assortita. Fumatori accaniti, complici affamati.
In questi casi, e specialmente in rapporto a «questo» periodo, la paura che scappi un aggettivo di troppo può diventare un freno subdolo. Al diavolo. Che onore, averlo conosciuto. E che malinconia, averlo perso. Era una bussola preziosa: mi mancherà.

ROBERTO BECCANTINI 

Da “Eurosport”

Da Il Giornale, Claudio De Carli. La partita di Natale, del 1914, il racconto da leggere tutto d’un fiato

Claudio De Carli, una vita a Il Giornale

(v.z.) E’ un grande omaggio che ci fa la firma de Il Giornale Claudio De Carli, con il pezzo uscito in una pagina intera alla vigilia di Natale, appunto, nelle pagine disegnate da Benny Casadei Lucchi. Auguri a Claudio e alla redazione

di Claudio De Carli

“Uscite!”

“No, no. Uscite prima voi!”

“Noi non sparare. Voi non sparare…”

Confine franco-belga, fronte occidentale, zona di Ypres, Fiandre. Il 3 agosto 1914 la Germania dichiara guerra alla Francia, scatta il Piano Schlieffen, le truppe tedesche invadono il Belgio per aggirare le linee francesi e poi puntare dritte su Parigi. Ma dopo i primi scontri la battaglia cambia strategia, diventa guerra di trincea, la linea del fronte si estende dal Mare del Nord fino alla Svizzera. In soccorso dei francesi arriva il corpo di spedizione britannico della Bef, British Expeditionary Force, ora è stallo completo e il 24 dicembre del 1914 le linee anglo-tedesche a Ypres sono a 50 metri l’una dall’altra. Due eserciti nascosti nelle buche in attesa di ordini, così vicini da consentire ai tedeschi di sentire le voci dei soldati inglesi, i loro rumori, le grida degli ufficiali. Circa centomila fanti si preparano a trascorrere la notte di Vigilia, freddo polare, malinconia, devastante nostalgia di casa e tanta paura. Il giovane capitano inglese Bruce Bairnsfather di stazza ad un’unità della Royal Warwickshine cerca di non addormentarsi, teme il peggio, fucilate o congelamento, ma è sfinito e quando si risveglia è un mattino senza sole, grigio, non nevica ma non c’è neppure il rumore degli spari, le artiglierie tacciono, solo un grande silenzio, sembra tutto irreale. Si guarda attorno, anche gli altri soldati sono sorpresi, forse i tedeschi stanno preparando la solita carica, o forse sta per accadere qualcosa di impensabile, straordinario, addirittura magico.

Bruce si infila il caschetto, lentamente si alza per vedere la linea tedesca e rimane sorpreso. Durante la notte di vigilia hanno messo candele e altarini sugli alberi e lungo la trincea e qualcuno sta intonando una canzone di Natale, un suono che si alza di attimo in attimo fino a diventare un coro, adesso cantano tutti la melodia di Stille Nacht, sono bravi e intonati, ascoltarli è un piacere. Bruce pensa che magari in fondo, ma tanto in fondo, non sono neppure quelle canaglie che il suo comando dipinge. Intanto anche i suoi compagni si sono messi a cantare e adesso si sono ammorbiditi perfino i lineamenti dei loro volti stracciati dalla fatica e dalla tensione. I 50 metri della terra di mezzo sono sgombri dai caduti, l’aria è pulita, quando improvvisamente dalla linea tedesca, in un inglese quasi perfetto, si sente urlare: “Uscite!”

Già, e chi si fida. Esci, ti arriva una scarica di pallottole e neppure sei un eroe di guerra ma solo uno stordito che c’è cascato, per fortuna quando lo racconteranno non c’è bisogno che ti nascondi. “Uscite!” Si sente ancora e allora qualcuno risponde: “Uscite prima voi” attimi di silenzio poi all’improvviso dalla trincea inglese esce e si mette a rotolare verso quella tedesca un pallone. Pallone…? Bè, stracci ma mica male, chissà cosa c’è dentro a quel lenzuolo che li avvolge ma mette voglia di prenderlo a calci. Figurarsi se i tedeschi stanno li a pensarci, prima ne esce uno, poi tre, poi una decina e lo calciano verso la linea degli inglesi, non vedevano l’ora di farla fuori con una partita regolare, senza porte, senza linee, senza tempo e soprattutto senza arbitro. Gli inglesi rispondono, scavalcano la trincea, scatenati, freschi, sembrano usciti dallo spogliatoio e ributtano la palla dall’altra parte. Poi ne escono altri dieci, venti, trenta, quando dalla liena tedesca ne partono un’altra ventina diventa partita vera. Gli inglesi in kaki, i tedeschi in grigio, anfibio contro anfibio, senza meta, senza scopo, takle, spinte, casino, urla, risa, felicità improvvisa e una palla che rotola nella terra di mezzo che il gelo ha reso dura e pungente e ora è teatro di sogni. Chi cade è travolto ma si rialza subito, il capitano Bruce ha voglia di entrare nella mischia, una voglia irrefrenabile, non sa come la prenderanno al comando ma dai, come si fa a star li a guardare, quando si avvicina un soldato tedesco con una fiaschetta di rum, bevono, si abbracciano, il tedesco parla inglese, e anche bene, ha fatto il cameriere a Londra all’Hotel Cecil poi però è scoppiata la guerra. Ma ci vuole tornare perché ha lasciato lì la fidanzata e anche la sua motocicletta. Gli mostra una foto di lei, è molto bella, poi anche quella di sua sorella e il capitano Bruce si innamora subito e riceve la promessa che come sarà finita questa guerra è invitato in Germania per conoscerla. Posso sposarla? Quando? E il tedesco: molto presto, adesso vi battiamo e finisce tutto. E gli regala il suo caschetto, Bruce non ha niente, si strappa un bottone dal cappotto e ricambia commosso. Ma cosa intendeva quando diceva adesso vi battiamo e finisce tutto? Parlava della partita? E allora si butta nella mischia.

A neppure un chilometro di distanza si sentono i colpi di artiglieria, Papa Benedetto XV ha chiesto di sottoscrivere una tregua almeno per Natale, niente da fare, non ha avuto seguito neppure una lettera aperta di Suffragette alle donne di Austria e Germania, si combatte ovunque, non qui a Ypes, qui si gioca a pallone, si fraternizza e chi non è in campo scambia regali con il nemico, sigarette, cibo, whiskey. 

Quella notte stessa, la notte del giorno di Natale, Bruce scrive alla sorella e gli racconta tutto. Quella lettera è la prima  testimonianza di quanto è accaduto fra il 24 e il 25 dicembre 1914 e la partita di calcio fra inglesi e tedeschi che naturalmente telegrafano trionfanti al comando dichiarando di aver vinto 3-2: “ Credo che alla fine fossero quaranta contro settanta, forse di più, scrive alla sorella, quando ho incrociato nuovamente quel tedesco, questa volta sul campo, mi ha detto guarda che bello, ma perché non possiamo fare la pace, farla fuori a pallone e poi tornarcene a casa?.

I due comandi non l’hanno presa benissimo, zero assoluto sulla partita, come se non ci fosse mai stata. Neppure sui giornali escono notizie, una censura politicamente scorretta rotta solo dal The New York Times nel giorno di Capodanno. A quel punto, a notizia uscita, si accodano anche i giornali inglesi, il Daily Mirror e il Daily Sketch pubblicano le lettere dei soldati al fronte e le foto della partita, il Mirror titola “L’assurdità e la tragedia”. Ma non si riferisce alla sconfitta per 3-2. In Germania ancora prudenza, in Francia escono pezzi sui giornali in cui si ricorda che fraternizzare con il nemico è considerato tradimento e in tempo di guerra non è una bella cosa. Da noi, che al momento siamo neutrali, la prima a uscire è La Stampa, poi il Corriere della Sera e sulla Nazione c’è perfino un ampio reportage dell’incontro di calcio.

Ma il ricordo di quella partita ha poi raggiunto vette impensabili, commemorazioni, mostre, piece teatrali, romanzi. La Uefa, su iniziativa di Michel Platini, a Ploegsteer vicino Ypres ha fatto erigere un monumento e non è il solo. Nel video Pipes of Peace di Paul McCartney ci sono riferimenti espliciti, film, Silent Night opera in due atti ha vinto il premio Pulitzer. Una tregua non concordata, innescata da soldati sfiniti che si sparano a distanza di 50 metri senza crederci, senza voce, lontano da tutto, e poi il Natale e una palla che rotola nella terra di mezzo. L’evento è ricordato come la partita di Natale, cent’anni fa, ieri, save the date.  

Da “Il Giornale”

Non è vero ma ci credo. ANCORA TU: lo strano caso di mr Oliver e della terza porta (quella dell’arbitro). Il racconto circostanziato di Claudio De Carli

Claudio De Carli, una vita a Il Giornale

(v.zag.) Claudio ci fa un grande regalo. Racconta una sua esclusiva, un bel racconto, significativo

di Claudio De Carli

Questa volta l’hanno scritto e non è stata una bella figura. Il quotidiano spagnolo Marca ha svelato un retroscena accaduto durante l’intervallo di Valencia-Juventus quando Nedved assieme ad altri due dirigenti bianconeri ha lasciato la tribuna per infilarsi nel tunnel che porta allo spogliatoio dell’arbitro tedesco Felix Brych. Il giornale spagnolo parla di proteste feroci e urla verso l’arbitro reo di aver espulso ingiustamente Cristiano Ronaldo. Brych non avrebbe neppure rallentato il passo, ha raggiunto il suo spogliatoio assieme ai suoi assistenti e ha chiuso la porta. Il quotidiano spagnolo avrebbe raccolto la testimonianza di un addetto alla sorveglianza. Non si parla di contatto fisico e tantomeno del tentativo di ingresso del vicepresidente bianconero nello spogliatoio, ma è sicuro che nel referto già consegnato all’Uefa ci sarà tutto nero su bianco. E questa volta Marca ha riportato tutto, una denuncia circostanziata, anche se di seconda mano. Con un precedente accaduto la notte di Real Madrid-Juventus, Champions della scorsa stagione. Il giorno successivo una collega spagnola mi invia questo sms: “Vuoi sapere l’ultima dal Bernabéu? Perché Sergio Ramos non è stato sanzionato pur essendo in campo nonostante fosse squalificato? Perché ha contribuito a sedare gli animi e sventare un attacco di Agnelli e Nedved alla porta dell’arbitro inglese attraverso un cordone di poliziotti e addetti UEFA alla sicurezza dell’arbitro. Tutti fuori di testa battendo i pugni  e cercando il contatto fisico. Una Vergogna e nessuno lo ha scritto. Ho parlato con il delegato di campo e con testimoni oculari”.

Le rispondo: Mi stai dicendo che Sergio Ramos avrebbe minacciato l’Uefa di svelare tutto e accusarla di non essere stata in grado di tutelare la sicurezza dell’arbitro?   E nessuno ha scritto niente di questo? “È uscito solo su Abc, un giornale politico ma con un’ottima redazione sportiva. Poi più nessun altro, omertà assoluta. Sono due grandi club, occorre starci attenti. Mi hanno detto che la Juventus ha intenzione di denunciare la presenza di dirigenti del Madrid nell’albergo di Michael Oliver alla vigilia della partita e subito Florentino Peres ha fatto sapere di avere le prove che non meglio precisati personaggi dell’entourage della Juve hanno invece avvicinato loro l’arbitro. Chi fa la prima mossa sbaglia”.

Le dico di tenermi aggiornato, non si può scrivere niente senza uno straccio di prova ma così, giusto per capire e informazione personale. Mi risponde che è grande amica dell’arbitro Howard Webb e gli ha chiesto di capire meglio cosa sta succedendo e se ne sa qualcosa in più. Lui le ha detto che al momento ha solo saputo che gli juventini hanno tempestato di telefonate mr Oliver. “Peccato che abbiano sbagliato numero e insultavano un povero dentista in pensione che adesso è finito dallo psicologo” Ci facciamo una risata, non si può scrivere niente  di tutto questo, non c’ è uno straccio di prova. Webb? Le ha risposto che lui ormai è in pensione, non ha più voglia e tempo per occuparsi di queste cose. E anche lui si è fatto una bella risata. Però questa volta Marca l’ha scritto.

Devo tanto a Gian Luca Pasini, dal15al25, il più letto blog su La Gazzetta dello sport

Pasini della Gazzetta, è ravennate, firma del volley, blogger, video, 10!

Da una decina di giorni, Gian Luca pesca dal vannizagnoli.it, ovvero dagli youtube, due, i video più curiosi. Un po’ perchè società sportive faticano ad accreditarmi, perchè temono il colore, un po’ perchè, spero, le mie divagazioni siano curiose. Forse.

Gli devo veramente tanto. E pensare che non avevamo impattato bene: “Le tue interviste ai giornalisti sono inutili. Come tanti altri tuoi video”

11 febbraio 2018

https://www.youtube.com/watch?v=DKuQnGpIuT8&t=7s   Vanni Zagnoli è spesso criticato, io stesso non condivido tutto quello che fa, né come lo fa. Ma bannarlo dalla pallavolo, sport che negli ultimi anni ha visto transitare in sala stampa ogni genere di essere vivente (Non a caso vivente), forse è pratica troppo eccessiva. Il diverso offende? Disturba? Per questo motivo condividerà qualche video del collega Vanni Zagnoli, in una rubrica a lui riservata. Leggi tutto

11 febbraio 2018

https://www.youtube.com/watch?v=WclX3FSjOy0   Vanni Zagnoli è spesso criticato, io stesso non condivido tutto quello che fa, né come lo fa. Ma bannarlo dalla pallavolo, sport che negli ultimi anni ha visto transitare in sala stampa ogni genere di essere vivente (Non a caso vivente), forse è pratica troppo eccessiva. Il diverso offende? Disturba? Per questo motivo condividerà qualche video del collega Vanni Zagnoli, in una rubrica a lui riservata.   Leggi tutto

Enzo Foglianese, il racconto dell’intervista a Maradona in Messico ’86

Il giorno seguente, appena finita la partita, ci precipitammo su Maradona nella mixed zone e gli chiesi del gol con la mano. Come se cascasse dalle nuvole, rispose al microfono con queste precise parole: “ ¿Que mano? ¡Ninguna mano!” Da ex, ed in occasione del passaggio da Bari del Giro, andai a salutare un po’ di amici, alla partenza dalla piazza .

PS – Approfitto per segnalarti che il testo del capitolo che mi riguarda sul libro «Clamoroso al Cibali» – testo da me inviato in forma corretta – c’è un guazzabuglio di virgolette che stanno dove non debbono e viceversa, cosicché non si capisce se ora qua ora là sono io che parlo o un incaricato che scrive ciò che per altro dovrebbe essere stato scritto, intangibilmente, da Riccardo Cucchi, il quale figura come Autore del libro. Però in qualche modo ci si può far guidare dal senso.
Io sono un accanito pignolo e mi accorgo di questi dissesti – in verità gravi, checché si dica ormai il contrario – perché per 16 anni, durante i quali mi fu inoculato un forte senso di responsabilità, sono stato redattore (notturno) di quotidiano stampato (La Gazzetta del Mezzogiorno) e per lo stesso periodo collaboratore esterno (diurno) della Rai, presso la Sede Regionale di Bari. In tutti quegli anni, nell’arco della giornata, mi restava all’incirca il tempo di dormire. Del pane duro da me sgranocchiato sento ancora il rumore, ed è tuttora una sensazione bellissima.
Ciao, amico mio, e ti prego di scusarmi per l’involontariamente ritardato secondo invio.
e.f.

Attentati, Stoccolma, il reggiano Ludovico Berruti mi manda 6 foto: “Sono a 200 metri dall’albergo transennato”

 

Stoccolma nelle mmagini di Ludovico Berruti

Brodo era per tutti, al liceo Lazzaro Spallanzani, 5 anni indimenticabili. Siamo rimasti in contatto, anche con la moglie colombiana Carmenza e con mia moglie Silvia, ogni tanto Ludovico raccoglie le mie esternazioni umane e professionali. Ebbene, mi ha inviato da Stoccolma 6 foto: “Siamo a 200 metri dall’albergo”. Naturalmente lo posso sentire, è un reggiano, imprenditore del settore materie plastiche. Abita a Ghiardo, la famiglia è a Rivalta

Si rinnova Sky Go, nasce Sky Go Plus

Sky Go ha rivoluzionato il modo di vivere l’intrattenimento, cambiando per sempre le abitudini di visione dei telespettatori italiani. Oggi si rinnova con un’interfaccia completamente nuova, che ne migliora la navigabilità e l’accessibilità ai contenuti, e si arricchisce di nuove funzioni, per godere dei programmi Sky in totale libertà. Nasce oggi Sky Go Plus, che offre nuove modalità di fruizione per l’intrattenimento Sky in mobilità, grazie al Download & Play, ai comandi RestartPausa e Replay sui programmi live, le funzionalità più apprezzate del My Sky da oggi disponibili anche fuori casa, e al raddoppio dei dispositivi a disposizione per ciascun account.

 

Queste novità sono parte di un’intensa roadmap tecnologica che entro fine anno coinvolgerà tutti i servizi e tutti i clienti Sky e arrivano sulla scia di un successo che, in poco più di 4 anni, ha portato Sky Go a diventare il benchmark della TV anywhere & anytime in Italia, per qualità, diffusione – conoltre 2.25 milioni di clienti attivi oggi – e immediatezza d’uso. Un punto di riferimento per gli abbonati Sky, che ogni settimana fanno registrare ascolti importanti anche in mobilità, soprattutto nei weekend e in occasione dei grandi eventi live, e che, grazie alle novità di Sky Go Plus avranno nuove possibilità per seguire i propri programmi preferiti dove, come e quando vogliono.

 

 

 

Pietro Maranzana, Chief Commercial Officer di Sky Italia, ha dichiarato“Tutte le innovazioni Sky nascono dalla volontà di dare valore al tempo libero delle persone, con le migliori tecnologie e la massima semplicità d’uso associate a tutta la qualità dei nostri contenuti. Sky Go è ormai da tempo un servizio irrinunciabile per milioni di spettatori e le nuove funzionalità di Sky Go Plus sono pensate per chi vuole vivere il proprio intrattenimento in maniera ancora più libera, senza limiti di tempo, di luogo o di connessione. Sky Go Plus è solo la prima di tante innovazioni che nelle prossime settimane arricchiranno la Sky Experience, per tutti i nostri clienti, ed è un servizio che darà un’ulteriore spinta alla fruizione in mobilità, soprattutto on demand, dei programmi Sky”.   

Sky Go Plus permette di vivere l’intrattenimento Sky come mai prima, vedendo ciò che si vuole, ovunque e nel momento esatto in cui lo si desidera e senza alcun costo di connessione. Con la funzione “Download & Play” è infatti possibile scaricare in pochi minuti i propri programmi preferiti, su tablet e PC, e guardarli anche offline. Un modo per fruire in totale libertà dei migliaia di contenuti on demand disponibili su Sky Go. Serie TV, film, programmi per bambini, documentari, grandi show diventano così proprio come un libro o una rivista: qualcosa da ricordare di mettere in valigia prima di un viaggio, da guardare in aereo o in treno, interrompendo la visione quando si vuole e riprendendola a destinazione, non importa che ci si trovi in hotel, in spiaggia, in un parco o in montagna. Gli ultimi episodi di The Walking Dead 7, Westworld, The Affair, il debutto di The Young Pope o l’ultima puntata di X Factor e Hell’s Kitchen; 007 – Spectre, il Ponte delle SpieZoolander 2 e i film in prima TV come Revenant-Revidivo, Alvin Superstar, Poli opposti, La grande bellezza- versione integrale saranno lì sempre sul proprio dispositivo, pronti per essere visti. La funzione “download” è immediatamente richiamabile cliccando sull’icona di ciascun contenuto ed è possibile gestire in ogni momento le priorità di scaricamento nella sezione “download”, facilmente accessibile dall’homepage Sky Go.

 

Accanto al Download & Play, con Sky Go Plus arrivano altre due importanti novità: raddoppiano i dispositivi abilitabili, da due a quattro, per scegliere di volta in volta lo schermo giusto su cui godere dell’offerta Sky in mobilità; e debuttano su Sky Go le funzionalità più apprezzate di My Sky – Restart, Pausa e Replay – per non perdere neanche un instante dei propri programmi preferiti. In questo modo, se si accede in mobilità ai programmi live Sky ed è da poco cominciata la gara di MotoGP, il match della propria squadra del cuore o un’edizione di Sky TG24 o di Sky Sport 24, è possibile farli ripartire dall’inizio, interrompere la diretta o rivedere un gol o un sorpasso di Valentino Rossi tutte le volte che si vuole.

 

Oltre a queste nuove funzionalità, disponibili su Sky Go Plus, la nuova release di Sky Go arricchisce l’esperienza d’uso per tutti gli utenti del servizio. Si rinnova l’interfaccia grafica su tutti i dispositivi (PC, Mac, tablet e smartphone), debutta un nuovo logo e migliorano la navigabilità e la visibilità dei contenuti, per scegliere e avere accesso in maniera ancora più semplice e immediata a tutta la qualità e la ricchezza del servizio: oltre 40 canali e migliaia di titoli on demand.

 

 

SKY GO

 

Disponibile gratuitamente per tutti i clienti Sky da almeno un anno, Sky Go è il servizio di TV in mobilità, che mette a disposizione oltre 40 canali e migliaia di titoli on demand di cinema, serie TV, documentari e programmi per bambini, tra quelli compresi nel proprio abbonamento.

sky.it/skygo

 

SKY GO PLUS

 

Sky Go Plus è disponibile gratuitamente per i clienti Sky con Multivision. Per tutti gli altri è attivabile al costo di 5€ al mese. Per i clienti extra con Sky da più di un anno e con Sky Cinema, il servizio è in promozione: se si attiva entro il 1 gennaio 2017, il servizio è gratuito fino a giugno 2017. Immediatamente attivabile su PC e dispositivi iOS e Windows (tablet e smartphone), da novembre Sky Go Plus arriverà anche sui dispositivi Android

sky.it/goplus

Fede e sport, la prima conferenza globale, in Vaticano: “Sport al servizio dell’umanità”. Con Del Piero e un’intervista al cardinal Ravasi

Nella tre giorni tra il 5 e 7 ottobre Sky è stato il Media Partner ufficiale di “Sport at the Service of Humanity”, la prima Conferenza globale dedicata alla fede e allo sport. 
Compassione, rispetto, amore, ispirazione, equilibrio e gioia: sono i sei principi che guidano e intrecciano la filosofia del Pontificio Consiglio della Cultura, che ha organizzato la Conferenza,  con quella di Sky che, proprio Per Amore dello Sport, da sempre sostiene e promuove i suoi valori più alti, incentrati nel rispetto, nella lealtà e nell’educazione sportiva. Perché lo sport, oltre che spettacolo, può essere occasione di riflessioni che vanno ben oltre la superficie dell’evento. 

L’obiettivo di questa importante iniziativa, che si è svolta nella tre giorni in Vaticano, è stata proprio quello di creare un movimento globale, per ispirare innanzitutto i giovani. È per questo che le tre giornate verranno seguite da vicino grazie a Sky Sport24 HD e al suo mosaico interattivo, e a Sky TG24 HD, anche attraverso il servizio Active, con le immagini di tutti i momenti salienti della Conferenza. 

Alessandro Del Piero qui era tra Mariella e Riccardo Scirea. E' un grande appassionato di rugby
Alessandro Del Piero qui era tra Mariella e Riccardo Scirea. E’ un grande appassionato di

 

 

Tra i tanti protagonisti d’eccezione è stato presente anche il campione del mondo, oggi testimonial e opinionista di Sky Sport, Alessandro Del Piero, simbolo non solo di importanti traguardi sportivi, ma anche e soprattutto di amore per i valori che lo sport incarna. E’ stato lui a dare il calcio d’inizio alla cerimonia  di apertura, che sarà trasmessa mercoledì 5 ottobre dalle 15.30 in diretta dall’Aula Paolo VI.  Durante i tre giorni della Conferenza, Sky Sport24 HD ha garantito collegamenti live dal Vaticano con l’inviato Matteo Petrucci. Inoltre, Sky ha realizzato un’intervista esclusiva al Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, in onda oggi sul canale sportivo all news. L’intervista, di Tommaso Liguori, è stata uno speciale all’interno del quale verranno approfonditi i temi che legano lo sport e la fede, partendo dalle considerazioni di San Paolo nel Nuovo Testamento.

Affaritaliani.it, “La Verità”. Il nuovo quotidianoavrà una foliazione media di 24 pagine e una tiratura di 100mila copie. La campagna acquisti di Belpietro

http://www.affaritaliani.it/mediatech/la-verita-belpietro-sfida-di-carta-con-vittorio-feltri-439661.html

di Luigi Esposito

Nasce un nuovo quotidiano ma sono sempre meno gli acquirenti di giornali cartacei. Nasce all’insegna di questa forte dicotomia “La Verità”, il nuovo foglio di Maurizio Belpietro, un quotidiano con una foliazione media di 24 pagine e una tiratura di circa 100mila copie. La redazione sarà ridotta all’osso per contenere i costi fissi e di conseguenza la testata avrà una pletora di collaboratori esterni.

Con “La verità” Belpietro vs Feltri

Interni o esterni che siano, in ogni caso sono giornalisti d’esperienza, coesi negli obiettivi: fronteggiare Vittorio Feltri e il suo “Libero”  e il perenne sguardo al popolo del centrodestra, in particolar modo a quello lombardo-veneto. Una operazione che seppur da una visione culturale di parte non mancherà di approfondire con ampiezza di vedute le notizie più significative.

Apprezzabile l’assenza dei rigidi schemi settoriali, politica, economia, ecc., per focalizzarsi sui racconti ritenuti, di giorno in giorno, i più importanti per i lettori. La proprietà al momento non appare chiaramente definita ritardando l’uscita del quotidiano nelle edicole. Ma la reputazione di Maurizio Belpietro e company favorirà di sicuro l’aggregazione di nuovi imprenditori pronti a sostenere un business plan stimato in circa 2,5 milioni di euro.

“La Verità” sarà un importante banco di prova per verificare se l’operazione di successo “Il Fatto Quotidiano” sia ancora replicabile ed in quale misura. Altrettanto interessante sarà la verifica della decisiva interazione carta-online predisposta dalla nuova redazione. In un contesto così mutevole dominato solo dall’incontrovertibile trend del calo dei lettori di carta il direttore Belpietro lancia davvero una bella sfida al soporifero mondo dei media italiani.